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Il concetto di totalitarismo

(leonardo f. barbatano)

 

 

 Il Novecento potrebbe essere studiato da molteplici punti di vista, molte potrebbero essere le chiavi di lettura idonee ad interpretarlo e tutte parimenti valide. Oltre a quelle proposte dagli altri colleghi (Sviluppo e sottosviluppo, Stato liberale e stato sociale, La questione giovanile), pensate alla rivoluzione nel campo della Fisica, con la relatività di Einstein; pensate alla guerra (“calda” e “fredda”); pensate al femminismo che ha prodotto una vera e propria rivoluzione nei costumi e nel modo di pensare; pensate agli sviluppi altrettanto rivoluzionari dell’informatica di cui stiamo osservando probabilmente solo gli albori e di cui è difficile prevedere le conseguenze; pensate, ma mi fermo solo per questioni di tempo, ai movimenti migratori con i quali il secolo si è aperto e con i quali si è chiuso, movimenti di folle di disperati che invadono le ricche terre occidentali e che è facile immaginare produrranno gravi conseguenze.

    Con questa premessa, che deve servire a relativizzare il mio discorso, cercheremo oggi di “leggere” il Novecento dal punto di vista del totalitarismo, vale a dire analizzando il sorgere degli stati dittatoriali ma anche di un determinato modo di pensare che ha radici molto antiche, come cercherò di mostrarvi. Il periodo in cui si afferma quella che possiamo definire realtà totalitaria è quello che intercorre tra le due guerre mondiali, potremmo dire in generale il primo cinquantennio del secolo, almeno per quel che concerne il totalitarismo che ci interessa, cioè quello che storicamente si è avvitato con le guerre mondiali, determinando una realtà eccezionale che, in quanto tale, ha condizionato il decorso dell’intero secolo, sia dal punto di vista storico che da quello propriamente filosofico.

    Vediamo. Intanto, non dobbiamo dimenticare che il Novecento è stato il secolo di due guerre mondiali, nel corso delle quali l’umanità si è trovata come travolta da un uragano di violenza, come sopraffatta da forze possenti che essa stessa aveva in qualche modo evocato. E’ in questo vortice di violenza, quando lo sguardo della ragione sembra appannarsi e non distinguere più con chiarezza la via da seguire, che si generano i leviatani totalitari. Dunque, prima di affrontare in maniera diretta il significato, storico ma anche filosofico, del totalitarismo, mi sembra necessario cercare di individuare la traccia economica, politica e ideologica che porta al prodursi di quel clima particolare che si determina nel mondo col sorgere del Novecento.

    Credo che ormai voi, che siete giunti all’ultimo anno di Liceo, abbiate la consapevolezza che la separazione tra un secolo e un altro è il risultato di classificazioni convenzionali, nel senso che siamo noi uomini che, misurando il tempo e conteggiandolo, distinguiamo gli anni, i secoli, le epoche, ecc. In questo senso, non esiste un “passaggio” tra un secolo e un altro. Ma noi siamo abituati a tali classificazioni e, dunque, possiamo immaginare di “entrare” in un dato secolo (nel nostro caso, il Novecento), cercando di individuare cosa l’umanità portava con sé in questo approdo e quale realtà tale umanità costruì nel nuovo secolo utilizzando proprio gli strumenti che portava con sé.

    Cosa portava con sé l’umanità? Intanto, possiamo dire che recava con sé alcune delusioni, poiché la ragione e la scienza, esaltate dal Positivismo, non avevano mantenuto le promesse di aiutare l’uomo a costruire una società migliore, più giusta, caratterizzata da un positivo progresso. Infatti la società di fine Ottocento si presentava, contrariamente alle promesse, come proiettata verso un assetto mondiale basato sullo sfruttamento e sull’oppressione, sull’occupazione e sottomissione colonialistica dei popoli di interi continenti. In secondo luogo, anche la promessa fatta dai teorici del liberismo, di un mercato capace con le sue leggi di autoregolarsi e di garantire l’equilibrio tra l’interesse individuale e quello generale, mostrava la sua inconsistenza in una società in cui andavano affermandosi i monopoli e i cartelli, le grandi concentrazioni industriali e finanziarie che costituivano un vero e proprio tradimento del principio della libera concorrenza. E l’altro principio fondamentale del liberalismo, quello della rappresentanza politica e del parlamento come luogo di sovranità decisionale, veniva platealmente sconfessato dall’enorme potere di condizionamento che i grandi gruppi industriali e finanziari avevano ormai assunto alla fine del secolo.

    Ora, come sempre accade, anche queste delusioni producevano dei risentimenti e delle reazioni contrarie ai principi traditi. Così, a livello filosofico, vanno affermandosi posizioni che svalutano la ragione e la scienza come strumenti conoscitivi parziali e incapaci di cogliere la vera realtà delle cose. Meglio possono svolgere tale compito, secondo queste posizioni, l’intuizione e l’arte che consentono di svelare una realtà più profonda, non soggetta alle leggi della razionalità. Forze irrazionali vengono così risvegliate dal loro torpore ed esaltate inizialmente come elementi genuini della realtà umana, come aspetti immediati e quindi più veri della coscienza, come sentimenti e istinti denotanti una vitalità e una ricchezza di sentimenti di gran lunga preferibile alla fredda razionalità(1). Ecco, l’irrazionalismo è uno degli elementi importanti che si affermano come risultato dell’incontro tra l’eredità culturale dell’Ottocento e le prime elaborazioni teoriche novecentesche.

    Anche l’arte si presenta come capace di conoscere un mondo più profondo e intimo di quello che riescono a cogliere la ragione e la scienza. Per esempio, pittori postimpressionisti come Paul Gauguin, Vincent Van Gogh o Paul Cézanne, tentavano di ritrovare e di esprimere, dietro le immagini superficiali, nei loro ritratti e paesaggi, una struttura formale interna o un significato emotivo profondo

 

 

    Dall’altro lato, a livello politico, si assiste ad una reazione che tende a svalutare il parlamentarismo, i valori dell’uguaglianza e della rappresentanza politica, specialmente del socialismo. Alle discussioni parlamentari, alle votazioni si risponde con insofferenza e al loro posto viene esaltato il decisionismo di personalità ritenute eccezionali, capaci di gesti eroici, di modi di vivere inattuali ed eccezionali, che si pongono al di sopra e al di là dei modi di vivere della comune umanità (2).E’ un’insofferenza per le norme, per la “normalità” della vita (3). Tale insofferenza potete osservarla anche nella letteratura, dove il Futurismo propone il superamento delle regole grammaticali, della sintassi, della punteggiatura (paroliberismo, ecc.).

    Queste forze irrazionali divengono, nel primo quindicennio del Novecento, incontrollabili e si coagulano in un’esaltazione del vitalismo e della violenza, del nazionalismo e della superiorità razziale (4). La guerra viene esaltata come azione rigenerante, come “igiene del mondo” (Marinetti, Manifesto del Futurismo) (5).

    Ciò che è caratteristico dei primi quindici anni del Novecento è l’incontro di queste spinte irrazionali con determinati interessi che irrazionali non sono affatto e che vedono nella guerra non tanto l’esprimersi di una vitalità nuova, quanto lo strumento per la realizzazione di un’egemonia mondiale e di un controllo economico-militare delle risorse mondiali. Dunque, si realizza l’incontro tra l’irrazionalismo e un tipo di razionalità che non è negata da questo irrazionalismo: è la razionalità della tecnica, è la ragione strumentale che si presenta come pervasiva e totalizzante, nel senso di porsi come unica razionalità valida, che assoggetta qualunque aspetto della realtà, anche gli aspetti irrazionali, anzi utilizzandoli come agenti negatori della razionalità critica, perché la ragione tecnica vuole affermarsi in modo totalizzante, abolendo ogni possibilità di critica.

    Se voi considerate ad es. il Futurismo, potete vedere rappresentato a livello artistico e ideologico questo incontro: un movimento artistico che si presenta come rottura con ogni regola, a livello sia umano generale che artistico, ma che esalta contemporaneamente le ferree regole della tecnica, degli strumenti di potenza e di velocità, degli strumenti tecnici di morte che dispiegheranno tutta la loro potenza nel corso della prima guerra mondiale, trasformandola in guerra totale, in cui ogni risorsa umana, sociale, economica, politica verrà mobilitata nella produzione di un’immensa carneficina.

    Le conseguenze della guerra non faranno che aggravare questa situazione, perché l’assurda carneficina produrrà, oltre la profonda crisi economico-finanziaria, oltre la disoccupazione e la crisi politica delle strutture statuali tradizionali, una crisi morale, una crisi di valori di enormi proporzioni che comporterà l’annichilimento ulteriore di ogni ragione critica, un effetto di spaesamento morale, di disorientamento etico-politico che aprirà le porte all’avvento dei cosiddetti regimi totalitari.

    La prima guerra mondiale, che nei suoi aspetti particolari avete già studiato, scoppiò a causa di determinati contrasti tra le nazioni ma non riuscì a pacificare la situazione internazionale, anzi aumentò tali contrasti (anche a causa delle decisioni assunte con i trattati di pace), determinando anche, all’interno di taluni paesi, una situazione veramente paradossale, in quanto proprio gli esaltatori dei gesti eroici, delle pose superomistiche, delle imprese eccezionali, vivevano ora la frustrazione dell’inevitabile ritorno alla “normalità” della vita quotidiana, all’anonimato di quella vita normale della gente comune che tanto avevano disprezzato. A questa frustrazione si aggiungeva quella di intere classi sociali, specialmente della piccola borghesia impiegatizia il cui tenore di vita era messo in serio pericolo dalla crisi economica e che viveva con forte apprensione una crescente proletarizzazione. Ora, se voi unite queste delusioni e le fate operare all’interno di alcuni stati e poi le sommate alla generale frustrazione politico-diplomatica che questi stati (pensate alla Germania e all’Italia) vivevano, allora potete capire il tempo e i luoghi del radicarsi di forme esasperate di risentimento, di delusione, di senso d’impotenza, di aspirazione a forme disordinate di rivalsa, di propensione a seguire le indicazioni di capi carismatici (individuati spesso come “uomini della Provvidenza”), insomma un coacervo di sentimenti, stati d’animo, atteggiamenti che si sommavano ad una dura crisi materiale e che rendevano plausibili proposte vaghe di “rimessa in ordine”, oscure indicazioni di rivalsa possibile, affermazioni esteriori di “forza” e di “potenza” che dovevano sopperire a un più reale senso d’impotenza, a quelle inquietudini che le precarie condizioni di vita generavano nella gente.

 

    Nel corso degli anni ’20 e ’30, specialmente in quelle nazioni che vivevano in modo più negativo e contraddittorio il proprio dopoguerra, si affermano i cosiddetti “regimi totalitari”, il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. L’Italia di questi anni affrontava il grave problema della riconversione industriale che comportava l’espulsione dalle fabbriche di un gran numero di operai. Ciò non faceva che incrementare la sindacalizzazione dei lavoratori e la loro politicizzazione, resa evidente dalla notevole crescita del Partito socialista. Gli stessi cattolici prendevano a partecipare attivamente alla vita politica con la fondazione nel 1919, ad opera di don Luigi Sturzo, del Partito popolare italiano; questo atto aveva ottenuto l’autorizzazione di Benedetto XV che, intanto, aveva revocato formalmente e definitivamente il non expedit di Pio IX. Nel 1921, nonostante il massimalismo della politica del Partito socialista e degli stessi sindacati (nel settembre del 1920, a conclusione del cosiddetto biennio rosso, la FIOM aveva organizzato l’occupazione delle fabbriche che si concluderà con un fallimento), nel congresso del Partito socialista tenutosi a Livorno, si verificava una scissione da cui nasceva il Partito comunista d’Italia. Il fallimento delle grandi manifestazioni e la divisione delle forze del movimento operaio, costituirono un indebolimento dell’unica forza che, non si fosse autoemarginata con un massimalismo di facciata ispirato alla rivoluzione bolscevica, avrebbe potuto costituire un’alternativa all’avventurismo delle forze nazionalistiche e reazionarie. Dunque, la grave crisi economico-finanziaria, il carovita, il fallimento delle lotte operaie, la delusione e la rabbia dei lavoratori per le numerose promesse di riforma non mantenute, la frustrazione delle aspirazioni nazionali ad un ruolo di potenza nel Mediterraneo che i trattati di pace avevano provocato e che certa stampa abilmente esaltava, il perdurare della componente nazionalistica ora eccitata dall’impresa dannunziana di Fiume, le inquietudini del vasto mondo piccolo-borghese frustrato nelle sue aspirazioni a condizioni economiche decorose e terrorizzato dall’avanzata e dalle pressanti richieste di emancipazione del proletariato, generavano un marasma che neanche Giolitti, richiamato ormai ottantenne al governo tra il’20 e il ’21, riproponendo il proprio riformismo riuscirà ad arginare. In tale marasma, i settori più retrivi della borghesia trovarono modo di sferrare un duro colpo al movimento operaio, liberandosi così del timore che le lotte di quegli anni avevano in loro suscitato. Di qui l’appoggio militare ed economico che il Partito fascista di Benito Mussolini ricevette, l’impunità di cui le “squadre fasciste” godettero nella loro opera di violenza nei confronti dei sindacati e dei partiti di sinistra e la presa del potere con la “Marcia su Roma”. Da questo punto in poi, gradualmente ma inesorabilmente, Mussolini procede alla costituzione di uno Stato totalitario (il solo momento di crisi di questo processo sarà l’assassinio del deputato socialista Matteotti, che aveva denunciato le violenze fasciste durante le elezioni del ’24, da parte degli squadristi fascisti, momento di crisi peraltro agevolmente superato). Il Partito fascista toglie rapidamente ogni spazio all’opposizione politica; la scuola e le organizzazioni giovanili vengono trasformate in strumenti di indottrinamento delle nuove generazioni; i sindacati vengono sciolti e i lavoratori inquadrati nei sindacati fascisti e nelle corporazioni. Lo stato fascista si presenta come totalitario in quanto tende a porre sotto controllo tutte le attività dei cittadini-sudditi. La stampa viene imbavagliata con censure, sospensioni delle pubblicazioni, sequestri, mentre il Ministero della cultura popolare invia ai giornali precise direttive su quali notizie pubblicare e, addirittura, sul rilievo tipografico da dare ad ogni singola notizia; la scuola è totalmente asservita, i professori costretti a giurare fedeltà al regime e ad indottrinare i giovani con i “valori” fascisti, formando cittadini devoti al regime fascista; l’esaltazione retorica della forza e del militarismo viene posta alla base dell’educazione anche extrascolastica dei giovani e perfino dei bambini che sono messi “in divisa” (viene istituita l’Opera Nazionale Balilla, nel ’37 ribattezzata Gioventù italiana del Littorio, con riferimento al fascio littorio, simbolo dell’antica Roma e adottato dal regime; questa organizzazione comprendeva i Balilla, 8-11 anni, i Balilla moschettieri, 12-13, gli Avanguardisti, 14-15, gli Avanguardisti moschettieri, 16-17, poi le Piccole italiane, 8-14, le Giovani italiane, 15-17, e i Figli della Lupa, bambini dai 6 agli 8 anni). Inquadrati, bambini e giovani dovevano partecipare ad attività ginnico-sportive, al servizio premilitare del sabato fascista e alle adunate obbligatorie della domenica, alle quali si partecipava in perfetta divisa per festeggiare qualche gerarca fascista in visita nella città o paese. (Ricordo sulla “camicia nera). Nella cosiddetta Carta del lavoro, approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nel 1927, che segna la nascita dello Stato corporativo, è scritto che la nazione è “una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista” e si parla di “conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori”. Una serie di provvedimenti  presi dopo il 1926 (dopo l’attentato al duce da parte del quindicenne Anteo Zamboni) portarono all’ulteriore fascistizzazione dello stato: tutte le associazioni e i partiti non fascisti furono sciolti, i deputati dell’opposizione furono dichiarati decaduti dal mandato parlamentare, fu ripristinata la pena di morte, fu istituito il confino di polizia e un Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In queste condizioni, un grande conformismo si diffuse nel paese e la lotta attiva contro il regime fu portata avanti da una ristretta élite costretta alla clandestinità o all’esilio o al carcere (Gramsci e altri).

 

    La Germania fu il luogo di nascita di un regime totalitario molto più feroce e ideologicamente strutturato e motivato; essa era attanagliata da una crisi ancora più grave di quella italiana, determinata dalla sconfitta subita e dalle sanzioni volute dai vincitori alla conferenza di Versailles. Alla fine della prima guerra mondiale, l’impero degli Hohenzollern crollò e la Germania si trasformò in una repubblica, la cosiddetta Repubblica di Weimar, nata tra il gennaio e l’agosto del ‘!9. Il periodo di gestazione dei nuovi ordinamenti repubblicani fu caratterizzato dalle lotte tra una minoranza comunista (la Lega di Spartaco) che aspirava ad una rivoluzione comunista, e una maggioranza anticomunista guidata dai socialdemocratici, che aspirava, invece, ad istituzioni di tipo liberal-democratico. I tentativi rivoluzionari dei comunisti furono stroncati dall’intervento dell’esercito, voluto dalla socialdemocrazia, durante la cosiddetta “settimana di sangue” (10-17 gennaio 1919), quando una sollevazione spartachista fu sanguinosamente repressa e gli stessi leader del movimento, K. Liebknecht e R. Luxemburg, furono trucidati. Alla base di tutto ciò vi erano, comunque, le gravi condizioni economiche determinate fondamentalmente dal comportamento degli alleati, che avevano portato avanti la guerra soprattutto per stroncare il capitalismo industriale tedesco e che, ottenuta la vittoria, cercavano ora d’impedirne la ripresa. La somma che la Germania doveva pagare per il risarcimento dei danni di guerra era stata stabilita in 132 miliardi di marchi , somma che non poteva essere pagata specie dopo che, nel ’23, la Francia e il Belgio avevano occupato il bacino della Ruhr, cuore dell’industria pesante tedesca. La Germania rispose all’invasione proclamando la resistenza passiva e aiutando poi lo sciopero dei lavoratori della Ruhr con la stampa di immense quantità di moneta che provocarono una fortissima inflazione (per farsi un’idea, basti pensare che, alla fine del ’23, un dollaro si scambiava con 4.200 miliardi di marchi).

    Queste condizioni produssero nei tedeschi una vera disperazione di cui approfittarono i movimenti nazionalistici e sciovinistici per intensificare la loro lotta antidemocratica. Fra questi movimenti, cominciarono ad emergere i nazionalsocialisti di Hitler, movimento abbastanza simile al fascismo italiano, dal quale si differenziava però per l’ideologia razzista antisemita, che tendeva ad imputare agli Ebrei la responsabilità delle sofferenze del popolo tedesco. Il colpo di grazia alla Repubblica di Weimar fu dato dagli effetti della crisi americana del ’29, che comportò il ritiro degli ingenti capitali che gli Usa avevano investito in Germania, consentendone la ripresa economica.

    Hitler prese il potere nel 1933 e avviò subito la costituzione di uno stato totalitario, con l’eliminazione dell’opposizione interna al partito (la “notte dei lunghi coltelli”), accentrando tutto il potere nelle proprie mani, sciogliendo tutti i partiti, facendo uccidere o arrestare tutti gli oppositori, a qualunque schieramento politico appartenessero. (L’azione hitleriana fu caratterizzata da una violenza inaudita e da una carica distruttiva tale da rasentare l’autodistruttività. Questo aspetto della personalità di Hitler è stato indagato in un bellissimo libro di Erich Fromm, intitolato Anatomia della distruttività umana. Il cap. XIII di quest’opera è intitolato “Aggressione maligna: Adolf Hitler, un caso clinico di necrofilia” e contiene un’analisi approfondita della personalità di Hitler, della sua infanzia, dei suoi rapporti con i genitori, della sua adolescenza, dei suoi rapporti con le donne).

    Fu avviata la costruzione dei campi di concentramento per l’eliminazione, all’inizio, degli oppositori politici e, successivamente, degli Ebrei e di altre categorie di “sottouomini” (Untermenschen). Questa categoria razzista è rintracciabile nel Mein Kampf (La mia battaglia) di Hitler, dove si trovano le basi ideologiche del cosiddetto “Nuovo ordine” che i nazisti volevano instaurare e che prevedeva la spartizione del mondo fra poche nazioni ritenute degne di esercitare la sovranità. Ai tedeschi, popolo superiore per eccellenza, popolo di signori, sarebbe naturalmente spettato il primo posto in questa nuova gerarchia mondiale, ma comunque a ciascuna delle nazioni privilegiate sarebbe stato riservato un grande spazio, nel quale esercitare la loro funzione di guida, usando i popoli sottomessi come schiavi, oppure eliminandoli con gli strumenti della fame, della sterilizzazione e dei campi di sterminio. In tale programma di annientamento, agli Ebrei spettava il primo posto: essi sarebbero stati uccisi in massa  secondo le modalità previste dalla cosiddetta “soluzione finale”.

    Vorrei soffermarmi su questa categoria sottouomini/superuomini che svolse un importante e triste ruolo sia nel periodo anteriore alla prima guerra mondiale sia in quello anteriore alla seconda guerra mondiale. Si tratta di un pregiudizio razzistico che alcuni intellettuali di quel tempo ammantarono di vesti filosofiche, proponendolo come naturale distinzione tra gli uomini, come riconoscimento di un superiore destino riservato dalla natura ad alcune personalità eccezionali. Abbiamo già sentito Hegel parlare di “individui cosmico-storici”, capaci di interpretare l’universale e a cui gli altri individui debbono obbedire. Indubbiamente, però, la categoria filosofica di superuomo nasce con Nietzsche. Ma Nietzsche, con tale categoria intendeva proporre non tanto una distinzione razzistica tra gli uomini quanto una trasformazione di tutta l’umanità, una trasvalutazione di tutti i valori, cioè una realtà in cui tutti gli uomini sarebbero diventati superuomini. Il travisamento e la lettura arbitraria di questa concezione nietzscheana nel corso dei primi decenni del Novecento hanno fatto sì che la categoria di superuomo venisse posta a base di una visione razzistica della vita, di una giustificazione del dominio di alcuni uomini su altri, di alcuni popoli su altri, collegando poi questa concezione con un altro fraintendimento, quello relativo a una lettura storico-sociologica del darwinismo che già a fine Ottocento aveva condotto alla teorizzazione del cosiddetto darwinismo sociale, alla giustificazione di una lotta per l’esistenza tra gli uomini e a un diritto di predominio di alcuni su altri. Uno scrittore italiano tra i più accesi sostenitori di questa visione della vita fu indubbiamente Gabriele D’Annunzio, il poeta-vate, l’eroe, che identificava vita e arte e voleva fare della vita un’opera d’arte, l’uomo dai gesti eccezionali, dalle studiatissime pose eroiche(6).

    Gli anni ’20 videro il formarsi di un altro stato totalitario, frutto della degenerazione della rivoluzione d’Ottobre con la presa del potere da parte di Stalin dopo la morte di Lenin avvenuta nel 1924. Anche Stalin diede vita ad una dittatura personale, eliminando i propri oppositori all’interno del partito (molti esponenti della vecchia guardia della rivoluzione furono eliminati), accentrando tutto il potere nelle proprie mani, presentandosi come capo carismatico, burocratizzando e centralizzando l’amministrazione dello stato, facendo processare con false accuse chiunque dissentisse anche su questioni marginali relative alle scelte politiche e deportando questi dissidenti nei Gulag, veri e propri campi di concentramento per la rieducazione  di chi si riteneva avesse deviato dall’ortodossia ufficiale, il cui depositario assoluto era da ritenersi Stalin in persona.

 

 

 

 

    Possiamo ora tentare di caratterizzare il termine “totalitarismo”, per individuare il tipo di realtà politiche  che esso indica e le sue radici storico-filosofiche, per cercare di misurare con chiarezza il valore di questo termine come categoria conoscitiva.

    Il termine totalitarismo, quando venga limitato al XX° sec., indica le realtà politiche di cui abbiamo accennato, vale a dire regimi che hanno a loro fondamento la mobilitazione delle masse e il loro assoggettamento ad un capo carismatico ritenuto depositario di una verità compiuta relativamente all’agire politico e morale; l’accentramento del potere nelle mani di tale capo carismatico; l’eliminazione di ogni opposizione politica; l’indottrinamento delle masse tramite la scuola e i moderni mezzi di comunicazione; l’imposizione di un’ideologia totalizzante che abbia la pretesa di spiegare ogni aspetto della vita e di dimostrare che la nascita del regime stesso è il necessario risultato del processo storico; l’identificazione del potere e della legge con la persona del capo (nei confronti del quale si sviluppa un vero e proprio “culto della personalità”); la presenza di un’organizzazione poliziesca di tipo terroristico; l’indicazione alle masse stesse di un nemico assoluto che è ritenuto causa di tutti i mali e l’approntamento di strumenti scientifici per la sua definitiva eliminazione.

    Ma vi è un altro aspetto, a mio parere fondamentale, che caratterizza le realtà politiche totalitarie ed è una concezione organicistica dello stato stesso e della società in generale, una concezione che identifica lo stato con un tutto unitario, in cui le varie parti trovano la loro funzione e la loro necessità solo nel legame col tutto, in cui ciò che conta veramente è l’organismo nella sua interezza, mentre i singoli individui sono concepiti come semplici appendici di questo organismo, come elementi che presi per sé non hanno alcun significato e possono dunque, quando sia necessario, essere sacrificati in nome della vita e dell’affermazione dell’organismo di cui fanno parte. E’ una visione olistica della vita e della società, nella quale alcuni individui sono da ritenersi superiori agli altri e destinati, quindi, a una funzione di predominio.

    Vedete, questa è un’idea che non nasce nel Novecento ma ha una lunga storia nello sviluppo del pensiero umano. C’è dunque una traccia filosofica che noi possiamo individuare e seguire, certo sinteticamente, fino al Novecento. Possiamo fare riferimento ad Anassagora, a Platone, a Plotino, al Rinascimento, quando il mondo cominciò ad essere rappresentato come un organismo corporeo e vivente, un vero e proprio macrocosmo in cui si rispecchia l’uomo, inteso come microcosmo; possiamo fare riferimento a Leibniz; possiamo fare riferimento agli idealisti tedeschi, specialmente al giovane Schelling e alla sua filosofia della natura, ma anche a Fichte e a Hegel; possiamo fare riferimento al Positivismo, specialmente a Spencer e a Comte che utilizzarono la metafora dell’organismo per spiegare il complesso delle interazioni tra gli individui nel corpo sociale (7).

 

 

 

 

 

    Tra gli autori che, da diversi punti di vista, hanno affrontato la problematica del totalitarismo, si distingue la pensatrice Hannah Arendt che, con l’opera Le origini del totalitarismo del 1951, ha tentato un’analisi esauriente del fenomeno, sia dal punto di vista storico-filosofico sia da quello economico-sociale. Arendt fa scaturire il fenomeno del totalitarismo dall’incontro tra un fattore politico-economico (l’imperialismo che si sviluppa tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento), un fattore ideologico-razzistico (l’antisemitismo che viene indagato attraverso un’approfondita analisi dell’affare Dreyfus) e un fattore di tipo sociale (lo svilupparsi della società di massa).

    La tesi fondamentale della Arendt è che, all’indomani della prima guerra mondiale, si verifica questo incontro delle esigenze imperialistiche, prettamente materiali, di sfruttamento delle risorse mondiali con i pregiudizi ideologici e le teorizzazioni della superiorità razziale di alcuni gruppi umani (quelli occidentali in generale e quelli ariani in particolare) e della conseguente inferiorità di altri;  che, inoltre, tale incontro avviene nell’ambito di una società in cui i caratteri della massificazione si erano ormai affermati, dando origine al tipico clima della nullificazione dell’individuo, della generalizzata sensazione della superfluità delle realtà individuali; tutto ciò può spiegare il sorgere degli stati totalitari che affermano il dominio assoluto come loro carattere fondante ed esercitano tale dominio con gli strumenti del terrore e dell’ideologia. Il terrore è il clima determinato da una polizia segreta onnipresente che scruta la società e l’individuo fin negli aspetti più intimi della vita, contribuendo così all’accentuazione dell’atomizzazione e dell’isolamento degli individui. Il terrore è anche la realtà che si determina nei campi di concentramento (altro elemento specifico degli stati totalitari). A questo proposito, Arendt parla dei campi di concentramento nazisti come realtà infernale, “in cui l’intera vita era sistematicamente organizzata per infliggere il massimo tormento possibile […]. Le masse umane segregate in essi sono trattate come se non esistessero più, come se la sorte loro toccata non interessasse più nessuno, come se fossero già decedute e uno spirito maligno impazzito si divertisse a trattenerle per un po’ fra la vita e la morte, prima di ammetterle alla pace eterna”. Il totalitarismo, tramite i campi di concentramento, prima ancora che con la tortura e la morte fisica, “uccide l’uomo nello spirito, rendendolo un essere superfluo e senza nome”. In questo senso, dice Arendt, “il tentativo totalitario di rendere superflui gli uomini riflette l’esperienza delle masse moderne […]. La società dei morenti [cioè il campo di concentramento], in cui la punizione viene inflitta senza alcuna relazione con un reato, lo sfruttamento praticato senza un profitto, il lavoro compiuto senza un prodotto, è un luogo dove quotidianamente si crea l’insensatezza”, anche se in realtà è proprio questa insensatezza a costituire la base logica e il senso del progetto totalitario di eliminazione finale del nemico assoluto (8).

    Centro organizzativo della vita nel regime totalitario è il partito unico, controllato dal capo supremo. La volontà del capo è la fonte della legge e si irradia lungo una struttura gerarchizzata e autoritaria; dunque, alla base della vita sociale e politica vi è l’arbitrio e l’assenza di ogni traccia di dialettica democratica, anzi vi è la progressiva distruzione della democrazia. I cittadini vivono in una condizione di atomizzazione, di isolamento, privati, con l’instaurazione di un clima di paura e di sospetto, di ogni contatto sociale e di ogni partecipazione politica. Tipica di questa situazione di paura, di sospetto e di isolamento è la delazione, la denuncia di atteggiamenti sovversivi o anche semplicemente di comportamenti anticonformistici da parte del vicino di casa o, addirittura, dello stesso parente.  (tornerò sulla Arendt).

   

    Un altro studioso che ha analizzato il totalitarismo è Jacob Talmon che, nelle Origini della democrazia totalitaria, del 1952, indica il concetto di volontà generale teorizzato da Rousseau e la concezione di una società perfettamente omogenea come i responsabili dell’adozione di logiche collettive e dispotiche.

    Anche Karl Popper, un pensatore che si è occupato prevalentemente di filosofia della scienza, nell’opera La società aperta e i suoi nemici, del 1945, individua il nemico principale della società aperta nella tendenza all’utopia, cioè in tutte le concezioni di società perfetta che automaticamente immobilizzano la storia e le sue possibilità e chiudono la società. Fra i nemici della società aperta, Popper colloca Platone, Rousseau, Hegel e Marx. Amici della società aperta sono, invece, tutti quei teorici che non pongono vincoli alle potenzialità individuali, che non cercano di bloccare il mutamento sociale, che non hanno soluzioni precostituite per quel che si produrrà in futuro.

 

 

 

    Secondo Arendt, la minaccia del totalitarismo non viene meno con il crollo dei regimi dopo la seconda guerra mondiale, non solo nel senso che determinati stati totalitari continueranno ad esistere anche dopo la guerra, come lo Stato sovietico ed altri stati ad esso legati, ma anche nel senso che il totalitarismo costituisce un costante pericolo, una potenzialità continuamente incombente. Come dobbiamo intendere questo secondo senso noi che viviamo nel mondo occidentale, negli stati democratici dove non sembra esserci più pericolo di dittature? Il fatto è che il concetto di totalitarismo non si esaurisce nel suo contenuto dittatoriale, poliziesco e terroristico, ma presenta un altro volto possibile, un’altra modalità di esistenza che costituisce una minaccia ancora più pericolosa. Quest’altro volto è il totalitarismo come sistema basato sulla condizione di isolamento degli uomini nella società di massa e sul conformismo di idee, costumi, atteggiamenti, modalità rituali di  partecipazione che rischiano di generare una situazione di vita unidimensionale che risponde bene agli interessi dei grandi centri produttivi che mirano, tramite il condizionamento mediatico, alla realizzazione di una società basata sul conformismo consumistico, ma che rischia di “ghettizzare” gli individui in una modalità esistenziale ottusa, in cui le ricchezze critiche individuali tendono a sfumare e il singolo ad essere inglobato in una totalità esistenziale omogenea. Anche questa è una “mobilitazione” delle masse, il loro inserimento in una realtà organica, in cui si perviene al sentimento della superfluità dell’individuo e dove il comportamento originale è considerato una stranezza, una devianza rispetto al comportamento uniformato della massa. Certo, questo obiettivo non è realizzato con la violenza, con l’intervento dell’esercito o della polizia, ma ciò non toglie che esista il pericolo di ritrovarsi a vivere in una società “totalitaria” in cui la libertà individuale consiste nell’uniformarsi alla società e alle sue aspettative.

    Nel 1964 Herbert Marcuse, esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte nata nel 1923, pubblicò L’uomo a una dimensione (trad. it. Torino 1967), un’opera destinata ad avere un grande successo tra i giovani negli anni della contestazione. In questo libro, Marcuse si proponeva di dimostrare come la società industriale contemporanea tenda ad essere “totalitaria”. Nella odierna realtà industriale, dice Marcuse, il dominio della società sull’individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stato nel passato; tant’è vero che questo tipo di società sa domare le forze centrifughe per mezzo della Tecnologia piuttosto che del Terrore. Infatti, prosegue Marcuse, il termine totalitario non si applica solo ad un’organizzazione terroristica della società, ma anche ad un’organizzazione economico-tecnica, non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti. In altre parole, il volto totalitario della società odierna risiede nel fatto che essa impone le sue esigenze economiche e politiche sul “tempo di lavoro” come sul “tempo libero”. Ruolo centrale in questa organizzazione ha il sistema dei media che condiziona le persone sino a far loro ritenere come propri i bisogni imposti dalla propaganda. Il condizionamento produce un appiattimento dell’individuo sulla società, un appiattimento chiaramente “unidimensionale”, perché se il lavoratore e il suo capo assistono al medesimo programma televisivo, se la dattilografa si trucca e si veste come la figlia del padrone, se tutti leggono lo stesso giornale, ecc. – tutto ciò non significa la scomparsa delle classi, ma solo che gli individui odierni, al di là delle persistenti disuguaglianze, risultano accomunati da una medesima “introiezione” dell’universo di bisogni e di idee che fa comodo alle élites dominanti. Il risultato di tutto questo, dice Marcuse, non è tanto l’adattamento, quanto la mimesi: un’identificazione immediata dell’individuo con la sua società, con la società come un tutto, tant’è vero che “le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà”, senza essere capaci di distinguere criticamente fra bisogni “veri” e bisogni “falsi”. I bisogni falsi sono quelli sovrimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione, sono i bisogni che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. Dice Marcuse: la maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, vale a dire seguendo le indicazioni condizionanti dei media, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono alla categoria dei bisogni falsi. Il carattere sostanzialmente totalitario e unidimensionale della presente società non è smentito secondo l’autore, dal carattere “democratico” di questa stessa società, dal carattere “tollerante” delle istituzioni politiche occidentali. Scrive Marcuse(9): “Non soltanto una forma specifica di governo o di dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può essere benissimo compatibile con un “pluralismo” di partiti, di giornali, di ‘poteri controbilanciantisi’” (pag. 34). Al di fuori del sistema in cui vive, l’individuo non riesce a scorgere altri possibili e differenti modi di esistere e di pensare, ma anche se li scorge è indotto a ritenerli “fantasie inconsistenti”, “astrazioni utopiche” dalle quali la sua mente “concreta” e “scientificamente educata” deve rifuggire. Scrive, a questo proposito, Marcuse: “La tela di ragno del dominio è diventata la tela della Ragione stessa, e la società presente è fatalmente invischiata in essa. Ed i modi trascendenti del pensiero appaiono trascendere la stessa Ragione” (p. 181). La filosofia che corrisponde a questo tipo di società e ne costituisce una delle strutture portanti, è il “pensiero positivo”, al quale egli contrappone il suo “pensiero negativo”. Nello scientismo neopositivistico Marcuse scorge la sconfitta di ogni pensiero della protesta e il trionfo di una “filosofia a una dimensione”.

 

 

    A livello artistico, poi, una famosissima rappresentazione della società totalitaria è stata delineata da George Orwell nel romanzo 1984, dove si trova la descrizione di una situazione in cui il potere è un’entità  onnipresente e onnipotente che esercita un controllo assoluto sugli individui, condizionandoli totalmente tramite un’organizzazione scientifica della produzione materiale ma anche di quella culturale e intellettuale. Gli individui sono controllati persino nei loro gesti quotidiani, all’interno della propria casa dove sono situati  grandi schermi che trasmettono notizie ma possono anche osservare i movimenti delle persone. Il “Grande Fratello”, simbolo del partito unico al potere, organizza e controlla tutto e, attraverso l’opera della Psicopolizia, perviene alla conoscenza dei segreti più riposti di ognuno, utilizzandoli poi per il condizionamento totale dell’individuo. Il controllo e il condizionamento prevedono persino la finzione dell’esistenza di un’organizzazione di oppositori che si prefigge l’abbattimento della società del “Grande Fratello” ma che serve, in realtà, a indurre i potenziali oppositori (come Winston, il protagonista) a scoprirsi, ad essere quindi arrestati e poi torturati fino alla capitolazione totale della loro personalità. Rieducato e condizionato nelle sue più profonde convinzioni, inebetito, il protagonista accetterà volontariamente la sua integrazione nella società. Il condizionamento culturale è opera di un Ministero della Verità che procede alla sistematica falsificazione delle notizie relative agli accadimenti remoti e  recenti, in modo tale da riscrivere la storia piegandola agli interessi presenti del potere. La mobilitazione della popolazione avviene nel più classico dei modi, vale a dire individuando, di volta in volta, un nemico esterno, con cui il proprio stato è in guerra, che mette in serio pericolo la patria e sviluppa così il senso dell’appartenenza e dell’integrazione con la società, un vero e proprio amore per il “Grande Fratello” che garantisce protezione e sicurezza.

 

 

    Cercavo di dirvi all’inizio che il Novecento non è stato solo il secolo dei totalitarismi (e tenete presente oltretutto che molti pensatori non riconoscono una valenza conoscitiva a tale categoria interpretativa, sostenendo la sua genericità e il suo astrarre dalle condizioni specifiche di ogni singolo totalitarismo, accomunando regimi di origini diversissime); ma, indubbiamente, il Novecento è stato anche il secolo dei totalitarismi. Ora questo secolo è trascorso. Posiamo dire che esso in qualche modo ci lascia qualche eredità, qualche insegnamento relativamente a questo problema che siamo venuti affrontando? Io direi di sì. Se noi teniamo conto dei due volti possibili dei totalitarismi, possiamo sicuramente affermare che una caratteristica di fondo di qualunque situazione totalitaria sia la pretesa di affermare una verità assoluta  nel campo socio-economico, in quello politico-ideologico e in quello filosofico, di indicare con certezza indiscutibile la strada che tutti, assolutamente tutti devono seguire nel campo materiale e in quello etico. Non a caso, i regimi totalitari sono sempre caratterizzati dall’immancabile figura del capo carismatico che, in quanto detentore della verità, ha il compito e il diritto di indicare ai sudditi la strada da seguire, e, in quanto superiore agli altri individui, diventa modello per tutti gli altri uomini. Accanto a tale caratteristica, un’altra si presenta sempre negli stati totalitari, vale a dire la strumentalizzazione della cultura, la sua utilizzazione come strumento del potere, come strumento non di creatività artistica libera, bensì di trasmissione dell’unica verità detenuta dal potere, come strumento di indottrinamento e di uniformizzazione delle persone. Negli stati totalitari, cioè, gli intellettuali si trasformano da menti critiche dedite all’infinita ricerca di una verità sempre provvisoria in comunicatori di formule definitivamente stabilite e sempre valide.

    Ecco, un importante insegnamento che, a mio parere, il Novecento ci lascia in eredità è il saper essere disincantati di fronte alle certezze definitive, il non accettare verità prestabilite e valide per tutti definitivamente, il difendere sempre lo spirito critico, l’autonomia e la diversità tra gli uomini. Per questo vorrei concludere questa lezione citando una poesia di Montale che mi piace molto e che, a mio parere, sintetizza questo necessario disincanto (10):

 

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agli altri e a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CONCETTO DI  TOTALITARISMO

 

Note

 

 

Aspetti filosofici. La concezione organicistica

 

 

(7) “E poiché le parti del grande e del piccolo sono uguali in molteplicità, anche perciò in ogni cosa saranno tutte le cose e non sarà possibile che siano a parte, ma tutte le cose hanno parte di ciascuna. E non essendo possibile che vi sia il minimo assoluto, non potrebbe nemmeno venir separato, né  venir ad essere di per sé ; ma come era in principio, così anche ora tutte le cose sono insieme. E in tutte sono contenute molteplici cose”. (Anassagora, fram. 6).

 

“[…] se le classi degli uomini d’affari, degli ausiliari, dei guardiani si occupano soltanto della loro attività, quando ciascuna di esse esplica il compito suo entro lo stato, questo fatto […] sarà la giustizia e […] renderà giusto lo stato. […] e così abbiamo fondato uno stato, il più perfetto possibile, ben sapendo che in uno stato buono si sarebbe trovata la giustizia. […] uno stato ci è sembrato giusto quando le tre classi di nature in esso esistenti esplicavano ciascuna il compito suo […]. Ora, dissi, non siamo necessariamente costretti a riconoscere che entro ciascuno di noi esistono i medesimi aspetti e caratteri che esistono nello stato?” (Platone, La Repubblica, IV, XI).

 

    “Si deve dunque riconoscere che ciascuna cosa  possiede una sua […] potenza, in quanto è formata e configurata nel tutto che è animato: perciò essa è contenuta da questo universo ed è parte dell’animato” (Plotino, Enneadi, Milano 1992, V, 9, 3; p.933).

    “Se c’è molteplicità è necessario che ci sia prima l’Unità (VI). Qual è dunque il generatore, che è semplice e anteriore a questa molteplicità ed è causa del suo essere e dell’esser così molteplice, ed è creatore del numero? Poiché il numero non è primo, giacché prima della dualità c’è l’Uno, e la dualità è seconda (V, 1). Bisogna che prima di tutte le cose ci sia questo essere semplice e diverso da tutti gli esseri successivi a lui (V, 4). Bisogna che prima del molteplice vi sia l’Uno” (V, 12).

    Che è dunque l’essere? La potenza di tutte le cose, mancando la quale tutte mancherebbero […]. Pensa una fonte che non abbia altro principio, ma lo dia essa a tutti i fiumi, senz’essere esaurita dai fiumi, ma restando in sé tranquillamente […]. Ovvero la vita di un grand’albero, che si propaga per tutto l’albero, rimanendo in sé il principio e non dividendosi per tutto l’albero, ma risiedendo quasi nella radice: essa dunque porge tutta la vita molteplice all’albero; ma resta in sé essa, non molteplice bensì principio della molteplice; e non è un miracolo. O anzi è miracolo come la molteplicità della vita venga dal non molteplice” (III, 8).

 

 

    Nella natura delle cose non c’è  niente di contingente, ma tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura ad esistere e ad operare in qualche modo” (B. Spinoza, Etica, Torino 1959, p. 49).

 

    “Tutto è pieno nella natura. Vi sono sostanze semplici dappertutto, separate effettivamente l’una dall’altra da azioni proprie, che cambiano continuamente i loro rapporti; e ogni sostanza semplice, o monade distinta che forma il centro di una sostanza composta […] è circondata da una massa, composta da un’infinità di altre monadi che costituiscono il corpo proprio di codesta monade centrale. Questa si rappresenta le cose che si trovano fuori di lei secondo le affezioni di questo corpo, in cui si trova come al centro. E il corpo di cui parlo è organico quando forma una sorta di automa, o di macchina naturale, che è macchina, non soltanto nell’insieme, ma anche nelle sue parti più piccole che vi si possano isolare. E poiché a causa della pienezza del mondo tutto è collegato, e ogni corpo agisce su ciascun altro […] e ne subisce la reazione, ne consegue che ogni monade è uno specchio vivente […] che rappresenta l’universo secondo il proprio punto di vista, regolato allo stesso modo dell’universo medesimo”. (G. W.Leibniz, Regno della natura e regno della grazia, citato in Grande Antologia filosofica, Milano, vol. XIII, p.264).

 

    “Il compito del diritto pubblico e dell’intera filosofia del diritto è quello di trovare una volontà che in nessun modo possa essere diversa dalla volontà comune […]. A mia conoscenza finora si è elaborato il concetto della totalità statale soltanto attraverso l’aggregazione ideale dei singoli, vietandosi con ciò l’intendimento reale della natura di questo rapporto […] Non si comprende una vera riunione finché non si è mostrato un nesso vincolante, fino a che non si è mostrato il necessitante nel pensiero […]. L’uomo soltanto nell’unione statale consegue una condizione determinata nella serie delle cose, un punto d’appoggio nella natura; e ciascuno ottiene questa condizione determinata rispetto agli altri ed alla natura soltanto perché si trova in questa unione determinata” (J.G. Fichte, Fondazione del Diritto Naturale secondo i principi della Dottrina della Scienza, citato in Grande Antologia filosofica, a cura di L. Pareyson, Milano, pp.982-984).

 

    “La parola ‘popolo’, dal punto di vista di un mondo spirituale, significa: quel complesso di uomini conviventi permanentemente e permanentemente riproducenti se stessi sia naturalmente che spiritualmente, sotto una speciale legge di sviluppo dell’elemento divino che esso ha in sé. La comunanza di questa speciale legge è appunto ciò che cementa questo complesso di uomini nel mondo eterno e quindi anche nel mondo temporaneo, facendone un tutto organico completamente pervaso di sé”. (J. G. Fichte, Discorsi alla nazione tedesca, Torino 1965, cap. VIII).

 

 

   Si veda G. W. F. Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto, Bari 1987:

 

     “Lo stato è la realtà dell’idea etica, lo spirito etico, inteso come volontà sostanziale, manifesta, evidente a se stessa, che pensa e conosce sé e porta a compimento ciò che sa e in quanto lo sa” [§ 257].

    “Lo stato inteso come la realtà della volontà sostanziale […] è il razionale in sé e per sé. Questa unità sostanziale è assoluto immobile fine a se stesso, nel quale la libertà perviene al suo supremo diritto, così come questo fine ultimo ha il supremo diritto di fronte agli individui, il cui supremo dovere è di essere membri dello stato. […] giacché lo stato è spirito oggettivo, l’individuo stesso ha oggettività, verità ed eticità soltanto in quanto è un membro del medesimo. L’unione come tale è essa stessa il verace contenuto e fine, e la destinazione degli individui è di condurre una vita universale; l’ulteriore loro particolare appagamento, attività, modo del comportamento ha per suo punto di partenza e risultato questo elemento sostanziale e universalmente valido” [§ 258].

 

 

    “Nel corso della storia un momento essenziale è costituito dalla conservazione di un popolo, di un stato, degli aspetti organizzati della sua vita. E l’attività degli individui consiste nel prender parte all’opera collettiva e nel contribuire a farla essere nelle sue forme particolari […]. Non prendiamo qui in esame la posizione degli individui nell’ambito del complesso etico e il loro contegno morale, il loro dovere; quel che ci interessa è solo lo sviluppo, il procedere, l’elevarsi dello Spirito a un concetto più alto di se stesso”.

(G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol.I, Firenze 1973, p.87)

 

    Mussolini, nel già citato La dottrina del fascismo esponeva anche la concezione fascista dello stato: “Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono ‘pensabili’ in quanto nello Stato. […] Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello Spirito. […] Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio”.

 

 

 

 

Crisi della scienza e della ragione

 

 

 

(1)    Il filosofo H. Bergson così si esprime nella Introduction à la mètaphysique del 1903:

“C’è almeno una realtà che afferriamo tutti dal di dentro, per intuizione e non per semplice analisi. E’ la nostra persona nel suo scorrere attraverso il tempo. E’ il nostro io che dura”.

 

Ne L’evoluzione creatrice, Mondadori, p.168, così scrive: “L’intelligenza – per mezzo della scienza, che è opera sua – ci rivela in modo sempre più completo i segreti delle operazioni fisiche. Della vita ci dà […] solo una traduzione in termini di inerzia. Essa le gira intorno, prendendo, all’esterno, il maggior numero possibile di istantanee su tale oggetto, che essa attrae a sé, invece di penetrare in esso. Nell’intimo stesso della vita potrebbe condurci, invece, l’intuizione, cioè l’istinto divenuto disinteressato, cosciente di sé, capace di riflettere sul proprio oggetto e di ampliarlo indefinitamente”.

 

 

         “La scienza in ciò è benefica, in cui si proclama fallita. Essa ha confermata la sanzione della morte. Ha risuggellate le tombe. […] Il rimprovero che le si fa, è il suo vanto. O meglio sarà, quando da questa negazione il poeta sacerdote avrà tratta l’affermazione morale: il poeta, cioè il fanciullo che d’or innanzi veda, con la sua profonda stupefazione, non più la parvenza ma l’essenza. Chi sa immaginare le parole per le quali noi sentiremo di girare nello spazio? Per le quali noi sentiremo di essere mortali? Perché noi sappiamo e questo e quello; non lo sentiamo. Il giorno che lo sentiremo … saremo più buoni” (G. Pascoli, L’era nuova, X, citato in M. Pazzaglia, Gli autori della letteratura italiana, Zanichelli, 1997, p.56).

 

    A proposito della crisi delle scienze, così si esprimeva Husserl: “L’esclusività con cui, nella seconda metà del secolo XIX, l’intera visione del mondo dell’uomo moderno si lasciò determinare dalle scienze positive, e illudere dalla prosperità che promettevano, significò un ritrarsi indifferente dalle questioni decisive per una genuina umanità. Scienze puramente fattuali formano uomini puramente fattuali. […] Nella nostra miseria esistenziale, così ci vien detto, codesta scienza non ha nulla da dirci. Essa esclude, in linea di principio, proprio le questioni brucianti per l’uomo che, nel nostro tempo infelice, è sottoposto a rivolgimenti fatali: le questioni del senso, o della mancanza di senso, di tutta questa esistenza umana. […] Che cosa ha da dirci la scienza su ragione e assenza di ragione, che cosa su noi uomini come soggetti di […] libertà? La pura e semplice scienza dei corpi, ovviamente, nulla: essa astrae da tutto ciò che è soggettivo” (E.Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, I, 2).

 

 

 

Superomismo e razzismo

 

 

 

(2) “[…] Ora, sono i grandi individui cosmico-storici che afferrano questo universale e ne fanno il loro fine, che traducono in atto quella finalità che è conforme al superiore concetto dello spirito. In quanto tali essi sono da chiamarsi eroi. Essi attingono il loro fine e la loro missione non dal sistema tranquillo e ordinato […]. La loro giustificazione non è nello stato di cose esistente; è un’altra sorgente quella a cui attingono. E’ lo spirito nascosto, che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo, che non è ancora progredito ad esistenza attuale ma che vuole prorompervi […]. Loro compito era conoscere questo universale, cioè il grado necessario e supremo del loro mondo, proporselo come fine e mettere in esso la loro energia. Essi hanno attinto a se medesimi l’universale che hanno recato in atto, ma esso non è stato inventato da loro, bensì è esistito eternamente. […] essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti […] esprimono ciò di cui è giunta l’ora […] sanno quel che si tratta di fare […]. Gli altri debbono loro obbedire”.

(G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I, Firenze 1973, pp. 87-91).

 

 

    (3) Lo storico Salvatorelli, nella sua Storia del Novecento del 1958, scrive: “C’era un po’ dappertutto in Europa una gioventù annoiata della vita comune ordinata e tranquilla, una gioventù insofferente del compito quotidiano, stanca di esercizi intellettuali che le apparivano quasi onanistici, e anche disgustata dalla bassezza morale troppo spesso affiorante in un mondo assetato di benessere, avido di guadagno. Questa gioventù aspirava a riempire il suo vuoto interiore con un compito impostole da un’autorità superiore, voleva elevare il tono della propria vita spirituale con un soffio di eroismo. […]. Al momento della guerra, queste aspirazioni vaghe, ma anche impetuose, non potevano sboccare se non in un  bellicismo spinto fino al furore e all’odio contro il nemico”.

 

 

    (4) Il primo teorico del razzismo contemporaneo fu il francese Joseph-Arthur de Gobineau che tra il 1853 e il 1855 pubblicò un’opera intitolata Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, in cui imputava la presunta degenerazione della specie umana al fatto che i fondatori di civiltà, e in particolare gli Arii, si erano mescolati con i popoli vinti, e avevano così compromesso, insieme con la purezza del sangue, le proprie superiori qualità  morali e mentali.

 

 

    (5) Filippo Tommaso Marinetti così si esprimeva nel suo Manifesto del Futurismo, pubblicato il 22 febbraio 1909 sul giornale francese “Le Figaro”: “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. La letteratura esaltò, fino ad oggi, l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno. […] Non v’è  più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia dev’essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo. […] Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria”.

(Cit. in Pazzaglia, Gli autori della letteratura italiana, p.275).

 

    Vale la pena, a questo proposito, sentire anche Benito Mussolini ne La dottrina del fascismo, uno scritto realizzato nel 1932 in collaborazione col filosofo Giovanni Gentile per l’Enciclopedia italiana curata da quest’ultimo: “Anzitutto il fascismo […] non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo. […] Questo spirito antipacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degli individui. L’orgoglioso motto squadrista ‘me ne frego’, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano.

 

    E’ interessante sentire, per quel che concerne tali temi, il filosofo B. Croce nella sua Storia d’Europa nel sec. XIX: “L’antiparlamentarismo, l’antidemocraticismo, l’antiliberalismo venivano in voga […] si presero volentieri le vie insidiose del misticismo e dell’irrazionalismo. […] Le condizioni a ciò propizie stavano già nelle stesse forze del mondo moderno, nella sua infaticabile attività di imprese industriali e commerciali, di scoperte tecniche, di macchine sempre più potenti, di colonizzamenti e sfruttamenti economici. […] Apportavano il loro contributo all’esaltazione della violenza le teorie degli etnologi e degli pseudostorici sulle lotte delle razze […] di razze germaniche e latine, slave e scandinave o iberiche o elleniche, come non solo fatti reali ma valori naturali da asserire l’uno contro gli altri, e con la sottomissione o lo sterminio degli altri. La guerra, il sangue, le stragi, le durezze, le crudeltà non erano più oggetto di deprecazione e di ripugnanza e di obbrobrio, ma, come cose necessarie ai fini da conseguire, si facevano accettevoli e desiderabili, e si rivestivano di una certa attrazione poetica, e perfino davano qualche brivido di religioso mistero, per modo che si parlava della bellezza che è nella guerra e nel sangue e dell’eroica ebbrezza che solo per quella via all’uomo è dato celebrare e godere. Si può designare questo ideale con la parola, che già si viene qua e là pronunziando, di “attivismo…”

 

 

 

 

 

 

    (6) “L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra dell’abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione […]. Io amo colui che vive per la conoscenza e vuole conoscere, affinché un giorno viva il superuomo. Io amo colui che lavora e inventa, per costruire la casa al superuomo. […] Io amo colui che ama la sua virtù: giacché virtù è volontà di tramontare e una freccia anelante”.

(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano1978, pp. 9-10).

 

    Si può notare il diverso modo in cui D’Annunzio intende il concetto di superuomo in queste righe tratte da Le vergini delle rocce: “Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliando e ornando nel futuro. Il mondo quale oggi appare è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare”.

 

 

 

Totalitarismo

 

    (8) Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996, p. 620

 A questo proposito, Arendt parla dei campi di concentramento nazisti come realtà infernale, “in cui l’intera vita era sistematicamente organizzata per infliggere il massimo tormento possibile […]. Le masse umane segregate in essi sono trattate come se non esistessero più, come se la sorte loro toccata non interessasse più nessuno, come se fossero già decedute e uno spirito maligno impazzito si divertisse a trattenerle per un po’ fra la vita e la morte, prima di ammetterle alla pace eterna”. Il totalitarismo, tramite i campi di concentramento, prima ancora che con la tortura e la morte fisica, “uccide l’uomo nello spirito, rendendolo un essere superfluo e senza nome”. In questo senso, dice Arendt, “il tentativo totalitario di rendere superflui gli uomini riflette l’esperienza delle masse moderne […]. La società dei morenti [cioè il campo di concentramento], in cui la punizione viene inflitta senza alcuna relazione con un reato, lo sfruttamento praticato senza un profitto, il lavoro compiuto senza un prodotto, è un luogo dove quotidianamente si crea l’insensatezza”, anche se in realtà è proprio questa insensatezza a costituire la base logica e il senso del progetto totalitario di eliminazione finale del nemico assoluto.

 

 

    (9) “Non soltanto una forma specifica di governo o di dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può essere benissimo compatibile con un “pluralismo” di partiti, di giornali, di ‘poteri controbilanciantisi’” ( H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Torino, 1967,pag. 34).

 

 

    “La tela di ragno del dominio è diventata la tela della Ragione stessa, e la società presente è fatalmente invischiata in essa. Ed i modi trascendenti del pensiero appaiono trascendere la stessa Ragione” ( Ivi, p. 181).

 

 

 

 

(10)

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agli altri e a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

(E. Montale, da Ossi di seppia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

La concezione organicistica

 

Anassagora, frammenti.

Platone, La Repubblica.

Plotino, Enneadi.

B. Spinoza, Etica.

G. W.Leibniz, Regno della natura e regno della grazia.

J.G. Fichte, Fondazione del Diritto Naturale secondo i principi della Dottrina della Scienza.

G. W. F. Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto.

G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia.

Mussolini, La dottrina del fascismo.

 

 

Crisi della scienza e della ragione

 

H. Bergson, Introduction à la mètaphysique.

H. Bergson, L’evoluzione creatrice, Mondatori.

G. Pascoli, L’era nuova, X, citato in M. Pazzaglia, Gli autori della letteratura italiana, Zanichelli, 1997.

E.Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale.

 

 

Superomismo e razzismo

 

G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia.

L. Salvatorelli, Storia del Novecento.

Joseph-Arthur de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane.

Filippo Tommaso Martinetti, Manifesto del Futurismo.

B. Croce, Storia d’Europa nel sec. XIX.

Benito Mussolini, La dottrina del fascismo.

F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano1978.

D’Annunzio, Le vergini delle rocce.

Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana.

 

Totalitarismo

 

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996.

H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Torino, 1967.

Jacob Talmon, Origini della democrazia totalitaria, 1952.

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1945.

George Orwell, 1984

E. Montale, Ossi di seppia.