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Brunetta revolution

 

Manovra finanziaria e università

 

Maledetti professori

 

Povera scuola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Brunetta revolution

Da un'intervista concessa dal Ministro all'Espresso

Adesso le fanno la "ola", assaporano il giustizialismo; ma quando sarà il momento dei sacrifici veri, non teme che il corpaccione pubblico le si rivolti contro? "Il paese  ha bisogno di servizi pubblici - sanità, scuola, sicurezza - efficienti. L'assenteismo e gli scandali che emergono nel pubblico non ci sono nel privato. Perchè? Perchè lì c'è un padrone. Io voglio introdurre le regole del privato nel pubblico".

Vuol dire anche far entrare soggetti privati nei servizi pubblici? "Penso che alcuni servizi pubblici possano essere anche forniti dai privati. Per esempio le carceri: abbiamo tanti villaggi turistici dismessi, riconvertiamoli affidandoli a controllori privati".

Quali altri? Tutti, anche la scuola: mettiamo in concorrenza la pubblica e la privata, introduciamo le regole di mercato. Oggi, chi manda un figlio alla scuola privata, paga due volte, con le tasse e con la retta. Domani, diamo sgravi fiscali a chi utilizza la scuola privata. Così sarà il mercato a decidere quale delle due deve chiudere".

E' di questi giorni la notizia di una circolare del ministro che stabilisce ciò che già era previsto, vale a dire l'obbligo della visita fiscale anche per un solo giorno di malattia poiché il nostro eroe vuole colpire duramente i "fannulloni". Ma i fannulloni abitano altre stanze, più vicine al Ministero che non alle scuole. La vera novità della circolare è la decurtazione dello stipendio in caso di malattia: per la precisione, nei giorni di malattia al lavoratore sarà corrisposto solo il salario base, senza le varie indennità. Così abbiamo trovato il modo di diminuire gli stipendi già vergognosamente bassi, altro che aumentarli. Il ministro dice che vuole difendere i lavoratori onesti dai furbi, ma è chiaro che la decurtazione dello stipendio riguarderà anche i lavoratori onesti quando si ammaleranno.

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Manovra finanziaria e università

Con la diminuzione del Fondo di finanziamento ordinario di 450 milioni di euro in 4 anni ed il blocco anche del turn-over le Università sono di fronte a tagli e al rischio di essere privatizzate.

Le prime difficoltà inizieranno a manifestarsi già tra qualche mese, con la sospensione di alcuni bandi per dottorati di ricerca. Poi, dall'anno accademico 2009-2010, varie università saranno costrette ad aumentare le tasse di iscrizione. Nei tre anni successivi, però, far quadrare i conti sarà sempre più difficile, tanto che qualcuno potrebbe non riuscire nemmeno a pagare gli stipendi ai dipendenti. Che nel frattempo saranno migliaia in meno rispetto ad oggi, perché i vincoli alle assunzioni saranno strettissimi.

A dipingere questo scenario catastrofico sono i rettori italiani, che hanno bocciato all'unanimità molte delle novità introdotte il 25 giugno dal governo con il decreto che anticipa la manovra Finanziaria. La riduzione dei finanziamenti al settore universitario, dicono, potrebbe rivelarsi insostenibile. Una preoccupazione condivisa anche da studenti e sindacati, che sperano in modifiche al testo durante il passaggio in Parlamento per la conversione in legge.

Partita un po' in sordina, la contestazione alla cura dimagrante imposta agli atenei si sta diffondendo. Nonostante la disponibilità all'apertura di un tavolo di confronto con le parti mostrata dal ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, l'inquietudine di rettori, docenti, personale amministrativo e studenti rimane. Anche perché le novità su cui discutere saranno molte: dagli interventi sugli stipendi alla possibilità di trasformare le università in Fondazioni, e cioè in enti di diritto privato.

Limiti alle assunzioni e tagli ai finanziamenti. Il Consiglio dei ministri ha deciso che anche l'università dovrà fare la sua parte per contribuire al risanamento dei conti pubblici. Lo strumento principale scelto per ridurre le spese è l'imposizione di grossi limiti al turnover: fino al 2011 le assunzioni dovranno essere contenute entro il 20% delle cessazioni dal servizio. In sostanza, ci potrà essere un contratto a tempo indeterminato ogni cinque pensionamenti. Dal 2012 il tetto salirà invece al 50%, cioè un'assunzione ogni due pensionamenti.

 


Le università non trarranno però benefici dalle minori spese. Parallelamente, a partire dal prossimo anno, verrà infatti ridotto il Fondo di finanziamento ordinario, che oggi ammonta a circa 7 miliardi di euro. Nel 2009 lo Stato diminuirà i propri versamenti di 63,5 milioni di euro ma questa cifra salirà fino a 455 milioni nel 2013, per un totale di quasi 1,5 miliardi nell'arco di cinque anni.

Secondo i rettori, però, questo sacrificio dissanguerebbe le casse degli atenei. "La situazione sarebbe pesante nel 2009 e diventerebbe insostenibile negli anni successivi - sostiene Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei rettori (Crui) - Sappiamo che i costi saranno in aumento, mentre i finanziamenti sono destinati a diminuire. Non ci saranno i soldi per assumere e si avrà un'università ingessata, meno efficiente ed incapace di assorbire i giovani".

"Migliaia di posti di lavoro in meno". La riduzione del personale, a causa delle difficoltà economiche, potrebbe insomma essere anche più consistente di quella stabilita dal decreto legge. "Per l'occupazione la situazione è drammatica - denuncia il segretario generale della Uilpa Università e Ricerca, Alberto Civica - Si dice che bisogna assumere giovani leve, ma con il turnover si rischia di saltare un'intera generazione. In prospettiva saranno perduti migliaia di posti di lavoro". Una possibilità, questa, prospettata anche dai rettori. "I finanziamenti al nostro ateneo potrebbero passare dai 106 milioni di euro attuali a 84 milioni nel 2013, mettendo a serio rischio persino l'erogazione degli stipendi - dice il rettore dell'università di Trieste, Francesco Peroni, che lunedì ha contestato le scelte del governo insieme agli altri rettori friulani - Bloccando le assunzioni, solamente da noi in cinque anni il personale docente potrebbe ridursi di più di cento unità".

Tasse di iscrizione in aumento? Per gli atenei, uno dei modi più ovvi per tentare di bilanciare il taglio ai finanziamenti sarebbe aumentare le tasse universitarie, scaricando così almeno in parte le difficoltà economiche sulle famiglie degli studenti. Secondo la Crui, per il 2009 questo non sarà possibile perché le procedure per l'iscrizione sono già state definite, ma dal 2010 è probabile che siano in molti a pensarci. "Siamo preoccupati - ammette il presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari, Diego Celli - I rettori hanno fatto capire in modo esplicito che c'è il rischio di un aumento della contribuzione".

La stretta sugli stipendi. Brutte notizie anche per i dipendenti delle università. Per quanto riguarda i docenti, gli scatti biennali di anzianità diventeranno triennali, mantenendo però lo stesso importo. Il risparmio per lo Stato sarà di 40 milioni nel 2009 e salirà fino a 160 milioni nel 2013. Il decreto legge riduce inoltre il Fondo per il finanziamento della contrattazione integrativa del personale amministrativo con un intervento che, secondo la Crui, "mette in discussione quote ormai considerate fisse e continuative di salari già percepiti, a loro volta estremamente esigui".

La rivoluzione delle Fondazioni. A mettere in agitazione il mondo universitario è anche un'ultima novità introdotta dal governo: le università avranno la possibilità di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato. Una vera e propria rivoluzione nel panorama italiano, destinata a promuovere una maggiore autonomia e responsabilità degli atenei.

Su un punto così rilevante, però, molti avrebbero auspicato una maggiore riflessione. "Un tema centrale come il ruolo delle università in un paese moderno è stato affrontato con un decreto legge - dice Enrico Decleva - Per alcuni quella delle Fondazioni è una soluzione praticabile e positiva, ma la norma è precisa fino a un certo punto ed in questo momento non c'è certezza sui finanziamenti. Credo che la maggior parte degli atenei ci penserà bene prima di fare questo passo".

Verso un autunno di trattative. Il decreto dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro il 25 agosto, ma le vacanze estive imporranno quasi sicuramente un iter parlamentare accelerato, che dovrebbe concludersi tra meno di un mese. I tempi per intavolare una trattativa appaiono dunque piuttosto stretti, tanto che già si pensa a modifiche successive. "Al momento mi pare che si tenda a blindare il più possibile il provvedimento - continua il presidente della Crui - Nelle Finanziarie precedenti si partiva da delle ipotesi, qui c'è rigidità. Temo che per il 2009 i cambiamenti siano da considerarsi acquisiti. Speriamo di riuscire a dimostrare e a rendere esplicito che il sistema così non può reggere".

Sul fronte studentesco per ora si aspetta. La calma, facilitata dalla pausa estiva, potrebbe però scomparire rapidamente alla ripresa delle lezioni. "La situazione è pesante, però il ministro Gelmini ha detto che si impegnerà per limitare i tagli - dichiara il presidente del Cnsu, Diego Celli - Ci incontreremo a fine luglio e poi a settembre. Nelle associazioni studentesche la preoccupazione è diffusa, ma si è in attesa di vedere cosa succederà e non si è ancora fatto accenno ad eventuali proteste. Vedremo come il decreto legge sarà convertito"
. [da Repubblica.it, Andrea Bettini]

 

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Maledetti professori

di ILVO DIAMANTI

IL "PROFESSORE", ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all'università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un'immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a "modello" dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E' almeno da vent'anni che tira un'aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell'era del "mito imprenditore" . Dell'uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l'artigiano e il commerciante. L'immobiliarista. E' "l'Italia che produce". Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Competenze apprese "fuori" da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all'invettiva contro i "professori meridionali" lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato "suo figlio" agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).

Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per "progetto" - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all'università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

(25 luglio 2008)  (Repubblica.it

 

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In tre anni il personale dovrà essere ridotto di 129.5000 unità
Previsti interventi strutturali, leggi accorpamenti o tagli di istituti

A rischio circa 2000 scuole
dei comuni più piccoli

La maggior parte dei centri con meno di 5.000 abitanti si trovano al Nord
Ipotizzabili pesanti ripercussioni sulla vita quotidiana delle famgilie
di SALVO INTRAVAIA

RISCHIO le scuole dei piccoli comuni. Nel giro di tre anni circa 2 mila istituzioni scolastiche potrebbero "chiudere o essere accorpate". Risultato: per gli alunni dei centri con meno di 5 mila abitanti frequentare la scuola potrebbe diventare una specie di rompicapo: sveglia all'alba e trasferimento in pullman (bene che vada) a scuola. Se i comuni e le province non potranno mettere a disposizione nessun mezzo di trasporto, del tutto si dovranno far carico le famiglie. E' uno dei tanti effetti del decreto legge 112, collegato alla manovra finanziaria per il 2009, già varato dalla Camera e in attesa soltanto dell'ok da parte del Senato.

Un comma dell'articolo 64, dall'innocuo titolo "Disposizioni in materia di organizzazione scolastica", parla chiaro: "Nel caso di chiusura o accorpamento degli istituti aventi sede nei piccoli comuni, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono prevedere specifiche misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti". Possono. Ma se non possono, l'eventuale chiusura del plesso scolastico si ripercuoterà sul menage familiare. Come la prenderà il leader della Lega, Umberto Bossi - che nel giro di pochi giorni ha tuonato prima contro il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e successivamente contro gli insegnanti meridionali - questa volta? Già perché le regioni nelle quali il provvedimento rischia di stravolgere la vita a milioni di persone sono proprio quelle del Nord.

Ma andiamo con ordine. Nei prossimi tre anni, per alleggerire la spesa della Pubblica amministrazione, la scuola dovrà lasciare sul campo 87 mila posti di insegnante e 42 mila e 500 di Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario). Sono previsti alcuni interventi strutturali non ben definiti (il ritorno al maestro unico alle elementari?) e non viene esclusa una nuova "razionalizzazione della rete scolastica italiana" che tradotto dal burocratese significa tagliare e accorpare scuole. L'obiettivo è quello risparmiare riportando all'interno del "intervallo virtuoso" il numero di alunni delle singole scuole: tra 500 e 900 alunni, appunto. Per via della situazione geografica italiana sono parecchie le scuole dei piccoli centri che assicurano il servizio a "pochi alunni": basti pensare a Ustica.

 


Nel 2002, l'allora ministro dell'istruzione, Letizia Moratti, fece compilare una "lista nera" di 2 mila istituzioni scolastiche fortemente sottodimensionate (con meno di 500 alunni) che suscitò le vibranti polemiche dei sindacati e delle associazioni. Non se ne fece nulla, ma questa volta il governo Berlusconi sembra più deciso.

In Italia, secondo l'ultimo censimento, i piccoli comuni sono 5.836: il 72 per cento del totale. Sono poco più di 10 milioni gli abitanti che risiedono nei piccoli centri e nella maggior parte di essi (nel 60 per cento, secondo un calcolo di Legambiente) c'è almeno un plesso di scuola primaria (elementare) e di scuola media che rendono la vita meno complicata a milioni di famiglie. Ma in futuro potrebbe non essere più così perché per ridurre drasticamente le cattedre occorre tagliare le classi e alcune scuole potrebbero appunto chiudere.

Anche la distribuzione dei piccoli comuni lungo lo Stivale non è omogenea. La maggior parte (il 59 per cento) si addensa nelle otto regioni del Nord. Quelli ubicati nelle regioni del Centro sono appena 642 (l'11 per cento) e al Sud se ne contano poco meno del 30 per cento (1.740 per la precisione). Il provvedimento, così, rischia di penalizzare soprattutto le regioni settentrionali che, essendo le più "montuose", sono più ricche di piccoli centri.
(1 agosto 2008)

 

 

I tagli previsti dal ministero: elementari e materne in classe solo di mattina
Tecnici e professionali i più colpiti. Su richiesta delle famiglie, possibile prolungare le lezioni

Gelmini: "Troppo tempo sui banchi
l'orario scolastico va ridotto"

di MARIO REGGIO

(da Repubblica.it)

 

 

ROMA - Tempi duri per i più piccoli. E per i loro genitori. Il piano dei tagli alla scuola del ministro Gelmini è pronto. Verrà presentato venerdì 16 settembre ai sindacati della scuola. Tempi duri per chi frequenta le scuole materne ed elementari. Per quella dell'infanzia l'orario verrà ridotto a 24 ore a settimana con una sola maestra.

Oggi le maestre sono due e assicurano 40 ore a settimana. In sostanza, tutti a casa a mezzogiorno e mezzo. Però con le maestre di ruolo in esubero potrà essere esteso il servizio. Stessa musica per le elementari con qualche variazione sullo spartito. Il principio base è: maestro unico e 24 ore a settimana. Ma se le famiglie lo richiedono alla scuola l'orario potrà essere prolungato a 27 o 30 ore, a condizione però che l'organico lo consenta. Peccato che il numero degli insegnanti venga stabilito sull'orario base, cioè 24 ore.

Nello "Schema di piano programmatico del Ministero dell'Istruzione di concerto con il Ministero dell'Economia" c'è di tutto: considerazioni pedagogiche, tabelle, numeri, proiezioni. Il ministro Gelmini insiste: il maestro unico rafforza il rapporto educativo tra docente e alunno e tra maestro e famiglia. "Nell'arco tra i 6 ed i 10 anni si avverte il bisogno di una figura unica di riferimento - si legge nel piano - con cui l'alunno possa avere un rapporto continuo e diretto". C'è però qualcosa che non va: nel decreto approvato dal governo, il maestro unico è previsto solo nelle prime tre classi delle elementari.

"Ci sono molte cose che non si comprendono - commenta il segretario nazionale della Cgil Enrico Panini - nelle tabelle si parla di 10 mila tagli per i maestri, ma si tratta solo del primo anno, nell'arco dei 5 anni diventeranno 50 mila. Poi non è mai citato il tempo pieno. Anche per medie e superiori vengono tagliate le ore, ma quali materie subiranno un ridimensionamento? La Gelmini ce lo faccia sapere".

 


Cosa succederà alle scuole medie inferiori? Solo nel prossimo anno scolastico, con la riduzione dell'orario settimanale da 32 a 29 ore, secondo il ministero 10.300 insegnanti dovranno fare i bagagli. E che fine farà il potenziamento dell'insegnamento di italiano, matematica e lingua inglese?

A dire il vero, sul tempo prolungato alle medie inferiori qualche problema esiste. Ci sono scuole che fanno un orario di 36 ore a settimana pur non disponendo di servizi e strutture in grado di assicurare le attività alternative nel pomeriggio. Alle superiori, comunque, la mazzata colpirà soprattutto gli istituti tecnici e professionali. Quattro ore in meno a settimana, compresi i laboratori.

Troppe ore di lezione rispetto altri paesi europei, come afferma il ministro? "Fandonie. Esempio di incompetenza o malafede - commenta il professor Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale a Roma Tre e consulente dell'Ocse - si gioca sul numero di ore di lezione all'anno, mentre negli altri paesi è l'orario scolastico complessivo a valere: cioè le ore pomeridiane di laboratorio di matematica e scienze che da noi non esistono".
(14 settembre 2008)


 

 

 

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