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                                                                                           Origini filosofale

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“Infatti, gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare, poiché dapprincipio essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendersi conto, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, si trovarono di fronte a maggiori difficoltà, quali le affezioni [ossia le eclissi, il sorgere e il tramonto] della luna e del sole e delle stelle e l’origine dell’universo. Chi è nell’incertezza e nella meraviglia crede di essere nell’ignoranza (perciò anche chi ha propensione per le leggende è, in un certo qual modo, filosofo, giacché il mito è un insieme di cose meravigliose); e quindi, se è vero che gli uomini si diedero a filosofare con lo scopo di sfuggire all’ignoranza, è evidente che essi perseguivano la scienza col puro scopo di sapere e non per qualche bisogno pratico. E ne è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi ad una tale sorta d’indagine scientifica. E’ chiaro, allora, che noi ci dedichiamo a tale indagine senza mirare ad alcun bisogno che ad essa sia estraneo, ma, come noi chiamiamo libero un uomo che vive per sé e non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste per sé”.

(Aristotele, Metafisica, I, 982 b)

Statua della dea Minerva con la civetta La dea Minerva con la civetta, simbolo della filosofia

“Il grande Talete meditava sui misteri del firmamento. In su erano rivolte le pupille sue. Ebbene, il sapiente cadde in un pozzo. E c’era una donna di Tracia: era serva ed era arguta e graziosa. Si dice che la servetta canzonasse il filosofo che agognava tanto conoscere le meraviglie dei cieli e intanto gli sfuggivano interamente le semplici cose giornaliere, vita che gli stava vicino. E questa canzonatura è opportuna, tale e quale, per quanti trascorrono la vita nella filosofia. E’ un fatto, quest’uomo non si occupa del suo prossimo, dei suoi vicini. E non solo per lui è indifferente ciò ch’essi fanno ma, quasi quasi, non sa se questo suo vicino sia un uomo o qualsiasi altro degno animale. Soltanto, egli profondamente medita; soltanto, si preoccupa di scoprire che cosa sia la natura dell’uomo, scruta quali doveri incombano a questa natura nell’azione e nella sopportazione”.

(Platone, Teeteto, 174b)