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                                                                                          Moduli filosofale

 Il concetto di nazionalismo

(leonardo f. barbatano)

     0.    Giustificazione e definizione                                     

  1. Processo storico di formazione degli Stati nazionali  
  2. L’idea di nazione nel primo Ottocento                       
  3. L’idea di nazione nell’età dell’imperialismo             
  4. Il nazionalismo nel Novecento                                   
  5. Nazionalismo e globalizzazione                                

 

 

 

 

 

0.Giustificazione

 

    Giustificherei la scelta di quest’anno con la considerazione che l’argomento “nazionalismo” porta con sé una carica di attualità e di urgenza che, io credo, lo rende adatto a suscitare il vostro interesse. Nazionalismo, nazionalità, idea di nazione, sono parole che hanno segnato, nel bene e nel male, la storia dell’Ottocento e del Novecento. Noi oggi vedremo, sinteticamente, i momenti salienti del manifestarsi di tale idea nel corso della storia contemporanea, tentando di accennare anche ad alcune problematiche culturali che l’hanno accompagnata e sorretta. Indubbiamente, “nazionalismo” è una delle parole-chiave che ci aiutano a comprendere la storia che va, grosso modo, dalla prima metà dell’Ottocento all’ultima parte del Novecento, che caratterizza, indubbiamente, i momenti salienti di questo segmento della storia umana, ma che anticipa l’Ottocento nelle sue radici storico-politiche, e che sfuma nel post-Novecento con le sue proiezioni nella globalizzazione. Ecco perché desidero iniziare questa lezione con un velocissimo richiamo al sorgere dei moderni Stati nazionali e concluderla con alcune considerazioni sul problema attualissimo della globalizzazione.

 

 

 

Definizione

 

   “ Nazione, s.f. Gruppo umano di presunta origine comune ed effettivamente caratterizzato dalla comunanza di lingua, di costumi e di istituzioni sociali ed eventualmente (ma non necessariamente) unificato o consociato…in forma politica o prepolitica; comunità umana etnico-linguistica” (S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Utet, Torino 1981). (1)

 

    Può aiutarci nella definizione quanto dice Friederich Meinecke nel suo Cosmopolitismo e stato nazionale del 1908 (2):

    “Sedi comuni, comune discendenza o, più esattamente – dato che non ci sono nazioni di razza pura nel significato antropologico della parola – uguale o simile mescolanza di sangue, lingua comune, vita spirituale comune, lega o federazione di parecchi Stati d’uguale natura: tutte queste possono essere caratteristiche  importanti, essenziali, d’una nazione; ma con ciò non è detto che una Nazione, per essere tale, debba possederle tutte insieme. Quel che essa deve possedere incondizionatamente è un intimo nocciolo naturale, nato dalla consanguineità. Su di esso possono fondarsi e crescere quella peculiare, profonda comunanza spirituale, quella più o meno chiara coscienza di essa […] Prima premessa per lo sviluppo di una nazione è ch’essa abbia un saldo fondamento territoriale, una ‘patria’. […] Lingua, letteratura, religione comuni sono i più importanti ed efficaci possessi culturali, dai quali una nazione culturale possa sorgere e venir cementata”.

 

 

  1. Processo storico di formazione degli Stati nazionali

 

    Molto tempo prima che si giungesse ad una consapevole teorizzazione dell’idea di nazione, il mondo europeo fu investito da un imponente movimento di trasformazione economica e politica che, a partire dal XIV sec., segnò la nascita dei moderni Stati nazionali, quali quello francese, inglese, spagnolo, portoghese, olandese, e poi tutti gli altri, fino a pervenire, nel XIX sec, a quello italiano e a quello tedesco. Si può sostenere, dunque, che lo svilupparsi dell’idea di nazione, che può situarsi nel periodo storico che va dalla Rivoluzione francese all’età della Restaurazione, fu preceduto dalla nascita degli  Stati nazionali, nel senso che, storicamente, s’è prima determinato il contenuto materiale e solo successivamente è nato l’involucro formale e ideale che ha dato origine al concetto di nazionalismo. Infatti, le spinte profonde che troviamo all’origine degli Stati nazionali furono essenzialmente economiche e dinastiche, in consonanza peraltro con il contesto ancora medievale in cui tale origine si pone.

    Bisogna, però, notare che tale processo storico, man mano che andò maturando cominciò ad indicare la possibilità che tali spinte materiali potevano in qualche modo essere nobilitate a livello ideale da un sentimento di appartenenza ad un’unica cultura e ad un’unica spiritualità, che nasceva proprio dal fatto che le condizioni materiali stringevano gruppi di popolazione, già omogenei a livello territoriale, in una vicinanza che fu, all’inizio, economica, ma successivamente anche politica e culturale. Noi distinguiamo, qui, territorio, economia, politica, cultura, ecc. per ragioni di esposizione didattica, ma bisogna considerare che tutti questi fattori iniziarono a maturare contemporaneamente; nel senso che proprio dall’esperienza di una guerra per la difesa di un territorio in cui si esprimevano interessi dinastici ed economici, cominciò a derivare il sentimento dell’appartenenza  ad una patria. Tale fu, per fare solo un esempio, l’esperienza dei Francesi al tempo della guerra dei Cent’anni, quando essi combatterono contro gli Inglesi e scoprirono in questa lotta di sentirsi nazione, e trasformarono una guerra dinastico-territoriale in una guerra di liberazione nazionale, in una guerra popolare.         

    Successivamente, nel corso dell’età moderna, la costruzione dello Stato nazionale si legò a due processi fondamentali, quali l’accentramento del potere e l’avviarsi del modo di produzione capitalistico. Furono, questi, due fenomeni davvero importanti che ebbero come effetti, il primo, quello di uniformare e omogeneizzare l’amministrazione, e con ciò di uniformare i cittadini come sudditi, appartenenti ad un preciso Stato; e, il secondo, quello di uniformare e omogeneizzare lo Stato dal punto di vista economico, con una politica economica volta essenzialmente alla difesa degli interessi economici nazionali.

    Mancava a tutto ciò un elemento che riconducesse all’interno dello Stato-nazione anche il principio di sovranità, sottraendolo a qualunque tipo di provenienza esterna, come un potere  sovranazionale (Impero, Papato) o addirittura trascendente (diritto divino). Questo elemento è costituito dalla teoria contrattualistica che fa derivare la sovranità dal popolo, dunque dall’elemento fondamentale e centrale di una nazione. Il concetto di sovranità popolare compare già in pensatori come Marsilio Ficino e Guglielmo d’Ockham, subisce notevoli aggiustamenti teorici con Hobbes e Locke e trova la sua definitiva elaborazione nel giusnaturalismo e nell’Illuminismo. A livello  politico, attraverso l’esperienza della Rivoluzione americana, della Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche, matura, tra gli ultimi anni del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, l’idea dell’indipendenza nazionale dei popoli, che viene giustificata dal Romanticismo sul piano delle tradizioni culturali, linguistiche, spirituali.

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                               

  1. L’idea di nazione nel primo Ottocento

 

 

    Nei primi decenni dell’Ottocento, con la diffusione del Romanticismo, si sviluppa il concetto culturale di nazionalismo, di un nazionalismo che possiamo definire “positivo” poiché si presenta come difesa della patria, come esaltazione di un sentimento di fratellanza che discende dal sentirsi figli della stessa patria, che viene appunto considerata come “madre”. (Foscolo e Manzoni) (3).

 

U. Foscolo, A Zacinto

“ Né più mai toccherò le sacre sponde/ove il mio corpo fanciulletto giacque, /Zacinto mia, che te specchi nell’onde/del greco mar da cui vergine nacque/ Venere, e fea quelle isole feconde/col suo primo sorriso, onde non tacque/le tue limpide nubi e le tue fronde/l’inclito verso di colui che l’acque/cantò fatali, ed il diverso esiglio/per cui bello di fama e di sventura/baciò la sua petrosa Itaca Ulisse./Tu non altro che il canto avrai del figlio,/o materna mia terra;a noi prescrisse/il fato illacrimata sepoltura.”  

 A.  Manzoni, Marzo 1821                                     

 Alcuni brani:  “… L’han giurato: altri forti a quel giuro/ rispondean da fraterne contrade

                        “… una gente che libera tutta/o fia serva tra l’Alpe ed il mare;/una d’arme, di 

                        lingua, d’altare,/di memorie, di sangue e di cor”.

                       “O stranieri, nel proprio retaggio/torna Italia e il suo suolo riprende;/o stranieri

                       strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”.       

 

 

 

    Si tratta di una concezione che trasferisce l’individualismo tipicamente romantico nel campo dei rapporti politici  e che fa della nazione una individualità tra gli Stati, così come il singolo uomo è un individuo tra gli altri uomini. Un’individualità che ha una precisa missione, come pensava Mazzini, che è quella di realizzarsi in quanto tale, cioè nella sua indipendenza e libertà, di contribuire poi all’indipendenza e alla libertà di tutte le altre nazioni, per giungere infine ad una confederazione universale basata sulla fratellanza di tutti i popoli. Era tale ideale che spingeva molti patrioti a combattere e a sacrificare la propria vita lottando per l’indipendenza di nazioni diverse dalla propria, come Byron e S. Di Santarosa che morirono combattendo a fianco dei patrioti greci, o come il nostro Garibaldi che lottò a lungo in Sudamerica.

    Nei Paesi divisi al loro interno e privi dell’indipendenza, l’incontro tra Romanticismo e nazionalismo si realizza in termini quasi naturali. Sentiamo cosa dice su questi temi uno storico come F. Chabod nel suo L’idea di nazione (4):

   

    “Dire senso di nazionalità significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro le tendenze generalizzatrici ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo. Per questo, l’idea di nazione sorge e trionfa con il sorgere e il trionfare di quel grande movimento di cultura europeo che ha nome Romanticismo […] quando il senso dell’individuale domina il pensiero europeo. […] Com’è ovvio, l’idea di nazione sarà particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti; il principio di nazionalità, che ne è precisamente l’applicazione in campo politico, troverà il massimo favore presso coloro che solo in base ad esso possono sperare di comporre in unità le sin qui sparse membra della patria comune. Quindi, sarà soprattutto in Italia e in Germania che l’idea nazionale troverà assertori entusiasti e continui; e, dietro a loro, negli altri popoli divisi e dispersi, in primis i polacchi. […] L’Italia e la Germania, dunque, terre classiche … dell’idea di nazionalità. E nell’una come nell’altra nazione, identici pure risuonavano gli appelli al proprio passato, alla storia, come quella che, dimostrando la presenza secolare e gloriosa di una nazione italiana (o tedesca) in ogni campo, essenzialmente in quello della cultura, arte e pensiero, legittimava le aspirazioni a che questa presenza si concretasse anche nel campo politico; a che cioè la nazione, da fatto puramente linguistico-culturale, si tramutasse in fatto politico, divenendo Stato”.

 

 

    L’esaltazione della nazione trova inoltre una precisa teorizzazione filosofica nell’idealismo tedesco, specialmente in Fichte e Hegel; ma in questi pensatori compare un modo d’intendere la nazione che si prospetta come nuovo e prefigura già un’impostazione culturale che tende a lasciarsi alle spalle l’esaltazione romantica della nazione come realizzazione sentimentale, come libera aspirazione ad un mondo di nazioni confederate. Fichte, nei Discorsi alla nazione tedesca, elabora il concetto di un primato del popolo tedesco che lo rende superiore agli altri popoli, nuovo “popolo eletto”; egli invita la nazione tedesca a prendere coscienza di tale superiorità e ad affermarla. Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto e nelle Lezioni sulla filosofia della storia, individua lo Stato come realizzazione etica dello Spirito, che s’incarna, di volta in volta in un popolo che risulta quello dominante nella propria epoca. In tal modo, essendo il popolo tedesco quello che meglio realizza lo Spirito nell’epoca moderna, anche Hegel perveniva all’esaltazione della superiorità del popolo tedesco sugli altri popoli. Ecco cosa scrive Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia(5):

 

    “Si può dire della storia universale che essa è la raffigurazione del modo in cui lo spirito si sforza di giungere alla cognizione di ciò ch’esso è in sé. Gli Orientali non sanno ancora che lo spirito, o l’uomo come tale, è libero in sé. Non sapendolo, non lo sono. Essi sanno solo che uno è libero; ma appunto perciò questa libertà è arbitrio, barbarie, gravezza della passione, o magari anche mitezza e mansuetudine della passione stessa, che anch’essa è solo un caso di natura o un arbitrio. Quest’uno è perciò solo un despota, non un uomo libero, un uomo. Presso i Greci, per primi, è sorta la coscienza della libertà, e perciò essi sono stati liberi; ma essi, come anche i Romani, sapevano solo che alcuni sono liberi, non l’uomo come tale. Ciò non seppero né Platone né Aristotele; e perciò non solo i Greci ebbero schiavi, e la loro vita e il sussistere della loro bella libertà fu vincolata a tale condizione, ma anche la loro libertà non fu in parte che una fioritura accidentale, elementare, transitoria e ristretta, e in parte, insieme, una dura schiavitù dell’umano. Solo le nazioni germaniche sono giunte nel cristianesimo alla coscienza che l’uomo come uomo è libero, che la libertà dello spirito costituisce la sua più propria natura”

 

 

 

    Se a ciò si aggiunge l’elaborazione, da parte di Hegel, del concetto di “eroi cosmico-storici” che hanno visione dello sviluppo universale della storia, e che proprio per questo, essi sono capaci di cambiarla e di indirizzarla, allora diventa chiaro l’andare oltre la visione romantico-patriottica della nazione, verso una concezione basata sulla potenza, sul disprezzo della solidarietà, sul primato di una nazione sull’altra, sulla politica di potenza. Ma con ciò ci troviamo già nella seconda parte dell’Ottocento. Sentiamo cosa dice Hegel (6):

    “[…] Ora, sono i grandi individui cosmico-storici che afferrano questo universale e ne fanno il loro fine, che traducono in atto quella finalità che è conforme al superiore concetto dello Spirito. In quanto tali essi sono da chiamarsi eroi. Essi attingono il loro fine e la loro missione non dal sistema tranquillo e ordinato […]. La loro giustificazione non è nello stato di cose esistente; è un’altra sorgente quella a cui attingono. E’ lo spirito nascosto, che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo, che non è ancora progredito ad esistenza attuale ma che vuole prorompervi […]. Loro compito era conoscere questo universale, cioè il grado necessario e supremo del loro mondo, proporselo come fine e mettere in esso la loro energia. Essi hanno attinto a se medesimi l’universale che hanno recato in atto, ma esso non è stato inventato da loro, bensì è esistito eternamente. […] essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti […] esprimono ciò di cui è giunta l’ora […] sanno quel che si tratta di fare […]. Gli altri debbono loro obbedire”.

(G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I, Firenze 1973, pp. 87-91).

 

 

  1. L’idea di nazione nell’età dell’imperialismo

 

    Gli sviluppi economici verificatisi nel corso del XIX sec. determinarono importanti cambiamenti nella struttura economica delle società europee, nonché nella sovrastruttura politica, culturale ed ideologica. Determinante fu il ventennio 1850-1870, in cui si realizzò la cosiddetta seconda rivoluzione industriale che fu caratterizzata da un imponente sviluppo della produttività industriale e da un generale avanzamento del modo di produzione capitalistico. Proprio lo sviluppo del capitalismo, accompagnato dall’affermarsi del modello teorico dell’economia liberistica mise impietosamente in crisi le idealità romantiche in generale e, in particolare, le aspirazioni non meno ideali alla costruzione di un’umanità di nazioni solidali e confederate.

    L’impetuosa crescita economica si bloccò nel 1873 con l’inizio della “lunga depressione”, che fu proprio una crisi da sovrapproduzione, e fece capire alle potenze occidentali che non certo la collaborazione tra di loro avrebbe garantito l’ulteriore avanzamento, bensì la fuoriuscita dall’alveo nazionale, l’impadronirsi delle materie prime disseminate nel mondo, il controllo dei mercati, dunque la sfrenata concorrenzialità tra le nazioni. Le nazioni più potenti, infatti, uscirono dall’alveo nazionale, dando come risposta alla crisi, da un lato, le politiche economiche protezionistiche e, dall’altro, proprio la politica imperialistica di rapina delle materie prime e di controllo sia dei territori, perlopiù asiatici e africani, in cui tali materie prime si trovavano, sia dei mercati internazionali.

    Tali eventi economici cambiarono radicalmente i concetti di nazione e di nazionalismo rispetto alle teorizzazioni romantico-patriottiche del primo Ottocento. Tali concetti cominciarono a non indicare più tanto l’amore per la propria patria, il senso orgoglioso di appartenenza ad una nazione che a sua volta apparteneva ad una più vasta comunità solidale; ora, essi presero ad indicare una realtà molto più prosaica, un agglomerato di interessi economici che andavano difesi dalla concorrenza di altri, altrettanto agguerriti, agglomerati. E tale difesa sarebbe stata tanto più efficace quanto più il singolo gruppo economico si fosse reso forte attraverso un processo di concentrazione economico-finanziaria che costituì effettivamente uno dei fenomeni economici più appariscenti  dell’ultima parte del secolo, e quanto più la stessa nazione fosse stata potente, quanto più essa avesse espresso una politica di potenza, quanto più essa si fosse fatta “impero”. Ciò spiega l’intervento sempre più consistente dello Stato in economia, in plateale violazione dei principi liberali dell’autonomia del mercato e della libera concorrenza.

    La nazione, così, prenderà ad espandersi, ad occupare territori che daranno materie prime a basso costo e si trasformeranno in mercati che garantiranno una domanda di beni proporzionale alle capacità produttive della nazione dominante; ma che daranno anche prestigio politico alla nazione. Interessante è il fatto che la nazione continuerà ad essere tale pur in questo processo espansivo, ma certo cambierà il suo status e si affermerà un sistema di gerarchie che vedrà un popolo dominare altri, certo tramite l’uso della forza militare, ma anche tramite la giustificazione ideologica di una propria presunta superiorità civile. Ciò può spiegare l’originarsi, proprio in questo periodo, di ideologie che affermavano la superiorità persino razziale di un popolo su un altro. La nazione diventava così un elemento di separazione, di distinzione e di aggressività, poiché la sua politica di potenza in tanto poteva affermarsi in quanto vi fossero altre nazioni sulle quali essa si esercitasse. Collegato a ciò, vale a dire all’esigenza di proiettare con forza e aggressivamente la nazione verso l’esterno, era il problema di fare di tale nazione un corpo unico con una forte mobilitazione delle masse, con una loro nazionalizzazione, che poi altro non era che una loro mobilitazione realizzata tramite manifestazioni pubbliche, celebrazioni e anniversari in cui si dispiegavano i nuovi simboli patriottici: le bandiere, gli inni nazionali, le sfilate dei corpi dell’esercito nelle divise militari. Si tratta del fenomeno che E. Hobsbawm ha definito “invenzione della tradizione” (E. Hobsbawm, L’invenzione della tradizione, 1983): un impianto  ideologico-culturale costituito da un patrimonio di simboli, eventi della tradizione della nazione e valori tradizionali che venivano ritualizzati in celebrazioni ufficiali. Si operava un rito collettivo che doveva suscitare nelle masse nazionali l’idea della continuità storica tra il presente e un passato mitico.

    In tale contesto, nazionalismo diveniva sinonimo di dominio di alcune nazioni su altre, di aggressività, di volontà di potenza, di presunzione dell’esistenza di un diritto naturale al dominio su altri popoli, in una parola, di imperialismo. L’imperialismo costituirà l’aspetto caratterizzante, sia  a livello economico-politico sia a livello ideologico, del passaggio dal XIX al XX sec., per cui i contrasti tra le nazioni si acuiranno sino a provocare la deflagrazione del primo conflitto mondiale, mentre a livello culturale si diffonderanno posizioni esaltanti la crisi della tradizione positivistica e delle politiche liberali e socialiste. Vorrei a tal proposito mostrarvi, per una comprensione globale, gli aspetti letterari, filosofici e ideologici  di tali fenomeni. Innanzitutto, a livello ideologico, la crisi della tradizione liberaldemocratica viene esaltata come crisi positiva, come apertura verso un vero spirito di potenza che supererà il bisogno stesso della democrazia vista come sintomo di debolezza di un’umanità corrotta dai valori borghesi poggianti sull’accumulazione del denaro. Questa ideologia è ben visibile in una famosa opera di Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (7):

 

    “La vita è la prima e l’ultima delle correnti cosmiche in forma microcosmica. Essa costituisce la realtà per eccellenza nel mondo considerato come storia. Di fronte all’irresistibile ritmo agente nella successione delle generazioni alla fine scompare tutto ciò che l’essere desto ha costruito nei suoi mondi dello spirito. Nella storia l’essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo della verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo: ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all’esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall’essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell’azione e la giustizia più essenziale della potenza”

                                                                        

    Nel campo filosofico, F.Nietzsche coniuga col concetto di volontà di potenza quello di superuomo che incarna, a livello più propriamente ontologico, la base della volontà di potenza, espressa da un uomo nuovo, aristocratico, che si libera delle cosiddette “verità morali” e si proietta nel futuro di un’umanità radicalmente nuova. E’ davvero molto interessante notare come le teorizzazioni nietzscheiane del superuomo e della volontà di potenza diventino, sul finire dell’Ottocento, principi validi anche nei rapporti tra gli Stati, come cioè si cominci a parlare di “supernazione”e di “politica di potenza”. Così, se vi sono individui superiori che esprimono volontà di potenza e hanno il diritto di dominare sugli altri individui, ritenuti inferiori, vi sono, conseguentemente, nazioni e popoli superiori, che esercitano una politica di potenza e hanno il diritto di dominare su altre nazioni e su altri popoli ritenuti inferiori. Ciò non significa dare a Nietzsche più responsabilità di quanta ne abbia effettivamente avuta, bensì sottolineare come determinate idee fossero presenti nel contesto culturale e politico del passaggio dal XIX al XX sec.

 

    Fa parte di tale contesto, come voi già sapete, la percezione della decadenza della cultura e della società tradizionali, della stessa ragione. Così, se al liberalismo si contrappone ora la politica di potenza, alla scienza e alla ragione positiviste si contrappongono l’intuizione e lo sguardo ingenuo e fanciullesco dell’arte; ci s’incammina verso l’irrazionalità, ostentando, di fronte alla concretezza della realtà, l’aspirazione a cogliere il mistero che essa nasconde, ciò di cui essa sarebbe  solo simbolo. Sono temi, questi, che ritroviamo nel decadentismo letterario, nel simbolismo e nell’estetismo.

 

    Si può ben dire che, in questi decenni di passaggio, la nazione cominci  a diventare proprio l’espressione simbolica di tutte queste irrazionalità, di tutte queste paure, il nido ideologico in cui individui spauriti si rifugiano per trovare una forza, una potenza in cui annullarsi, in cui farsi massa potente, inquadrata, mobilitata, anche se anonima. Saranno tali forze nazionali ad accendere i fuochi della prima guerra mondiale.

 

  1. Il nazionalismo nel Novecento  

 

     La prima guerra mondiale costituì una tragedia, una vera e propria catastrofe militare e umana che lasciò in eredità, specialmente alle popolazioni europee, una profonda crisi materiale e morale. La carneficina che era sotto gli occhi di tutti produsse una crisi di valori, un senso di scoramento e di smarrimento, una disillusione nei confronti degli stessi valori che cementano la società umana. Forze terrificanti s’erano mostrate sulla scena della guerra, armi sofisticate capaci di distruzioni di massa (come i bombardamenti aerei, i carri armati, i sottomarini, ecc.), una potenza capace di schiacciare l’individuo. Il senso d’irrilevanza che l’individuo prova di fronte a queste forze e allo sfacelo materiale e morale  generano una condizione psicologica d’impotenza, di smarrimento, d’angoscia: individui insicuri, masse spaurite, cercano rifugio psicologico, chiedono di essere protetti, sentono il bisogno di personalità carismatiche che indichino un via d’uscita, che diano una  speranza di riscatto. Le masse chiedono di essere inquadrate, mobilitate, chiedono dei riti simbolici che restituiscano loro un qualche senso di appartenenza, miti in cui credere. Si chiede insomma una potenza collettiva che compensi l’ impotenza personale, una sorta di autorità paterna smarrita, come dimostrerà Freud con le sue analisi della psicologia di massa.

     In questo quadro, la nazione e il senso di appartenenza ad essa assume ancora più importanza    che in passato e il nazionalismo diviene proprio questo sentimento di appartenenza, questo sentirsi protetti perché appartenenti ad un massa informe e anonima ma potente.

    

    Fascismo e nazismo costituiranno proprio la risposta a queste esigenze. Se provassimo ad individuare, sia pure per accenni, le cause profonde dello svilupparsi della dittatura nelle due nazioni, riscontreremmo una somiglianza sorprendente. L’Italia, per quanto vincitrice, usciva stremata dalla guerra, in crisi profonda, in uno stato di profonda prostrazione; ma quello che pesò maggiormente fu il forte risentimento che gli Italiani svilupparono nei confronti specialmente di Francia e Inghilterra a causa di quella che fu definita “vittoria mutilata”: la convinzione di essere stati bistrattati, di non essere stati trattati “alla pari”, da cui derivava l’aspirazione ad una qualche forma di rivincita che compensasse quella mutilazione. Il fascismo di Mussolini aspirò a dare una risposta a tutto ciò: esso fu nazionalistico fino all’esasperazione, esaltò la potenza dello Stato come istituzione totalitaria che doveva garantire il riscatto della nazione; aspirò all’impero, ricollegandosi al mito dell’antica Roma. La nazione si identifica organicisticamente con lo Stato che è inteso, hegelianamente, come unità etica.  

                     

Vale la pena, a questo proposito, sentire Benito Mussolini ne La dottrina del fascismo, uno scritto realizzato nel 1932 in collaborazione col filosofo Giovanni Gentile per l’Enciclopedia italiana  (8)

 

 

 “Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono ‘pensabili’ in quanto nello Stato. […] Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello Spirito. […] Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio”.

 

    Un discorso analogo vale per la Germania. Qui, ancor più che in Italia, il nazionalismo si presenta come ideologia del riscatto di una nazione prostrata e avvilita che aspira a risorgere. Il senso di frustrazione in Germania è ancor più evidente se si confronta la sua condizione negli anni ’20 del ‘900 con il suo grande sviluppo ottocentesco e con le teorizzazioni fichtiane e hegeliane sul primato culturale e civile del popolo tedesco. Il confronto è massimamente stridente e agevola il diffondersi di un senso di vera e propria ingiustizia subita che sfocia, direi quasi naturalmente, nel mito di un complotto internazionale nei confronti di questo nuovo ‘popolo eletto’. Lo stato che la nazione tedesca crea sotto il nazismo è mostruosamente potente, è un leviatano pauroso, una costruzione di una potenza portentosa che sembra voler coprire l’abisso in cui la nazione è caduta, come a cancellare l’impotenza da cui deriva. Forse si può dire che con il nazismo si verifica l’incontro  dell’irrazionalismo del primo ‘900 (i miti della razza e del sangue, l’ideologia del superuomo e della volontà di potenza) con la stessa potenza militare. Il risultato è la massima realizzazione del nazionalismo imperialistico nato alla fine dell’Ottocento, l’apice negativo a cui la nazione può giungere nel suo sviluppo.

 

 

    Quella che potremmo definire l’ultima manifestazione del nazionalismo (a livello di movimento globale …) è indubbiamente l’impetuoso movimento della decolonizzazione che si afferma tra le due guerre mondiali e si realizza compiutamente nel secondo dopoguerra. Dopo l’impazzimento dell’idea di nazione nella realtà nazifascista, sfociata nell’orribile negazione del diritto all’esistenza di interi popoli, i movimenti di liberazione nazionale in Africa e in Asia segnano un nuovo avanzamento del nazionalismo nella direzione progressiva dell’autoaffermazione dei popoli. Queste nazioni sottomesse al dominio colonialistico dell’Occidente, paradossalmente emancipate dallo stesso Occidente che non può non portare con sé, insieme alle armi, anche la propria cultura e la propria visione del mondo imperniata sui valori della libertà e dell’uguaglianza universale, si ribellano facendo appello proprio a tali valori che, o sono universali o non sono. I popoli dell’Africa e dell’Asia realizzano così l’indipendenza nazionale, almeno a livello formale. Tali stati rimarranno comunque sottomessi economicamente all’Occidente capitalistico, della cui ricchezza hanno bisogno per la propria ricostruzione e per la propria industrializzazione, con cui debbono dunque indebitarsi e a cui debbono, in definitiva, dar conto delle proprie scelte politiche. Il che è la conferma della crisi dello stato-nazione, che non è più in grado di controllare e determinare autonomamente e sovranamente la propria politica economica, poiché, nella società globale, le scelte economiche nazionali sono sovradeterminate dalle scelte del capitalismo globale.

 

 

 

 

 

 

  1. Nazionalismo e globalizzazione      

 

    La caratteristica fondamentale del secondo Novecento è indubbiamente la progressiva crisi dello stato-nazione. Tale crisi però, al fine di non equivocare, non bisogna intenderla certo come una scomparsa degli stati nazionali, i quali noi vediamo ancora ben presenti, forti e molto gelosi delle proprie prerogative, specialmente a livello politico-militare. Tale crisi dobbiamo intenderla, invece, nei suoi aspetti fondamentalmente economici e tecnologici. Non mi dilungo, qui, nel sottolineare la giustezza dell’impostazione marxiana che pone i fattori economici, ma in generale le forze produttive, alla base dello sviluppo storico della società umana. Noi abbiamo la fortuna di assistere con consapevolezza ad una trasformazione epocale del modo di vivere dell’umanità, trasformazione che sta avvenendo proprio in questi nostri anni. Ed è proprio l’economia, connessa alla tecnica, che si sta trasformando e che determinerà poi successive trasformazioni politiche e ideali.

     La crisi dello stato-nazione, allora, non la vediamo ancora nei suoi aspetti politici, bensì nei suoi aspetti economici, nel fatto cioè che il mercato va ampliandosi indefinitamente, globalmente, fino a neutralizzare tutti i confini nazionali, per cui si determina una situazione in cui le grandi scelte economiche non sono più determinate dalle decisioni sovrane del singolo stato ma da poteri economici sovranazionali che inducono nel mondo una standardizzazione dei comportamenti economici, relegando ai margini del mercato coloro che non partecipano di tale omogeneizzazione. Detto in parole povere, questa è la globalizzazione: una standardizzazione di tutti i mercati mondiali rispetto a un modello unico dominante, in cui è possibile la libera circolazione di capitali finanziari, commerciali e produttivi che si rendono in certo modo indipendenti dai singoli governi nazionali.

    La globalizzazione è il risultato di un lungo e graduale processo che prende le mosse nel 1700 con la prima rivoluzione industriale. Già nel ‘700, infatti, si vanno determinando alcune condizioni della vita economica, ma anche del costume che, proprio per rispondere alle esigenze del capitalismo nascente, tendono ad accorciare le distanze tra le varie parti del mondo e a trasformare questo mondo in un contesto unitario nel quale le conseguenze degli accadimenti e delle scelte politico-economiche si fanno sentire in ogni parte del globo, condizionandone la vita.

    La globalizzazione, dunque, come internazionalizzazione del capitalismo, che richiede una crescente omologazione a livello mondiale per quanto concerne i comportamenti e i consumi, un’integrazione a livello mondiale delle modalità di lavoro nelle imprese. Infatti, la globalizzazione comporta la delocalizzazione del lavoro, per cui le attività produttive possono essere trasferite, indifferentemente, da un luogo ad un altro del pianeta in tempi brevissimi.

    Dal lato umano, la globalizzazione comporta una delocalizzazione della vita delle concrete persone, un’uniformizzazione degli stili di vita e degli atteggiamenti, delle stesse morali. “L’uomo ad una dimensione”, di cui parlava Marcuse, è ormai un fatto che concerne l’umanità e non il solo cittadino occidentale.

    Ma il trasferimento o, diciamo meglio, l’intrusione di stili di vita capitalistici in contesti pre-capitalistici (Africa, Asia, America latina) è semplicemente devastante, perché non vengono eliminate le differenze economiche delle varie parti del mondo ma si verifica un’intrusione di modelli di vita e di richieste di atteggiamenti a cui quelle popolazioni non possono adeguarsi e, dunque, il destino di quelle popolazioni è quello di servire al mantenimento dei livelli di vita  capitalistico-occidentali.

    In tale contesto si è andata diffondendo l’idea di una diversa globalizzazione che preveda una redistribuzione più equa delle ricchezze. Si sta verificando, cioè, un fenomeno molto simile a quello già verificatosi con l’imperialismo, quando furono gli stessi stati imperialisti a seminare negli stati colonizzati il germe della liberazione, in quanto trasmisero alle popolazioni sottomesse i propri ideali di libertà e d’indipendenza nazionale, rendendo loro insopportabile il dominio coloniale. Così, la globalizzazione, pur con i suoi indubbi aspetti negativi, produce contemporaneamente l’idea di una globalizzazione delle idee e dei diritti, l’idea di una giustizia globale.

 

                  

 

    Interessante è l’interpretazione che della globalizzazione danno M. Hardt e A. Negri nel libro intitolato Impero. L’interesse di tale interpretazione è dovuta al fatto che essa ci consente di analizzare l’ultima tappa, per così dire, della vita dello stato-nazione. Infatti, secondo questi autori, l’età della globalizzazione è caratterizzata dalla crisi definitiva dello stato-nazione e dalla nascita dell’Impero.

    Sentiamo cosa dicono gli autori (10):

    “L’Impero si sta materializzando proprio sotto i nostri occhi. Nel corso degli ultimi decenni, con la fine dei regimi coloniali e, ancor più rapidamente, in seguito al crollo dell’URSS e delle barriere  da essa opposte al mercato mondiale capitalistico, abbiamo assistito a un’irresistibile e irreversibile globalizzazione degli scambi economici e culturali. Assieme al mercato mondiale e ai circuiti globali della produzione sono emersi un nuovo ordine globale, una nuova logica e una nuova struttura di potere: in breve, una nuova forma di sovranità. Di fatto, l’Impero è il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali, il potere sovrano che governa il mondo. […]. E’ indubbiamente vero che, con l’avanzare della globalizzazione, la sovranità degli stati-nazione, benché ancora effettiva, ha subito un progressivo declino. […]. Tuttavia, il declino della sovranità dello stato-nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino.[…]. Il declino della sovranità dello stato-nazione e la sua crescente incapacità di regolare gli scambi economici e culturali è, infatti, uno dei primi sintomi che segnalano l’avvento dell’Impero. […]. Ciò che intendiamo con ‘Impero’, tuttavia, non ha nulla a che vedere con l’imperialismo […]. L’Impero emerge al crepuscolo della sovranità europea. Al contrario dell’imperialismo, l’Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione”. (Hardt-Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002).

 

    Al contrario dello stato-nazione, che lega la sovranità ad un preciso territorio, l’Impero si presenta come una sovranità deterritorializzante, che supera ogni confine e ogni divisione. Interessante, a questo proposito, l’interpretazione che gli autori danno delle lotte internazionaliste del Novecento come anticipatrici della globalizzazione, certo di una visione diversa della globalizzazione, basata su un concetto di giustizia globale, di fratellanza universale, dunque mirante ad un progetto di contro-Impero. La tesi di questo libro è, infatti, che all’interno dell’Impero debba nascere e svilupparsi un contro-Impero che fondi la globalizzazione sulla base di una comunità di fratellanza.

    Sentiamo gli autori (11):

   

    “Le più significative istanze di ribellione e di rivoluzione contro le moderne strutture di potere erano quelle che collegavano la lotta contro lo sfruttamento alla lotta contro il nazionalismo, il colonialismo e l’imperialismo. Nel corso di questi eventi l’umanità poteva apparire magicamente unita da un comune desiderio di liberazione e si è creduto di intravedere il bagliore del futuro, del giorno in cui i moderni meccanismi di dominio sarebbero stati distrutti una volta per tutte. Le masse in rivolta, con il loro desiderio di liberazione, i loro esperimenti per costruire delle alternative e le loro istanze di un potere costituente, nei loro momenti migliori, hanno sempre puntato verso l’internazionalizzazione e la globalizzazione delle relazioni, oltre le divisioni imposte dal comando nazionale, coloniale e imperialistico. Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero” (Ivi, p. 55).

 

    Fondamentale diventa, dunque, capire il senso del passaggio all’Impero e come nasca un nuovo concetto del diritto e un nuovo concetto del potere e della sovranità. A tal proposito, gli autori sostengono che il passaggio all’Impero non va inteso solo in termini negativi (declino degli stati-nazione, deregulation economica, ecc.) ma anche in termini positivi, nel senso che si costituisce una nuova realtà sistemica, organica e gerarchizzata, retta da un nuovo diritto che non è il tradizionale diritto internazionale (basato sui rapporti tra stati nazionali sovrani al proprio interno), bensì un diritto sovranazionale, in base al quale l’Impero afferma il proprio potere d’intervento nelle aree di crisi. Tale diritto porta con sé i valori della pace, della sicurezza e dell’equilibrio, ma essi sono funzionali alla legittimazione e al mantenimento dell’ordine gerarchizzato dell’Impero stesso. In sostanza, il diritto sovranazionale si presenta e si afferma come diritto di polizia.

    Sentiamo ancora gli autori (12):

 

    “Nell’epoca di crisi che seguì la fine della guerra fredda, la responsabilità di esercitare un potere di polizia gravò pesantemente sulle spalle degli Usa. La guerra del Golfo costituì la prima occasione per attivare questo tipo di potere nella sua pienezza. In realtà, la guerra consisteva in un’operazione di repressione […]. L’importanza della guerra del Golfo derivava […] dalla dimostrazione che gli Usa erano l’unica potenza in grado di dirigere la giustizia internazionale non in relazione a motivazioni d’ordine nazionale, ma in nome del diritto globale […] il loro richiamo all’universale è naturalmente falso, ma lo è in un modo del tutto particolare. La polizia mondiale americana agisce nell’interesse dell’Impero, non dell’imperialismo. […]. Con la conclusione della guerra fredda, gli Usa furono chiamati  a garantire e ad aumentare l’efficacia giuridica del processo di formazione di un nuovo diritto sopranazionale. Così come, nel I sec. a.C., i senatori chiesero ad Augusto di assumere le prerogative imperiali per l’amministrazione del bene comune, allo stesso modo, anche oggi, le organizzazioni internazionali (le Nazioni Unite, gli organismi finanziari internazionali e le organizzazioni umanitarie) chiedono agli Usa di assumere un ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale. In tutti i conflitti regionali della fine del XX sec., da Haiti al Golfo Persico e dalla Somalia alla Bosnia, agli Usa è stato chiesto di intervenire militarmente” (Ivi, pp. 171-173).

 

 

    Altra caratteristica sottolineata da Hardt e Negri è che il potere imperiale si presenta come biopotere. Si tratta di un concetto che gli autori derivano da un famoso pensatore del Novecento, M. Foucault, che aveva individuato una distinzione tra la “società disciplinare” e la “società di controllo”. La prima sarebbe la società tradizionale (potremmo dire, della modernità pre-imperiale) e si costituirebbe nei termini di una fitta rete di apparati che comandano e regolano gli usi e I costumi delle persone, le pratiche produttive, ecc. Questi apparati si basano su meccanismi di inclusione/esclusione attivati mediante una struttura di comando: si tratta della prigione, della fabbrica, del manicomio, dell’ospedale, della scuola, dell’università, ecc. Queste strutture sanzionano i comportamenti normali e quelli devianti, producendo l’inclusione o l’esclusione dei singoli nella società. La “società del controllo” è, invece, la società postmoderna, la società imperiale, in cui il potere, con i suoi comandi, viene interiorizzato direttamente dagli individui, i quali si autocontrollano e si autolimitano rispetto alle richieste che il sistema informativo universale opera (13):

 

    “La società del controllo (che si sviluppa agli estremi limiti della modernità e inaugura la postmodernità), al contrario, è un tipo di società in cui i meccanismi di comando divengono sempre più ‘democratici’, sempre più immanenti al sociale, e vengono distribuiti attraverso i cervelli e i corpi degli individui. I comportamenti che producono integrazione ed esclusione sociale vengono quindi sempre più interiorizzati dai soggetti stessi: in questa società il potere si esercita con le macchine che colonizzano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche, ecc.) e i corpi […] verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività” (Ivi, p. 39).

 

    In tal senso, Hardt e Negri parlano di biopotere  come del potere che regna nella società della comunicazione, delle reti informatiche. A tal proposito, la comunicazione e le reti globali in cui essa si esercita divengono fondamentali (14a):

 

    “Il biopotere è una forma di potere che regola il sociale dall’interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo. Il potere […] diviene una funzione vitale e integrale che ogni individuo comprende in sé e riattiva volontariamente” (Ivi, p. 39)

 

 e ancora

 

  (14b) “La comunicazione non solo esprime, ma soprattutto organizza il movimento della globalizzazione. Lo organizza moltiplicando e strutturando delle interconnessioni attraverso reti. Esprime il movimento e controlla sia il senso sia la direzione dell’immaginario che corre lungo queste connessioni comunicative. In altre parole, l’immaginario viene guidato e canalizzato all’interno della macchina comunicativa. Ciò che le moderne teorie del potere erano costrette a considerare trascendente, e cioè esterno alle relazioni produttive e sociali, oggi si forma all’interno, nell’ immanenza di queste stesse relazioni” (Ivi, p.47)

 

 

    La proposta conclusiva degli autori, che occupa la seconda parte del libro, è quella della possibilità di individuare nell’Impero stesso le forze di opposizione che possano organizzare un contro-Impero che abbatta l’Impero. Essi sostengono che queste forze possono derivare solo dalla “moltitudine”, cioè dall’insieme delle soggettività che abitano il mondo; tali forze sono il rifiuto, la disobbedienza, la diserzione dagli obblighi produttivi e consumistici che l’Impero ci impone. Tali forze possono essere sviluppate solo da un particolare tipo di “militante”, che per gli autori sostituisce il “comunista” del XIX e del XX sec. continuandone il lavoro verso una società globale basata sull’uguaglianza e sulla giustizia, e che presenta le caratteristiche della semplicità che rifiuta il mondo delle ricchezze e del consumismo. Non a caso, il libro si conclude con un riferimento alla straordinaria figura di Francesco d’Assisi, alla sua scelta “sovversiva” di rinunciare a tutto per riscoprire una vita fatta di semplicità e di gioia.

 

 

 

 

 

 

 

    Vorrei citarvi un altro autore che affronta il problema della globalizzazione da un diverso ma non meno interessante punto di vista. Si tratta di Marshall Mc Luhan che nel 1964 scrisse un libro intitolato Gli strumenti del comunicare in cui troviamo una lettura sostanzialmente positiva della globalizzazione perché essa, secondo l’autore, porterà l’uomo ad un nuovo e consapevole rapporto con la natura e col pianeta intero. Analizziamo brevemente la sua posizione.

    Egli è l’autore che ha usato per primo il concetto di “villaggio globale”. Egli sostiene che noi viviamo nell’era elettrica (o elettronica), in contrapposizione all’era meccanica che ha caratterizzato il XIX sec. L’era elettrica è caratterizzata dai moderni strumenti di comunicazione che hanno “ridotto il globo a poco più che un villaggio in cui vi è un’interconnessione onnipervasiva che collega ogni evento e realtà del mondo, dove nulla di ciò che accade risulta privo di ripercussioni sul disegno globale, al punto che la distruzione di qualsiasi parte dell’organismo può risultare fatale per il tutto, soprattutto in un’epoca in cui la velocità elettronica mescola le culture della preistoria con le civiltà industriali in un multiversum comprensivo di differenti ritmi temporali, sia storici sia naturali, tutti però simultaneamente presenti e agenti.

    L’uomo che vive nell’era elettrica o ecologica, secondo Mc Luhan, è l’uomo del campo totale, cioè l’uomo che, grazie alla nuova tecnologia, estende non gli occhi, ma il proprio sistema nervoso centrale a tutto il pianeta, in un rapporto organico con il tutto. Ma questa nuova realtà pone all’uomo contemporaneo anche un compito etico: quello di ricostituire la propria vera, profonda e completa identità, recuperando i frammenti di sé proiettati all’esterno per lunghi secoli: una sorta di disalienazione, di ricomposizione delle energie psichiche e sociali.

    Potremo realizzare questo compito, secondo Mc Luhan, se riscopriremo, in un certo senso, la nostra origine naturale e tribale, se riscopriremo la nostra “Africa interna”, superando la tendenza dell’uomo civilizzato a restringere lo spazio e a separare le funzioni, e recuperando la tendenza dell’uomo tribale ad identificarsi con l’universo, agendo come organo del cosmo e accettando le proprie funzioni fisiche come modi di partecipazione alle energie divine.

    Questo recupero della capacità di sintonizzarsi con l’universo vivente, portandoci alla creazione di una coscienza collettiva, senza pareti, potrebbe addirittura condurci al superamento del linguaggio, facendoci entrare in un’atmosfera di percezione extra-sensoriale.

    In tal modo si formano le premesse per un rinnovato rapporto autentico con la natura che è un organismo vivente, madre di tutti gli esseri che popolano la terra, di noi uomini, ormai cittadini del mondo, che possiamo infine, con l’ausilio delle tecnologie più moderne, sentirci a casa, in patria, in ogni punto del globo. I media creano, cioè, un campo totale di eventi interdipendenti ai quali partecipano tutti gli uomini. Tale mondo ha un’interdipendenza interna simile all’interdipendenza interna di un organismo individuale, e ciò in quanto l’elettricità rafforza il legame sociale organico mediante il suo impiego tecnologico nel telegrafo, nel telefono, nella radio (e, oggi potremmo aggiungere, in internet) e rende ognuno di noi presente e accessibile ad ogni altra persona esistente nel globo. (15)

"Noi viviamo oggi nell’era dell’informazione e della comunicazione perché i media elettrici creano istantaneamente un campo totale di eventi interdipendenti ai quali partecipano tutti gli uomini. Ora questo mondo di azioni reciproche pubbliche ha la stessa interdipendenza onnicomprensiva e integrale che aveva sinora caratterizzato soltanto i nostri sistemi nervosi individuali. Questo perché l’elettricità ha carattere organico e rafforza il legame sociale organico mediante il suo impiego tecnologico nel telegrafo, nel telefono, nella radio e in altre forme. […] La simultaneità della comunicazione elettrica, tipica anche del nostro sistema nervoso, rende ognuno di noi presente e accessibile ad ogni altra persona esistente al mondo."

 

 

    Quest’idea di un’integrazione di tutti gli esseri umani in una sorta di unico organismo vivente, in cui ognuno partecipa della vita di tutti gli altri, partecipa cioè di una coscienza collettiva, è presente in un autore di fantascienza, di cui sicuramente avrete sentito parlare, Isaac Asimov, autore di numerosi romanzi in cui si parla della colonizzazione della nostra galassia da parte degli uomini e della costruzione di un impero interplanetario. In uno di tali romanzi, intitolato Fondazione e Terra, si parla di un pianeta di nome Gaia, abitato dai discendenti dei terrestri che hanno già realizzato questa coscienza collettiva di un unico organismo e si apprestano a realizzarla in tutta la galassia con il nome di Galaxia. Ecco come il pianeta Gaia è definito da uno dei protagonisti (Trevize) (16):

    “Ho scelto Gaia, un superorganismo; un intero pianeta con una mente e una personalità in comune, che obbliga a ricorrere a un pronome inventato, ‘Io/Noi/Gaia, per esprimere l’inesprimibile […] E alla fine diventerà Galaxia, un super-superorganismo che abbraccerà tutti gli sciami stellari della Via Lattea” (p.10)

    E sentiamo come Bliss, abitante di Gaia, descrive le caratteristiche di questo pianeta (17):

    “ I ricordi di Gaia non si limitano al contenuto del mio cranio individuale […] Vedi, prima degli albori della storia, è esistito senza dubbio un periodo in cui gli esseri umani erano estremamente primitivi e, anche se erano in grado di ricordare gli eventi, non sapevano parlare. In seguito è stato inventato il linguaggio, e serviva a esprimere i ricordi e tramandarli nel tempo alle generazioni future. Tutto il progresso tecnologico delle fasi successive è servito a creare più spazio per immagazzinare i ricordi e  facilitare il compito di richiamare quelli desiderati. Ma quando gli individui si sono uniti formando Gaia, tutto questo processo è stato superato. Noi siamo in grado di tornare alla memoria, il sistema fondamentale di raccolta dei dati alla base di tutto. Capisci? Trivize chiese: ‘Vorresti dire che la somma complessiva di tutti i cervelli di Gaia può ricordare molti più dati di un singolo cervello? -  ‘Certo’- ‘Ma se i dati di Gaia sono disseminati in tutta la memoria planetaria, tu che vantaggio ne ricavi come parte individuale di Gaia?’ – ‘Un vantaggio notevolissimo. Qualsiasi cosa desideri conoscere si trova in qualche mente individuale, forse in più menti. Se si tratta di un dato fondamentale, per esempio il significato della parola sedia, allora è in ogni mente. Ma anche se si tratta di un dato esoterico, presente solo in una piccola parte della mente di Gaia, io posso richiamarlo se necessario […] Ecco, Trevize, se vuoi sapere qualcosa che non è presente nella tua mente, tu guardi un certo videolibro o usi la banca dati di un computer. Io analizzo la mente globale di Gaia […] La mente di Gaia è un’enorme banca dati, diciamo, e io posso sempre usarla, ma non c’è bisogno che ricordi consciamente ogni cosa che mi serve. Una volta utilizzato un certo dato, posso lasciare che mi esca dalla mente. Posso rimetterlo dove l’ho preso’ – ‘Mi pare, dice Trevize, che un miliardo di menti umane, tra cui sono comprese menti di bambini [si fa riferimento alla popolazione di Gaia, stimata, appunto, attorno al miliardo] non siano affatto sufficienti a memorizzare tutti i dati di cui ha bisogno una società complessa’ – ‘Ma gli esseri umani non sono le uniche creature viventi di Gaia, Trevize’ – ‘Intendi dire che anche gli animali ricordano? – ‘I cervelli non umani possono immagazzinare ricordi con la stessa densità di quelli umani […] In ogni modo, quantità significative di dati importanti possono essere, e sono, immagazzinate nei cervelli animali,e nei tessuti vegetali, e nella struttura minerale del pianeta’ – ‘Nella struttura minerale? Le rocce e le catene montuose, cioè?’ – ‘E, per certi dati, l’oceano e l’atmosfera. Tutto è Gaia’ (p. 24-27).

                                                                                                                                                   

 

 

Nazionalismo. Note

 

Definizione

 

 (1). “ Nazione, s.f. Gruppo umano di presunta origine umana comune ed effettivamente caratterizzato dalla comunanza di lingua, di costumi e di istituzioni sociali ed eventualmente (ma non necessariamente) unificato o consociato…in forma politica o prepolitica; comunità umana etnico-linguistica” (S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Utet, Torino 1981).

 

F. Meinecke

 (2).    “Sedi comuni, comune discendenza o, più esattamente – dato che non ci sono nazioni di razza pura nel significato antropologico della parola – uguale o simile mescolanza di sangue, lingua comune, vita spirituale comune, lega o federazione di parecchi Stati d’uguale natura: tutte queste possono essere caratteristiche  importanti, essenziali, d’una nazione; ma con ciò non è detto che una Nazione, per essere tale, debba possederle tutte insieme. Quel che essa deve possedere incondizionatamente è un intimo nocciolo naturale, nato dalla consanguineità. Su di esso possono fondarsi e crescere quella peculiare, profonda comunanza spirituale, quella più o meno chiara coscienza di essa […] Prima premessa per lo sviluppo di una nazione è ch’essa abbia un saldo fondamento territoriale, una ‘patria’. […] Lingua, letteratura, religione comuni sono i più importanti ed efficaci possessi culturali, dai quali una nazione culturale possa sorgere e venir cementata” (F. Meinecke, Cosmopolitismo e stato nazionale, La Nuova Italia, 1975).

 

(3).  U. Foscolo, A Zacinto

“ Né più mai toccherò le sacre sponde/ove il mio corpo fanciulletto giacque,/Zacinto mia, che te specchi nell’onde/del greco mar da cui vergine nacque/ Venere, e fea quelle isole feconde/col suo primo sorriso, onde non tacque/le tue limpide nubi e le tue fronde/l’inclito verso di colui che l’acque/cantò fatali,ed il diverso esiglio/per cui bello di fama e di sventura/baciò la sua petrosa Itaca Ulisse./Tu non altro che il canto avrai del figlio,/o materna mia terra;a noi prescrisse/il fato illacrimata sepoltura.”  

 A.  Manzoni, Marzo 1821                                      

 Alcuni brani:  “… L’han giurato: altri forti a quel giuro/ rispondean da fraterne contrade

                        “… una gente che libera tutta/o fia serva tra l’Alpe ed il mare;/una d’arme, di 

                        lingua, d’altare,/di memorie, di sangue e di cor”.

                       “O stranieri, nel proprio retaggio/torna Italia e il suo suolo riprende;/o stranieri

                       strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”.       

 

(4)  F. Chabod   

    “Dire senso di nazionalità significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro le tendenze generalizzatici ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo. Per questo, l’idea di nazione sorge e trionfa con il sorgere e il trionfare di quel grande movimento di cultura europeo che ha nome Romanticismo […] quando l senso dell’individuale domina il pensiero europeo. […] Com’è ovvio, l’idea di nazione sarà particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti; il principio di nazionalità, che ne è precisamente l’applicazione in campo politico, troverà il massimo favore presso coloro che solo in base ad esso possono sperare di comporre in unità le sin qui sparse membra della patria comune. Quindi, sarà soprattutto in Italia e in Germania che l’idea nazionale troverà assertori entusiasti e continui; e, dietro a loro, negli altri popoli divisi e dispersi, in primis i polacchi. […] L’Italia e la Germania, dunque, terre classiche … dell’idea di nazionalità. E nell’una come nell’altra nazione, identici pure risuonavano gli appelli al proprio passato, alla storia, come quella che, dimostrando la presenza secolare e gloriosa di una nazione italiana (o tedesca) in ogni campo, essenzialmente in quello della cultura, arte e pensiero, legittimava le aspirazioni a che questa presenza si concretasse anche nel campo politico; a che cioè la nazione, da fatto puramente linguistico-culturale, si tramutasse in fatto politico, divenendo Stato”

(F. ChabodL’idea di nazione, Laterza, Bari, 1967)

                

(5)  G.W.F. Hegel

    “Si può dire della storia universale che essa è la raffigurazione del modo in cui lo spirito si sforza di giungere alla cognizione di ciò ch’ esso è in sé. Gli Orientali non sanno ancora che lo spirito, o l’uomo come tale, è libero in sé. Non sapendolo, non lo sono. Essi sanno solo che uno è libero; ma appunto perciò questa libertà è arbitrio, barbarie, gravezza della passione, o magari anche mitezza e mansuetudine della passione stessa, che anch’essa è solo un caso di natura o un arbitrio. Quest’uno è perciò solo un despota, non un uomo libero, un uomo. Presso i Greci, per primi, è sorta la coscienza della libertà, e perciò essi sono stati liberi; ma essi, come anche i Romani, sapevano solo che alcuni sono liberi, non l’uomo come tale. Ciò non seppero né Platone né Aristotele; e perciò non solo i Greci ebbero schiavi, e la loro vita e il sussistere della loro bella libertà fu vincolata a tale condizione, ma anche la loro libertà non fu in parte che una fioritura accidentale, elementare, transitoria e ristretta, e in parte, insieme, una dura schiavitù dell’umano. Solo le nazioni germaniche sono giunte nel cristianesimo alla coscienza che l’uomo come uomo è libero, che la libertà ddello spirito costituisce la sua più propria natura” (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, 1941).

(6)   “[…] Ora, sono i grandi individui cosmico-storici che afferrano questo universale e ne fanno il loro fine, che traducono in atto quella finalità che è conforme al superiore concetto dello spirito. In quanto tali essi sono da chiamarsi eroi. Essi attingono il loro fine e la loro missione non dal sistema tranquillo e ordinato […]. La loro giustificazione non è nello stato di cose esistente; è un’altra sorgente quella a cui attingono. E’ lo spirito nascosto, che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo, che non è ancora progredito ad esistenza attuale ma che vuole prorompervi […]. Loro compito era conoscere questo universale, cioè il grado necessario e supremo del loro mondo, proporselo come fine e mettere in esso la loro energia. Essi hanno attinto a se medesimi l’universale che hanno recato in atto, ma esso non è stato inventato da loro, bensì è esistito eternamente. […] essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti […] esprimono ciò di cui è giunta l’ora […] sanno quel che si tratta di fare […]. Gli altri debbono loro obbedire”.

(G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I, Firenze 1973, pp. 87-91).

 

(7)  Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente:

    “La vita è la prima e l’ultima delle correnti cosmiche in forma microcosmica. Essa costituisce la realtà per eccellenza nel mondo considerato come storia. Di fronte all’irresistibile ritmo agente nella successione delle generazioni alla fine scompare tutto ciò che l’essere desto ha costruito nei suoi mondi dello spirito. Nella storia l’essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo della verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo: ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all’esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall’essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell’azione e la giustizia più essenziale della potenza”

 

Benito Mussolini, La dottrina del fascismo

 

  (8) “Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono ‘pensabili’ in quanto nello Stato. […] Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello Spirito. […] Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio”.

 

 

  (10) M. Hardt-A. Negri, Impero

     “L’Impero si sta materializzando proprio sotto i nostri occhi. Nel corso degli ultimi decenni, con la fine dei regimi coloniali e, ancor più rapidamente, in seguito al crollo dell’URSS e delle barriere  da essa opposte al mercato mondiale capitalistico, abbiamo assistito a un’irresistibile e irreversibile globalizzazione degli scambi economici e culturali. Assieme al mercato mondiale e ai circuiti globali della produzione sono emersi un nuovo ordine globale, una nuova logica e una nuova struttura di potere: in breve, una nuova forma di sovranità. Di fatto, l’Impero è il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali, il potere sovrano che governa il mondo. […]. E’ indubbiamente vero che, con l’avanzare della globalizzazione, la sovranità degli stati-nazione, benché ancora effettiva, ha subito un progressivo declino. […]. Tuttavia, il declino della sovranità dello stato-nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino.[…]. Il declino della sovranità dello stato-nazione e la sua crescente incapacità di regolare gli scambi economici e culturali è, infatti, uno dei primi sintomi che segnalano l’avvento dell’Impero. […]. Ciò che intendiamo con ‘Impero’, tuttavia, non ha nulla a che vedere con l’imperialismo […]. L’Impero emerge al crepuscolo della sovranità europea. Al contrario dell’imperialismo, l’Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione”.

(M. Hardt-A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002)

 

    (11) “Le più significative istanze di ribellione e di rivoluzione contro le moderne strutture di potere erano quelle che collegavano la lotta contro lo sfruttamento alla lotta contro il nazionalismo, il colonialismo e l’imperialismo. Nel corso di questi eventi l’umanità poteva apparire magicamente unita da un comune desiderio di liberazione e si è creduto di intravedere il bagliore del futuro, del giorno in cui i moderni meccanismi di dominio sarebbero stati distrutti una volta per tutte. Le masse in rivolta, con il loro desiderio di liberazione, i loro esperimenti per costruire delle alternative e le loro istanze di un potere costituente, nei loro momenti migliori, hanno sempre puntato verso l’internazionalizzazione e la globalizzazione delle relazioni, oltre le divisioni imposte dal comando nazionale, coloniale e imperialistico. Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero” (Ivi, p. 55)

 

   (12) “Nell’epoca di crisi che seguì la fine della guerra fredda, la responsabilità di esercitare un potere di polizia gravò pesantemente sulle spalle degli Usa. La guerra del Golfo costituì la prima occasione per attivare questo tipo di potere nella sua pienezza. In realtà, la guerra consisteva in un’operazione di repressione […]. L’importanza della guerra del Golfo derivava … dalla dimostrazione che gli Usa erano l’unica potenza in grado di dirigere la giustizia internazionale non in relazione a motivazioni d’ordine nazionale, ma in nome del diritto globale […] il loro richiamo all’universale è naturalmente falso, ma lo è in un modo del tutto particolare. La polizia mondiale americana agisce nell’interesse dell’Impero, non dell’imperialismo. […]. Con la conclusione della guerra fredda, gli Usa furono chiamati  a garantire e ad aumentare l’efficacia giuridica del processo di formazione di un nuovo diritto sopranazionale. Così come, nel I sec. a.C., i senatori chiesero ad Augusto di assumere le prerogative imperiali per l’amministrazione del bene comune, allo stesso modo, anche oggi, le organizzazioni internazionali (le Nazioni Unite, gli organismi finanziari internazionali e le organizzazioni umanitarie) chiedono agli Usa di assumere un ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale. In tutti i conflitti regionali della fine del XX sec., da Haiti al Golfo Persico e dalla Somalia alla Bosnia, agli Usa è stato chiesto di intervenire militarmente” (Ivi, pp. 171-173)

 

 (13) “La società del controllo (che si sviluppa agli estremi limiti della modernità e inaugura la postmodernità), al contrario, è un tipo di società in cui i meccanismi di comando divengono sempre più ‘democratici’, sempre più immanenti al sociale, e vengono distribuiti attraverso i cervelli e i corpi degli individui. I comportamenti che producono integrazione ed esclusione sociale vengono quindi sempre più interiorizzati dai soggetti stessi: in questa società il potere si esercita con le macchine che colonizzano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche, ecc.) e i corpi … verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività” (Ivi, p. 39).

 

(14a) “Il biopotere è una forma di potere che regola il sociale dall’interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo. Il potere … diviene una funzione vitale e integrale che ogni individuo comprende in sé e riattiva volontariamente” (Ivi, p. 39)

 

  (14b) “La comunicazione non solo esprime, ma soprattutto organizza il movimento della globalizzazione. Lo organizza moltiplicando e strutturando delle interconnessioni attraverso reti. Esprime il movimento e controlla sia il senso sia la direzione dell’immaginario che corre lungo queste connessioni comunicative. In altre parole, l’immaginario viene guidato e canalizzato all’interno della macchina comunicativa. Ciò che le moderne teorie del potere erano costrette a considerare trascendente, e cioè esterno alle relazioni produttive e sociali, oggi si forma all’interno, nell’imanenza di queste stesse relazioni” (Ivi, p.47)

 

 

 

Marshall Mc Luhan, Gli strumenti del comunicare

  (15)  "Noi viviamo oggi nell’era dell’informazione e della comunicazione perchè i media elettrici creano istantaneamente un campo totale di eventi interdipendenti ai quali partecipano tutti gli uomini. Ora questo mondo di azioni reciproche pubbliche ha la stessa interdipendenza onnicomprensiva e integrale che aveva sinora caratterizzato soltanto i nostri sistemi nervosi individuali. Questo perchè l’elettricità ha carattere organico e rafforza il legame sociale organico mediante il suo impiego tecnologico nel telegrafo, nel telefono, nella radio e in altre forme. La simultaneità della comunicazione elettrica, tipica anche del nostro sistema nervoso, rende ognuno di noi presente e accessibile ad ogni altra persona esistente al mondo."

Isaac Asimov, Fondazione e Terra

  (16)  “Ho scelto Gaia, un superorganismo; un intero pianeta con una mente e una personalità in comune, che obbliga a ricorrere a un pronome inventato, ‘Io/Noi/Gaia, per esprimere l’inesprimibile […] E alla fine diventerà Galaxia, un super-superorganismo che abbraccerà tutti gli sciami stellari della Via Lattea”.

 

(17)  “I ricordi di Gaia non si limitano al contenuto del mio cranio individuale […] Vedi, prima degli albori della storia, è esistito senza dubbio un periodo in cui gli esseri umani erano estremamente primitivi e, anche se erano in grado di ricordare gli eventi, non sapevano parlare. In seguito è stato inventato il linguaggio, e serviva a esprimere i ricordi e tramandarli nel tempo alle generazioni future. Tutto il progresso tecnologico delle fasi successive è servito a creare più spazio per immagazzinare i ricordi e a facilitare il compito di richiamare quelli desiderati. Ma quando gli individui si sono uniti formando Gaia, tutto questo processo è stato superato. Noi siamo in grado di tornare alla memoria,. Il sistema fondamentale di raccolta dei dati alla base di tutto. Capisci? Trivize chiese: ‘Vorresti dire che la somma complessiva di tutti i cervelli di Gaia può ricordare molti più dati di un singolo cervello? -  ‘Certo’- ‘Ma se i dati di Gaia sono disseminati in tutta la memoria planetaria, tu che vantaggio ne ricavi come parte individuale di Gaia?’ – ‘Un vantaggio notevolissimo. Qualsiasi cosa desideri conoscere si trova in qualche mente individuale, forse in più menti. Se si tratta di un dato fondamentale, per esempio il significato della parola sedia, allora è in ogni mente. Ma anche se si tratta di un dato esoterico, presente solo in una piccola parte della mente di Gaia, io posso richiamarlo se necessario […] Ecco, Trevize, se vuoi sapere qualcosa che non è presente nella tua mente, tu guardi un certo videolibro o usi la banca dati di un computer. Io analizzo la mente globale di Gaia […] La mente di Gaia è un’enorme banca dati, diciamo, e io posso sempre usarla, ma non c’è bisogno che ricordi consciamente ogni cosa che mi serve. Una volta utilizzato un certo dato, posso lasciare che mi esca dalla mente. Posso rimetterlo dove l’ho preso’ – ‘Mi pare, dice Trevize, che un miliardo di menti umane, tra cui sono comprese menti di bambini  non siano affatto sufficienti a memorizzare tutti i dati di cui ha bisogno una società complessa’ – ‘Ma gli esseri umani non sono le uniche creature viventi di Gaia, Trevize’ – ‘Intendi dire che anche gli animali ricordano? – ‘I cervelli non umani possono immagazzinare ricordi con la stessa densità di quelli umani […] In ogni modo, quantità significative di dati importanti possono essere, e sono, immagazzinate nei cervelli animali,e nei tessuti vegetali, e nella struttura minerale del pianeta’ – ‘Nella struttura minerale? Le rocce e le catene montuose, cioè?’ – ‘E, per certi dati, l’oceano e l’atmosfera. Tutto è Gaia’.