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   Moduli filosofale

Il concetto di materialismo

(leonardo f. barbatano)

 

 

Giustificazione

 

    Vorrei giustificare la scelta dell’argomento, con la speranza che proprio questa giustificazione possa suscitare il vostro interesse verso una problematica che ritengo fondamentale nell’ambito della storia del pensiero umano. “Materialismo” è un termine generico che indica quelle filosofie, spesso molto eterogenee, che ammettono solo l’esistenza di enti materiali, sostenendo che il fondamento dell’essere sia materiale. In tal modo, il materialismo costituisce una posizione ontologica, cioè una possibile risposta al problema della natura dell’essere. Una delle domande fondamentali dell’uomo, e dunque della filosofia, è infatti “che cos’è l’essere?”, come concepire la realtà di cui noi stessi siamo parte? La risposta materialistica  a tale questione non è l’unica risposta possibile, vi è anche la risposta idealistica o spiritualistica. Vi è anche chi nega la possibilità stessa di porsi una domanda di tal genere. Comunque sia, oggi noi trattiamo la risposta materialistica.

 

 

 

La questione dell’essere

 

    Domandarsi cos’è la realtà in cui viviamo significa porre la questione dell’essere, che è una questione eminentemente filosofica, dunque eminentemente umana. Essa concerne tanto la ricerca scientifica, con il suo percorso di penetrazione del mondo, di studio delle caratteristiche e delle componenti della realtà, quanto la riflessione metafisica, nel suo percorso di interpretazione del senso dell’esistere delle cose.

 

 

La dimensione linguistica dell’essere

 

    La questione dell’essere ha, innanzitutto, una dimensione linguistica, nel senso che la nostra esperienza dell’essere, dell’esistere delle cose, può avvenire solo all’interno del linguaggio che chiama le cose, facendo in un certo senso l’appello degli enti. L’essere esiste in quanto lo chiamiamo e lo denominiamo, nel senso che, per noi, l’esistenza della realtà indipendentemente da noi non avrebbe alcuna rilevanza. L’uomo, nel suo rapporto con la realtà, non può uscire dalla dimensione del linguaggio, da quell’ “è” con cui appella le cose. Ora, se noi assumiamo l’ “è”, privandolo di tutti i predicati, di tutte le determinazioni, otteniamo l’essere in generale, l’esistere in generale di qualcosa, l’esistere in quanto tale, ciò che appunto viene indicato come, semplicemente, essere. Una volta ridotta in tali termini la questione, si pone la domanda: che cos’è questo essere? Dunque, non che cos’è questo o quell’ente, ma che cos’è l’essere in generale.

 

 

 

 

Le due domande sull’essere

 

1.      La domanda metafisica di senso: M. Heidegger: “Perché esiste l’essere e non il nulla?” Impossibilità di rispondere a tale domanda o innumerevoli risposte.

2.      La domanda scientifica o empirica: “Cos’è l’essere?” Due fondamentali risposte:

 

a)      l’essere è materia – varie forme di materialismo

b)      l’essere è spirito – varie forme di spiritualismo

 

 

    Noi oggi tratteremo della risposta materialistica

 

 

 

Definizione

 

    Tutte le forme storicamente individuabili di materialismo sono accomunate dall’affermazione che la sola causa di tutte le cose esistenti è la materia. In tal senso, la materia è l’unica realtà e tutto ciò che accade nell’universo deriva da movimenti e combinazioni di essa, volendosi con ciò intendere che ogni attività spirituale (compresa l’attività pensante) e ogni manifestazione di energia o di vitalità sono riconducibili alla struttura e all’organizzazione della materia. La materia indica tutto ciò che ha estensione, occupa uno spazio, possiede massa, peso e movimento, inerzia, resistenza, impenetrabilità, attrazione e repulsione. Essa è il costituente primordiale dell’universo nel quale sono reali soltanto gli enti e i processi sensibili, mentre gli eventi o processi mentali e spirituali sono determinati unicamente dai processi materiali.

    La concezione materialistica dell’essere sostiene, dunque, la realtà dei soli enti materiali e nega le entità immateriali, come l’anima, lo spirito, ecc. Per quel che concerne l’anima, essa o viene negata o, dove ammessa, è intesa anch’essa come materiale, sia pure costituita da una materia più sottile, dunque non sostanza eterogenea e destinata a sopravvivere al corpo, ma intrinseca al corpo, di cui segue il destino. Da tutto ciò discendono alcune conseguenze filosofiche di una certa importanza: innanzitutto, che l’essere naturale è privo di qualsiasi razionalità e finalità, che esso cioè non è organizzato da alcuna intelligenza superiore, ma si articola secondo leggi e cause intrinseche alla materia; per cui, in secondo luogo, non si dà, nell’essere, alcuna provvidenzialità, alcun intervento divino; in terzo luogo, che l’unica intelligenza presente nella realtà è quella umana, ma che essa, lungi dal costituire una qualche provenienza divina e ultraterrena, rappresenta un semplice sviluppo dell’organizzazione e articolazione della materia.

    Tutto ciò può farvi capire come alle concezioni materialistiche si siano sempre contrapposte le concezioni idealistiche, spiritualistiche o religiose, che affermano invece che la realtà è spirito realizzato, che la materia è un prodotto dello spirito, che lo spirito è l’unica realtà alla quale tutto ciò che esiste dovrà tornare. In queste concezioni la materia costituisce una realtà inferiore che solo le forze spirituali rendono viva: così, ad esempio, è l’anima spirituale a rendere vivo il corpo materiale, a nobilitarlo si direbbe, per cui il rimanere legati alle sole cause materiali costituirebbe un limite e un’insufficienza della vita, una mancanza di vera libertà.

    A tal proposito, la risposta dei materialisti è che proprio la negazione delle entità spirituali, il rimanere fedeli alla naturalità e materialità dell’esistenza, costituisce la vera liberazione degli uomini, la loro emancipazione e l’affermazione della loro dignità in quanto esseri naturali autonomi.

 

 

 

 

Sviluppo storico del materialismo

   

    Possiamo brevemente, senza alcuna pretesa di completezza, individuare alcune tappe dello sviluppo storico della concezione materialistica, per proporre un percorso, un itinerario di lettura e di comprensione della questione. Si può parlare di un materialismo antico, con gli atomisti Leucippo e Democrito e poi con Epicuro, Lucrezio, ecc.; di un materialismo moderno, che va da Hobbes a Gassendi ai materialisti illuministi; di un materialismo contemporaneo, che possiamo suddividere in due filoni: uno che va dal materialismo naturalistico di Feuerbach al materialismo storico-dialettico di Marx ed Engels con i suoi sviluppi fino al Novecento, e che segna storicamente un ulteriore avanzamento nella direzione del superamento della metafisica; un altro che concerne il trasformarsi del concetto stesso di materia con la rivoluzione scientifica del primo Novecento e con le scoperte di Einstein che aprono prospettive completamente nuove.

 

 

 

Leucippo e Democrito

 

    Sentiamo qualche testimonianza sugli atomisti del V sec. a. C.

 

 

    (1)   “Leucippo e l’amico suo Democrito dissero che gli elementi sono il pieno e il vuoto, chiamandoli rispettivamente essere e non-essere, nel senso che di essi il pieno e il solido è l’essere, il vuoto è il non-essere; perciò essi dicono che l’essere non è nulla più del non-essere  perché neppure il corpo è nulla più del vuoto. Queste cose sono causa dell’essere in quanto ne costituiscono la materia. E come quelli che sostengono che una sola è la sostanza che fa da soggetto, e fanno nascere le altre cose attraverso le proprietà di quella sostanza, ponendo la densità e la rarefazione come principi di quelle proprietà, allo stesso modo anche costoro dicono che le differenze sono causa di tutte le altre cose. Dicono che le differenze sono tre: la figura, l’ordine e la posizione” (Aristotele, La Metafisica, Utet, Torino, I, pp. 195-196).

 

    (1a) “Dicono infatti (Leucippo e Democrito) che le prime grandezze (principi delle cose) sono infinite di numero e indivisibili in grandezza, e che non nascono i molti dall’uno né l’uno dai molti: ma che tutte le cose si generano dall’accoppiamento e dall’amplesso di questi” (Aristotele, De coelo, III, 4, 303). “Poiché dicono essere impossibile che dal due nasca l’uno o dall’uno il due; poiché le grandezze indivisibili (atomi) costituiscono le sostanze” (Aristotele, Metafisica, VII, 13, 1031).

 

    (1b) Secondo Democrito “gli atomi si muovono nel vuoto e, sopraggiungendosi, reciprocamente si urtano, e gli uni rimbalzano come si trovano, gli altri si allacciano fra loro secondo la simmetria delle forme, delle grandezze, delle posizioni e disposizioni, e si raccolgono, e così si compie la nascita delle cose composte” (Simplicio, De coelo, 110).

 

    (1c)  Democrito dice: “Principi di tutte le cose sono gli atomi e il vuoto, e tutto il resto è opinione soggettiva; vi sono infiniti mondi, i quali sono generati e corruttibili; nulla viene dal non essere; nulla può perire e dissolversi nel non essere: E gli atomi sono infiniti sotto il rispetto della grandezza e del numero, e si muovono nell’universo aggirandosi vorticosamente e in tal modo generano tutti i composti, fuoco, aria, acqua, terra; poiché anche questi sono dei complessi di certi particolari atomi: i quali invece non sono né scomponibili né alterabili appunto per la loro solidità […] Tutto si produce conforme a necessità, poiché la causa della formazione di tutte le cose è quel movimento vorticoso [si] chiama appunto necessità” (I Presocratici, a cura di G. Giannantoni, Laterza , Bari 200

Epicuro

 

Vi ho scelto alcuni passi della celebre Epistola ad Erodoto in cui Epicuro riassume la sua dottrina materialistica.

   (2) “[…] Il tutto è costituito di corpi e vuoto… Che i corpi esistano, lo attesta di per sé in ogni caso la sensazione, in base alla quale si deve poi arguire col ragionamento ciò che sfugge all’esperienza sensibile. […] Dei corpi alcuni sono composti, altri sono gli elementi che danno origine ai composti. Questi sono corpi indivisibili e immutabili, dal momento che il tutto non può dissolversi nel nulla; essi possiedono la capacità di rimanere immutati nel corso delle dissoluzioni dei composti, avendo natura compatta né essendo in alcun modo suscettibili di dissoluzione. I principi costitutivi dei corpi sono dunque di necessità nature indivisibili. […] Inoltre, il tutto è infinito, perché ciò che è finito ha un limite estremo, e tale limite estremo lo si determina in rapporto con qualcos’altro; ma non è possibile conoscere il tutto in rapporto a qualcos’altro; si deve perciò ammettere che, in quanto non ha un limite estremo, esso non ha limite in assoluto e, non avendo limite, è infinito e illimitato. E’ infinito anche quanto a moltitudine dei corpi e grandezza del vuoto. […] Gli atomi si muovono senza posa in eterno […] Alcuni rimbalzano via lontanissimi gli uni dagli altri, altri sostengono l’urto di rimbalzo lì dove sono […] Questo moto non ha inizio, dal momento che atomi e vuoto sono eterni. […] mai un atomo fu tale da poter essere scorto da noi coi nostri sensi. […] Ma anche i mondi sono infiniti, quali simili a questo nostro e quali dissimili. Gli atomi infatti infiniti … percorrono anche le più grandi lontananze; e questi atomi che sono capaci di formare un mondo non si esauriscono nella formazione di uno solo né di un numero di mondi limitato, si tratti di mondi simili o dissimili al nostro. Così niente si oppone a che vi siano infiniti mondi. […] Bisogna anche convincersi che gli atomi non presentano altre proprietà dei fenomeni se non la figura, il peso e la grandezza. […] Dopo di ciò, bisogna considerare, rifacendoci alle sensazioni e alle affezioni, come l’anima sia un corpo sottile, sparso per tutto il composto, assai simile a un soffio e avente in sé una certa mistura di calore. […] Bisogna anche considerare che noi parliamo di incorporeo, secondo l’accezione più generale del termine, quando vogliamo riferirci a ciò che può essere pensato come sussistente di per sé; ma in realtà niente di incorporeo può essere pensato come sussistente di per sé, se non il vuoto […]. Vaneggiano perciò quelli che sostengono l’anima essere un incorporeo: se lo fosse non potrebbe né agire né patire, mentre noi possiamo cogliere chiaramente nell’anima questi due accidenti. […] Si deve ritenere, inoltre, che è compito della scienza della natura indagare le cause dei fatti fondamentali, e che in questo consiste la felicità, e nel sapere quali siano di loro natura le realtà che si contemplano nei cieli …” (Epicuro, Epistola I, a Erodoto, in Opere, Utet 1983, pp. 157-176).

 

 

 

 

 

Lucrezio

 

    La concezione materialistica epicurea fu ripresa, rielaborata ed espressa poeticamente da Lucrezio nel suo famoso poema De rerum natura. E’ interessante osservare tale espressione poetica, laddove l’autore ci parla della realtà e della vita come movimento degli atomi nel vuoto, introducendo il concetto di clinamen per spiegare l’incontro tra gli atomi e la nascita, da tale incontro, di tutte le cose. Sentiamo Lucrezio:

 

   (3) “A tale proposito desideriamo che tu conosca anche questo:

che i corpi primi [atomi], quando in linea retta per il vuoto son tratti

in basso dal proprio peso, in un momento affatto indeterminato

e in un luogo indeterminato, deviano un po’ dal loro cammino:

giusto quel tanto che puoi chiamare modifica del movimento.

Ma, se non solessero declinare, tutti cadrebbero verso il basso,

come gocce di pioggia, per il vuoto profondo,

né sarebbe nata collisione, né urto si sarebbe prodotto

tra i primi principi: così la natura non avrebbe creato mai nulla […].

Perciò, ancora e ancora, occorre che i corpi primi declinino

un poco; ma non più del minimo possibile, perché non sembri

che immaginiamo movimenti obliqui: cosa che la realtà confuterebbe.

Infatti ciò vediamo che è alla portata di tutti e manifesto:

che i corpi pesanti, per quanto è in loro, non possono muoversi obliquamente,

quando precipitano dall’alto, almeno fin dove è dato scorgere.

Ma, che essi non declinino assolutamente dalla linea retta

nella loro caduta, chi c’è che possa scorgerlo?

Infine, se sempre ogni movimento è concatenato

e sempre il nuovo nasce dal precedente con ordine certo,

né i primi principi deviando producono qualche inizio

di movimento che rompa i decreti del fato,

sì che causa non segua causa da tempo infinito,

donde proviene ai viventi sulla terra questa libera volontà,

donde deriva, dico,questa volontà strappata ai fati,

per cui procediamo dove il piacere guida ognuno di noi […]?

(Tito Lucrezio Caro, La natura, Milano 2000, pp. 77-79).

   

 

 

 

 

 

 

 

Gassendi

 

    Pierre Gassendi, che visse dal 1592 al 1655, elaborò una filosofia che riprendeva l’atomismo antico nel senso di una spiegazione materialistica della realtà, fondata sull’esistenza di atomi, duri e impenetrabili, che si muovono nel vuoto. Questa sua filosofia si differenziava però da quella di Democrito e di Epicuro in quanto poneva gli atomi, e dunque l’universo, come non esistenti dall’eternità ma originati dalla creazione di Dio e governati non dal caso ma dalla provvidenzialità divina. Assistiamo dunque, in questo pensatore, ad un originale tentativo di mediazione tra l’impostazione materialistica (che spiega ogni fenomeno naturale con il movimento degli atomi) ed esigenze di carattere teologico. In generale, Gassendi condivide la visione dell’universo come costituito dalla materia avente una struttura corpuscolare. Ogni fenomeno naturale si spiega facendo ricorso soltanto agli atomi e al loro movimento nel vuoto.Questi atomi sono impenetrabili, quindi eterni e invariabili, privi di differenze qualitative.

    Nelle sue obiezioni alle Meditazioni metafisiche di Cartesio, Gassendi si esprimeva così:

 

    (4) “Come pensare che la specie o l’idea del corpo, che è esteso, possa essere ricevuta da voi, e cioè da una sostanza che non è estesa? Infatti, o questa specie procede dal corpo, ed allora è certo che è corporea, e che ha le sue parti le une fuori dalle altre, e quindi è estesa; oppure che viene d’altrove e si fa sentire per un’altra via. Tuttavia, poiché è sempre necessario ch’essa rappresenti il corpo che è esteso, bisogna anche che abbia delle parti, e così che sia estesa. Altrimenti, se non ha parti, come potrà rappresentarsele?  Se non ha estensione, come potrà rappresentare una cosa che ne ha? […]. Dunque, l’idea del corpo non è del tutto inestesa; ma se ha estensione, e voi non ne avete, in che modo la potrete ricevere? […]. Resta sempre da spiegare come questa congiunzione [tra sostanza pensante e sostanza estesa], e quasi mistione o confusione, vi può competere, se è vero, come dite, che siete immateriale, indivisibile e senza nessuna estensione; poiché se non siete più grande di un punto, in che modo siete congiunto e unito a tutto il corpo, che è d’una grandezza sì notevole? […]. Se non avete parti, in che modo siete mescolato, o quasi mescolato, con le parti più sottili di questa materia, alla quale confessate di essere unito, poiché non può esservi miscuglio senza parti capaci di essere mescolate fra loro? E se siete del tutto distinto, come siete confuso con questa materia, e componete un tutto con essa? E poiché ogni composizione, congiunzione o unione non si fa che tra parti, non dev’esserci una certa proporzione tra queste parti? Ma quale proporzione può concepirsi tra una cosa corporea e una incorporea? […] in che modo un contatto può prodursi senza corpo? Come una cosa corporea potrà abbracciarne una che è incorporea, per tenerla unita e congiunta con se stessa? Ovvero, in che modo ciò che è incorporeo potrà attaccarsi a ciò che è corporeo, per unirvisi e congiungervisi reciprocamente, se in esso non v’è assolutamente nulla per mezzo del quale se lo possa unire o possa essergli unito?” (P. Gassendi, Quinte obiezioni alle Meditazioni metafisiche, cit. in AA. VV., Dialogos, Torino, 2000).

 

 

 

 Hobbes

 

    Una concezione coerentemente materialistica troviamo in Thomas Hobbes, il quale spiega la realtà in termini di movimento dei corpi. Si tratta di un materialismo meccanicistico che fa derivare da questo movimento dei corpi non solo i processi fisici ma anche i fenomeni psicologici come le sensazioni e il pensiero. Nelle sue Obiezioni alle Meditazioni metafisiche di Cartesio egli infatti afferma: “Lo spirito non sarà nient’altro che un movimento di certe parti del corpo organico”.

    Sentiamo cosa scrive nella sua famosa opera De corpore:

 

    (5) “L’oggetto della filosofia, o la materia di cui essa si occupa, è qualunque corpo di cui si può concepire una generazione e di cui si può istituire un confronto con altri corpi da qualche punto di vista, o di cui ha luogo una composizione e risoluzione: cioè, ogni corpo in cui si può intendere che è generato e che ha qualche proprietà. E ciò si deduce dalla stessa definizione di filosofia, il cui compito è di cercare o le proprietà partendo dalla generazione o la generazione partendo dalle proprietà: dove, dunque, non c’è alcuna generazione, o non c’è alcuna proprietà, non c’è, s’intende, alcuna filosofia. Perciò la filosofia esclude da sé la teologia, dico la dottrina che riguarda la natura e gli attributi di Dio, eterno, ingenerabile ed incomprensibile e su cui non si può istituire alcuna composizione e alcuna divisione né può concepirsi alcuna generazione. La filosofia esclude la dottrina degli angeli e di tutte quelle cose che non si ritiene siano né corpi né proprietà di corpi, giacché in esse non c’è posto né per la composizione né per la divisione, come in quelle in cui non c’è posto né per il più né per il meno, cioè non c’è posto per il ragionamento” (Th. Hobbes, De corpore, Torino 1972, p. 77).

 

    Ancora, egli scrive :

 

    (5a) “Prima di tutto… sono da ricercare le cause della sensazione, cioè le cause di quelle idee e di quei fantasmi che, noi che sentiamo, per esperienza avvertiamo che continuamente ci nascono dentro, e il modo in cui procede la loro generazione. […]. La sensazione del senziente … non può essere altro che un moto di parti interne del senziente, e queste parti mosse sono parti degli organi con cui sentiamo. Infatti, le parti del corpo, attraverso le quali si ha una sensazione, sono quelle stesse che comunemente chiamiamo organi della sensazione” (Th. Hobbes, Elementi di filosofia, Torino 1972).

 

 

 

 

 

 

 

La Mettrie

 

    Il materialismo si sviluppa anche in seno all’Illuminismo con pensatori come Helvètius, D’Holbach e La Mettrie (Julien Offroy de). Quest’ultimo è il pensatore che ha sviluppato una coerente interpretazione materialistica dell’uomo e della sua vita in opere come Storia naturale dell’anima e L’uomo- macchina. Egli rifiuta l’idea che alla base delle funzioni vitali dell’uomo vi possa essere un qualche principio spirituale e considera il corpo umano come una macchina governata dalle stesse leggi che governano i corpi inanimati. L’anima non esiste come sostanza immateriale; essa è estesa e materiale e tutte le sue funzioni derivano dalla sensibilità. Tutte le funzioni del pensiero e della volontà (giudizio, ragionamento, libertà, gusto, ecc.) sono il risultato di meccanismi fisiologici complessi. L’anima, dice La Mettrie nell’Uomo-macchina, è un principio non necessario e l’uomo va interpretato come un sistema fisiologico le cui leggi di funzionamento ci sono fornite sperimentalmente dagli studi di medicina, fisiologia e anatomia. Tutta la vita psichica ha un’origine materiale.

    Ecco cosa scrive La Mettrie ne L’uomo-macchina:

 

    (6) “Riduco a due i sistemi dei filosofi intorno all’anima umana: il primo, e il più antico, è il sistema del materialismo; il secondo è quello dello spiritualismo. […] I metafisici che hanno insinuato che la materia potrebbe avere la facoltà di pensare non hanno disonorato la loro ragione: perché? Perché hanno il vantaggio … di essersi espressi male. Infatti, chiedere se la materia possa pensare, considerandola soltanto in se stessa, è come chiedere se la materia possa segnare le ore. […]. I leibniziani, con le loro monadi, hanno formulato un’ipotesi inintelligibile: hanno piuttosto spiritualizzato la materia che materializzata l’anima. […]. Descartes e tutti i cartesiani … hanno commesso lo stesso errore: hanno ammesso due sostanze distinte nell’uomo, come se le avessero viste e contate. […]. Dunque, qui devono guidarci soltanto l’esperienza e l’osservazione. […] qui sono soltanto i fisici che hanno diritto di parlare. Che ci possono dire gli altri, e in particolare i teologi? Non è ridicolo sentirli sentenziare senza pudore su di un argomento che non hanno avuto mezzo di conoscere, e da cui, anzi, sono stati completamente stornati da studi oscuri che li hanno condotti a mille pregiudizi, per dirlo in una sola parola, al fanatismo, che aggrava ulteriormente la loro ignoranza circa la meccanicità dei corpi? L’uomo è una macchina così complessa, che è impossibile farsene a prima vista un’idea chiara, e quindi definirla. Per questo, tutte le ricerche che i più grandi filosofi hanno condotto a priori, vale a dire volendo servirsi in qualche modo delle ali dello spirito, sono state vane. Perciò è solo a posteriori, ossia cercando di svolgere l’anima per così dire attraverso gli organi del corpo, che si può, non dico scoprire in modo evidente la natura stessa dell’uomo, ma raggiungere il massimo grado di probabilità che sia possibile su questo argomento” (J. O. de La Mettrie, L’uomo-macchina, cit. in AA. VV., Dialogos, Torino 2000).

 

 

 

 

 

 

 Leopardi

 

    La visione materialistica del mondo e della vita dell’uomo trova espressione, negli anni che vedono il passaggio dall’Illuminismo al Romanticismo, anche in letteratura. Per esempio, in Giacomo Leopardi troviamo espressa una concezione della natura e del rapporto di questa con l’uomo che potremmo definire disincantata, antimetafisica, di un uomo che virilmente prende consapevolezza del carattere materiale delle sue più alte qualità spirituali. Di questo poeta, nell’opera del quale sono presenti anche notevoli considerazioni filosofiche, vorrei proporvi alcuni brani tratti dallo Zibaldone

 

    (7)  “Sebben l’uomo desideri sempre un piacere infinito, egli desidera però un piacer materiale e sensibile, quantunque quella infinità, o indefinizione ci faccia velo per credere che si tratti di qualche cosa spirituale. Quello spirituale che noi concepiamo confusamente nei nostri desideri, o nelle nostre sensazioni più vaghe, indefinite, vaste, sublimi, non è altro, si può dire, che l’infinità, o l’indefinito del materiale. Così che i nostri desiderii e le nostre sensazioni, anche le più spirituali, non si estendono mai fuori della materia, più o meno definitamene concepita, e la più spirituale e pura e immaginaria e indeterminata felicità che noi possiamo o assaggiare o desiderare, non è mai, né può essere altro che materiale: perché ogni qualunque facoltà dell’animo nostro finisce assolutamente sull’ultimo confine della materia, ed è confinata intieramente dentro i termini della materia [9 maggio 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Milano 1999, pp. 425-426).

 

   (7a) “[…] 1. Che cosa è lo spirito? Come sapete che esiste, non sapendo che cosa sia? Non potendo concepire al di là della materia una menoma forma di essere? 2. Perché è più perfetto della materia? -Perché non si può distruggere, e perché non ha parti, ecc – Il non aver parti chi vi ha detto che sia maggior perfezione dell’averne? Chi vi ha detto che lo spirito non ha parti? Che avendone o no, non si possa distruggere, ecc. ecc.? Come potete affermare o negare nulla intorno alle qualità di ciò che neppur concepite, e quasi non sapete se sia possibile? Tutto è dunque un romanzo arbitrario della vostra fantasia, che può figurarsi un essere come vuole. [2 settembre 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p. 578).

 

      (7b) “Un corpo, essendo composto, dimostra l’esistenza di altre cose che lo compongono. Ma siccome tutte le parti o sostanze materiali componenti la materia, sono altresì composti, però bisogna necessariamente salire ad esseri che non siano materia. Così discorrono i Leibniziani per arrivare alle loro Monadi o esseri semplici e incorporei (de’ quali compongono i corpi) e quindi all’Unità, ed al principio di tutte le cose. Or dico io. Arrivate fino alla menoma parte o sostanza materiale, e ditemi se potete, le parti o sostanze di cui questa si compone, non sono più materia ma spirito. Arrivate anche se potete, agli atomi o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di là non troverete mica lo spirito ma il nulla. Affinate quanto volete l’idea della materia, non oltrepasserete mai la materia. Componete quanto vi piace l’idea dello spirito, non ne farete mai né estensione, né lunghezza, ecc., non ne farete mai della materia. Come si può comporre la materia di ciò che non è materia? Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è: né da questo si può progredire a quello, o viceversa. – Ma finché la materia è materia, ell’è divisibile e composta. – Trovatemi dunque quel punto in cui ella si compone di cose che non sono composte, cioè non sono materia. Non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale (come non v’è dall’esistenza al nulla). Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto (che da’ Leibniziani giustamente si nega in natura). Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è; non hanno alcuna relazione fra loro; il materiale non può comporsi dell’immateriale più di quello che l’immateriale del materiale; e dall’esistenza della materia (contro ciò che pensa Leibnizio) non si può argomentare quella dello spirito più di quello che dall’esistenza dello spirito si potesse argomentare quella della materia. [5 settembre 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. pp. 586-587).

 

 Feuerbach

 

    Un’originale teorizzazione del materialismo la troviamo in L. Feuerbach, nel quale materialismo è sinonimo di naturalismo, di un modo di concepire l’essere umano come un essere naturale, da considerare non nella sua idealità bensì nella sua sensibilità, caratterizzato da concreti bisogni, da un concreto rapporto con la natura da cui deriva. Questa concretezza e questa sensibilità spiegano l’alienazione dell’individuo umano nel mondo della religione ma anche nel mondo della filosofia, mondi nei quali la sua vita appare come capovolta, dove i suoi prodotti assumono le sembianze di cause metafisiche che lo producono. Nel mondo della teologia, il suo prodotto spirituale, Dio, diventa la causa che lo ha generato: ecco perché secondo lui dobbiamo rimettere sui piedi questa realtà capovolta e ridurre la teologia ad antropologia. Nel mondo della filosofia (come quella hegeliana), un prodotto dell’individuo umano, il pensiero, assume le sembianze di un’entità assolutizzata da cui l’individuo umano discende: anche qui, abbiamo una considerazione capovolta della realtà e l’esigenza di ricapovolgerla ponendo come punto di partenza gli individui concreti, sensibili. Fondamentalmente, in tale punto di partenza risiede il concetto feuerbachiano di “umanesimo integrale”.

     Sentiamo quanto egli scrive nei Principi della filosofia dell’avvenire:

 

     (8) “Per la filosofia moderna, ed anche per la filosofia hegeliana, l’unica vera ed assoluta essenza è l’essenza immateriale, l’essenza che è un puro oggetto intellettuale, una pura essenza intellettuale, Dio. E’ una cosa metafisica ed un’essenza persino la materia di cui Spinoza fa un attributo della sostanza divina. […]. Hegel però si differenzia dalla filosofia precedente per il fatto che egli pone in modo diverso il rapporto tra essenza materiale, sensibile, ed essenza immateriale. I filosofi e i teologi precedenti pensavano l’essenza vera, divina, come un’essenza libera, sciolta per propria natura, per sé, dalla sensibilità o dalla materia; il travaglio, il lavoro dell’astrazione, del liberarsi dai dati sensibili per giungere a ciò che ne è in se stesso libero, fu da essi trasferito solo in se stessi. La beatitudine divina fu da essi fatta consistere in questo esser libero, e la virtù dell’essenza umana in questo liberarsi. Hegel invece fece di questa attività soggettiva l’autoattività dell’essenza divina. […]. Ma questa auto-liberazione dalla materia può essere posta in Dio solo se in lui viene posta anche la materia. E come può essere posta in lui? Solo se egli stesso la pone. In Dio però c’è soltanto Dio. La materia può quindi esser posta solo se egli pone se stesso come materia, come non-Dio, come il suo altro. […]. In questo modo anche la materia partecipa dello spirito e dell’intelletto, e viene accolta nell’essenza assoluta come un momento della vita, della formazione e dell’evoluzione dell’essenza stessa; nello stesso tempo è però di nuovo posta come essenza non esistente, non vera perché solo… l’essenza che toglie da sé la materia e la sensibilità è proclamata essenza compiuta […]. Anche qui dunque, il naturale, il materiale, il sensibile … è ciò che va negato. […]. La materia è dunque posta in Dio, è posta cioè come Dio: porre la materia come Dio equivale però a dire che Dio non esiste, a togliere cioè la teologia ed a riconoscere la verità del materialismo”.[pp. 230-31]. “Il reale nella sua realtà o in quanto reale è il reale come oggetto del senso: è il sensibile. Verità, realtà, sensibilità sono identiche. Solo un ente sensibile è un ente reale e vero” [p.251]. (L. Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire, in Scritti filosofici, Bari 1976).

 

 

 

 

 Marx

 

    Con Marx, il materialismo perviene ad una svolta fondamentale poiché la sua proposta va oltre le concezioni metafisiche precedenti, che presupponevano certo la materia come fondamento dell’essere degli uomini, ma la intendevano  come una sostanza immodificabile, appunto come una sostanza metafisica, dunque non molto differente dalle altre sostanze metafisiche o religiose. Partendo da una critica della filosofia di Feuerbach, Marx perviene alla confutazione e al superamento di tutto il materialismo tradizionale, ritenuto insufficiente a cogliere il reale essere concreto degli individui umani. Qual è questo limite, questa insufficienza che Marx rileva nel materialismo feuerbachiano ma che estende a tutte le forme tradizionali e metafisiche di materialismo? Il limite risiede nel fatto che il materialismo tradizionale e metafisico concepisce l’uomo semplicemente come “essere naturale”, come “essere sensibile”: dunque, ne coglie la naturalità e la sensibilità (conquistando il merito di superare le concezioni che tendono a fare dell’uomo un’entità che intanto si realizza in quanto si allontana dalle sue condizioni naturali e sensibili) ma lo cristallizza in questa naturalità e in questa sensibilità che non vengono concepite come continuamente trasformantesi, come storiche e storicamente determinate e condizionate. In altri termini, invece di partire dall’uomo concepito astrattamente, come natura e sensibilità immodificabili, bisogna partire dagli individui umani concretamente esistenti che trasformano l’ambiente naturale in cui vivono e che, mentre trasformano l’ambiente, trasformano conseguentemente se stessi. Non esiste dunque, per Marx, una natura dell’uomo che possa essere concepita come assoluta, ma esiste una natura storica, continuamente trasformantesi, così come i prodotti dell’attività umana, sia materiale sia spirituale, non possono essere assolutizzati e concepiti come immodificabili, ma vanno intesi come costruzioni storiche soggette al cambiamento. E’ proprio questa prassi trasformativa, con la quale gli individui trasformano l’ambiente e se stessi, che sfugge al materialismo tradizionale: e questa prassi trasformativa non è altro che la dimensione storica. Tale, per gli aspetti che ci interessano in questa sede, è il cosiddetto materialismo storico.

    Vorrei proporvi due brani marxiani in cui sono trattati questi temi.

 

    (9)  “I. Il difetto capitale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto o dell’intuizione, ma non come attività umana sensibile; non soggettivamente. Di conseguenza, il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall’idealismo – che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Egli perciò, nell’Essenza del cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l’atteggiamento teoretico, mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non comprende, perciò, il significato dell’attività ‘rivoluzionaria’, ‘pratico-critica’ (K. Marx, Tesi su Feuerbach, in Opere scelte, Roma 1966).

 

     (9a)  “Questa natura che precede la storia umana non è la natura nella quale vive Feuerbach, non la natura che oggi non esiste più da nessuna parte, salvo forse in qualche isola corallina australiana di nuova formazione, e che quindi non esiste neppure per Feuerbach. Di fronte ai materialisti ‘puri’, Feuerbach ha certo il grande vantaggio di intendere come anche l’uomo sia ‘oggetto sensibile’; ma a parte il fatto che lo concepisce soltanto come ‘oggetto sensibile’ e non come ‘attività sensibile’, poiché anche qui egli resta sul terreno della teoria, e non concepisce gli uomini nella loro connessione sociale, nelle loro presenti condizioni di vita, che hanno fatto di loro ciò che sono, egli non arriva agli uomini realmente esistenti e operanti ma resta fermo all’astrazione ‘l’uomo’, e riesce a riconoscere solo nella sensazione l’ ‘uomo reale, individuale, in carne ed ossa”, il che significa che non conosce altri ‘rapporti umani’, ‘dell’uomo con l’uomo’ se non l’amore e l’amicizia, e per di più idealizzati. Egli non offre alcuna critica dei rapporti attuali della vita. […]. Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale” (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma 1977, pp. 17-18).

 

    (9b) “Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un’attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. […]. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini … Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio culturale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. […]. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti […] non si parte da ciò che gli uomini dicono, s’immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, s’immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e, sulla base del processo reale della loro vita, si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita […] gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza” (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma 1977, pp.12-13).

 

 

 

 

 

 Heisemberg

 

 

     E’ molto interessante studiare il contributo che il Novecento ha dato all’evoluzione del concetto di materia, trasformandolo in maniera fondamentale e contribuendo, con ciò, a riorientare profondamente l’idea stessa di materialismo. I contributi in questo caso vengono dalla ricerca scientifica. Per quel che concerne lo studio della materia, il primo Novecento segna un’inversione nella ricerca: mentre tradizionalmente, la direzione della ricerca andava dall’atomo alle strutture più complesse, costituite da aggregazioni di  molteplicità di atomi, ora si volge nella  direzione opposta, che va dall’atomo alla sua struttura interna, cioè al nucleo e alle particelle elementari. Lo scopo di questa linea d’indagine è quella di pervenire all’unità della materia. Ora in che cosa consiste praticamente questa ricerca, che ha rivoluzionato la scienza contemporanea? Essa consiste nel sottoporre la materia alle maggiori forze possibili, per esempio sottoponendo le particelle ad accelerazioni artificiali con  energie enormi, sufficienti a produrre la frantumazione nucleare. Tali esperimenti hanno portato, inizialmente, all’individuazione di tre unità fondamentali costituenti l’atomo: il protone, il neutrone e l’elettrone. Ora, dato che tutta la materia è costituita di atomi, tutta la materia risulta costituita di queste unità fondamentali.

    L’ulteriore cammino della ricerca scientifica ha mostrato però che la struttura dell’atomo, e dunque della materia, è ancora più complessa. Ulteriori esperimenti hanno fatto uso sia della cosiddetta radiazione cosmica (che deriva dai campi elettromagnetici che si formano sulla superficie delle stelle, nei quali le particelle atomiche subiscono accelerazioni enormi, attraversano l’atmosfera terrestre e colpiscono a grandissima velocità gli atomi di apparecchiature sperimentali esposte alla radiazione) sia di grandi macchine acceleratici costruite dagli uomini (che accelerano enormemente le particelle facendole scontrare tra di loro). Questi esperimenti hanno rivelato nuovi interessanti aspetti della materia: oltre all’elettrone, al protone e al neutrone sono state trovate nuove particelle elementari che si creano nel corso delle collisioni (neutrini, mesoni, protone negativo, ecc.).

    Leggiamo cosa scrive a proposito di tali scoperte W. Heisemberg:

    (10) “Oltre ai tre fondamentali elementi costitutivi – elettrone, protone e neutrone – sono state trovate nuove particelle elementari che possono venir create durante il corso di questi processi ad altissime energie per scomparire poi di nuovo dopo breve tempo. Le nuove particelle hanno proprietà simili alle vecchie tranne la loro instabilità. Anche le più stabili hanno all’incirca la durata di un milionesimo di secondo, ed altre durate ancora mille volte più brevi. Attualmente sono conosciute circa venticinque nuove particelle elementari. […]. Questi risultati sembrano a prima vista allontanarci dall’idea dell’unità della materia, giacché il numero delle fondamentali unità della materia sembra essere cresciuto […]. Ma non sarebbe questa un’interpretazione esatta. Gli esperimenti hanno mostrato nello stesso tempo che le particelle possono essere create da altre particelle o semplicemente dall’energia cinetica di tali particelle, e possono di nuovo disintegrarsi in altre particelle. Realmente, gli esperimenti hanno mostrato la completa mutabilità della materia. Tutte le particelle elementari possono, ad energie sufficientemente alte, essere trasmutate in altre particelle, o possono semplicemente venir create dall’energia cinetica o risolversi in questa, ad esempio in radiazione. Ed è questa la prova finale dell’unità della materia. Tutte le particelle elementari sono fatte della stessa sostanza, che può esser chiamata energia o materia universale; sono soltanto forme diverse in cui la materia può manifestarsi. Se confrontiamo questa situazione con i concetti aristotelici di materia e forma, possiamo dire che la materia di Aristotele, che è pura ‘potentia’, dovrebbe essere paragonata al nostro concetto di ‘energia’, che passa all’attualità per mezzo della forma quando viene creata la particella elementare. […]. Una netta distinzione tra materia e forza non può più essere fatta in questa parte della fisica, giacché ogni particella elementare non solo produce delle forze e subisce l’azione di forze, ma rappresenta nello stesso tempo un certo campo di forza” (W. Heisemberg, Fisica e filosofia. Il linguaggio umano della scienza, Milano 1961, pp.187-188).

 

 

 

 Einstein

 

 

    Ad un’analoga conclusione perviene anche Einstein quando dimostra che la massa di un corpo varia al variare della sua velocità. Non è qui la sede per trattare della teoria della relatività. A titolo puramente informativo, può dirsi che, in base alla cosiddetta teoria della relatività ristretta, elaborata da Einstein nel 1905, la distanza spaziale o temporale non è un’entità o un valore in sé ma è relativa al corpo che si sceglie come sistema di riferimento; inoltre, che non esiste un qualsiasi sistema di riferimento assoluto o privilegiato. In base a questi principi, due eventi che sono simultanei rispetto ad un sistema di riferimento non lo sono rispetto ad un altro sistema di riferimento che sia in movimento rispetto al primo. Così, simultaneità e distanza spazio-temporale diventano relativi al sistema di riferimento, e diventano relativi tutti i concetti in cui entrano determinazioni spazio-temporali. L’applicazione poi di questi principi, validi per i sistemi inerziali, anche ai sistemi gravitazionali, condusse Einstein all’elaborazione della relatività generale. La relatività generale è una teoria della gravitazione che rende inutile l’ipotesi newtoniana della forza di gravità, e spiega i movimenti dei corpi con una curvatura dello spazio-tempo determinata dalla massa del corpo centrale (la stella, in un sistema solare): il corpo segue, nel suo movimento, quella traiettoria curva che è la linea più breve, data la curvatura della regione che esso attraversa.

    Ma torniamo al nostro argomento. Einstein tratta dei rapporto tra materia e forza in un’opera scritta in collaborazione con L. Infeld, L’evoluzione della fisica.

 

    Scrive infatti in tale opera Einstein:

 

     (11) “Immaginiamo un corpo di massa determinata in moto rettilineo e sollecitato da una forza esterna che abbia la stessa direzione del moto. […] la meccanica insegna che la forza è proporzionale alla variazione di velocità od accelerazione. In altri e più precisi termini: in un secondo, la velocità di un dato corpo può indifferentemente passare da 100 a 100 e 1 metro al secondo, o da 100 chilometri a 100 chilometri ed 1 metro al secondo, od ancora da 280.000 chilometri a 280.000 chilometri e 1 metro al secondo. E ciò perché la forza occorrente per produrre entro uno stesso intervallo di tempo la stessa accelerazione di un dato corpo è supposta essere sempre la stessa, qualunque ne sia la velocità. Questa supposizione è forse ammissibile anche dal punto di vista della teoria della relatività? Decisamente no! La legge suddetta è valevole soltanto per piccole velocità. Qual è allora, secondo la teoria della relatività, la legge valevole per grandi velocità, vicine a quella della luce? La nuova legge è assai diversa dall’antica, occorrono forze estremamente grandi per accrescere la velocità, allorché questa è molto grande. Non è affatto la stessa cosa accrescere di 1 metro al secondo una velocità di 100 metri al secondo o una velocità prossima a quella della luce. Quanto più una velocità si avvicina a quella della luce tanto più difficile è accrescerla. Allorché una velocità eguaglia quella della luce è impossibile accrescerla ulteriormente. Non c’è motivo di sorprendersi di queste innovazioni introdotte dalla teoria della relatività. La velocità della luce è infatti il limite massimo per tutte le velocità. Una velocità maggiore non può venir prodotta da nessuna forza finita, per grande che questa sia. […]. Un corpo in riposo possiede una massa determinata, la cosiddetta massa di riposo. La meccanica insegna che qualsiasi corpo oppone resistenza ad un mutamento del suo moto. Quanto maggiore è la massa, tanto più forte è la resistenza; od ancora: quanto minore è la massa, tanto più debole è la resistenza. Ma la teoria della relatività ci dice qualcosa di più. La resistenza che i corpi oppongono ad un mutamento è tanto più forte non soltanto quanto maggiore è la loro massa di riposo, ma altresì quanto maggiore è la loro velocità. Corpi dotati di velocità vicine a quella della luce opporrebbero resistenze enormi alle forze esterne. Secondo la meccanica classica, la resistenza di un dato corpo è invariabile e caratterizzata unicamente dalla sua massa. Nella teoria della relatività la resistenza dipende da ambo i fattori: massa di riposo e velocità del corpo. La resistenza diventa infinitamente grande, allorché la velocità raggiunge quella della luce. […]. Tali risultati suggeriscono un’ulteriore e importante generalizzazione. Un corpo in riposo possiede massa, ma non possiede energia cinetica ossia energia di moto. Un corpo in movimento possiede ambo le cose: massa ed energia cinetica. Esso resiste perciò alla variazione di velocità od accelerazione più fortemente del corpo in riposo. E’ come se l’energia cinetica del corpo in movimento accrescesse la sua resistenza. Di due corpi che possiedono la stessa massa di riposo, quello la cui energia cinetica è maggiore oppone maggior resistenza all’azione di una forza esterna. […]. L’energia sotto tutte le sue forme si comporta come la sua materia; un pezzo di ferro pesa più quando è caldo di quando è freddo; la radiazione emessa dal sole attraverso lo spazio possiede energia e pertanto anche massa. […]. La fisica classica aveva introdotto due sostanze: materia ed energia, la prima dotata di peso, la seconda imponderabile. In fisica classica si avevano perciò due leggi di conservazione, l’una per la materia, l’altra per l’energia. Abbiamo già avuto occasione di chiederci se la fisica moderna condivida le stesse idee in merito alle due sostanze e alle due leggi di conservazione. La risposta fu ed è decisamente: no! Secondo la teoria della relatività non c’è differenza essenziale fra massa ed energia: L’energia possiede massa e la massa rappresenta energia. In luogo di due leggi di conservazione ne abbiamo una sola: la legge di conservazione della massa-energia” (Einstein-Infeld, L’evoluzione della fisica, cit. in G. Giannantoni, La ricerca filosofica).

 

    La conclusione è, dunque, che la massa è energia e che l’energia è massa. Questo è il senso fondamentale della famosa formula einsteiniana     E = mc2.

 

 

    Credo sia chiaro, a questo punto, come tali scoperte abbiano rivoluzionato, nel corso del Novecento, il concetto di materia e, conseguentemente, il connesso concetto di materialismo. L’approdo della ricerca einsteiniana, espresso nella formula sopradetta, non consente più una netta distinzione tra la materia e tutto ciò che solitamente definiamo come spirito, come forza, come movimento, come vita; ci indica che in quella che tradizionalmente concepivamo come materia si trovano forze intrinseche che la fanno muovere e “vivere”, mentre tutto ciò che tradizionalmente concepivamo come energia, forza vitale, ecc. altro non è che una forma di massa, dunque materia.

    E’, questa, la scoperta di una complessità, dunque di una difficoltà che ci costringe a proiettarci oltre le sicure classificazioni e delimitazioni tradizionali, oltre le categorie che il pensiero tradizionale aveva codificato, introducendoci in un mondo in cui le forze creatrici e costruttrici non sono più trascendenti ma intrinseche al mondo stesso e la loro eventuale invisibilità, lungi dal significare la loro separatezza dal mondo, indica semplicemente la limitatezza della conoscenza umana, il cui progresso però può gradualmente rendere sempre più visibili.

    Questa complessità e questa difficoltà segnano la crisi del Novecento che vede l’affievolirsi non solo delle tradizionali categorie scientifiche, bensì anche di quelle filosofiche, artistiche, morali, religiose.

 

 

 

 Regge

 

    Nel suo recente libro intitolato Infinito, T. Regge ha ben descritto la complessità del concetto contemporaneo di materia. Sentiamolo:

 

     (12) “La stessa definizione di materia ha subito numerose revisioni ed ampliamenti che ci portano a considerare come materia non solamente quella da noi trattata tradizionalmente come tale, ma anche il campo elettromagnetico e le varie particelle che sono state scoperte nei raggi cosmici o sintetizzate negli acceleratori. […]. L’uomo della strada sente parlare di elettroni, protoni e neutroni e gli viene detto che la materia è composta da queste particelle. Non sempre si rende conto che tra le particelle elementari esistono forze elettromagnetiche e nucleari che le tengono legate assieme in modo da formare i nuclei, gli atomi, le molecole e tutte le strutture macroscopiche che formano la materia visibile. Un bicchiere non è riducibile alla collezione di atomi che lo compongono, ma è anche composto dalle forze che tengono legate gli atomi. Un elettrone e un protone hanno cariche elettriche opposte che si attraggono, la forza che li attira è una particolare manifestazione del campo elettromagnetico. Secondo la teoria dei campi, tutte le forze, anche quelle gravitazionali, quelle nucleari e quelle deboli, sono manifestazioni di un campo. Le forze trasmettono energia e quantità di moto da una particella all’altra e lo possono fare poiché gli stessi campi possiedono come osservabili energia e quantità di moto, esattamente come accade alle particelle. Questa comunanza … tra campi e particelle incuriosì e preoccupò non poco Einstein, in quanto si trattava di enti apparentemente molto diversi tra loro. La teoria quantistica dei campi … considera la materia tradizionale   e i campi come manifestazioni diverse di un tutto unico. […]. Forze e particelle sono manifestazioni apparentemente diverse della stessa entità, la materia. […]. L’identità concettuale tra campo e materia non corrisponde sempre all’intuizione umana, su cui pesano pregiudizi atavici da cui è difficile liberarsi. […]. Il campo elettromagnetico è una forma di materia, ma fino a tempi recenti non è mai stata considerata tale. […]. Il campo magnetico attraversa il corpo umano senza essere percepito ma se indossassimo guanti fatti con materiale superconduttore e diamagnetico potremmo avvertire le linee di forza del campo magnetico, stringerle nelle nostre mani e sentirle quasi fossero dei fasci di gomma elastica. Se la nostra pelle fosse stata da sempre superconduttrice, tratteremmo il campo elettro-magnetico come una forma molto particolare, ma di certo reale e tangibile, di materia” (T. Regge, Infinito, Milano 2000, pp. 224-25).

 

 

 

Materia oscura

 

    Dell’orizzonte attuale del significato del concetto di materia, a dimostrazione della sua complessità, fa parte anche quello di “materia oscura”, vale a dire di un materia non luminosa, dunque non visibile, ma la cui esistenza sarebbe confermata da numerose attestazioni sperimentali. Si tratterebbe di una materia che non emette radiazioni elettromagnetiche ma che produce effetti gravitazionali. Ci limitiamo ad alcune delle attestazioni sperimentali.

    Se si considerano le galassie a spirale, formate da ammassi di stelle e di nubi di gas, si può applicare al movimento la legge kepleriana già applicata al movimento dei pianeti intorno al Sole. Noi sappiamo che, secondo tale legge, la velocità dei pianeti diminuisce man mano che cresce la loro distanza dal Sole. Ora, lo stesso effetto dovrebbe verificarsi nelle galassie,nel senso che le stelle e le nubi vicine al centro della galassia, dove è presente una maggiore massa, dovrebbero muoversi più velocemente, mentre le stelle più lontane dal centro galattico dovrebbero muoversi più lentamente. In realtà, tale diminuzione non si verifica ma, dopo l’incremento di velocità che si determina nei pressi del centro, si verifica lo stabilizzarsi di tale velocità pur allontanandosi dal centro. Tale fenomeno è spiegabile solo con la presenza di una quantità di materia maggiore rispetto a quella visibile, che giustifichi l’esistenza di una massa maggiore che rallenti la velocità delle stelle più lontane dal centro galattico.

    Infine, dalla presenza o meno, e dal grado di tale presenza, della materia oscura dipenderebbe anche il destino dell’universo. Le tre ipotesi su questo destino (Big Crunch, espansione sempre più lenta fino all’arresto, universo aperto in infinita espansione) dipenderebbero proprio dalla quantità di materia oscura presente nell’universo stesso.

 

 

 

 Wilde

 

    Vorrei concludere questo discorso sulla complessità del concetto di materia e sulla difficoltà di distinguerla da ciò che consideriamo forza o energia o spirito con un rimando letterario, con un richiamo ad un romanzo che molto probabilmente voi avete  già letto. Preparando questa lezione, proprio a proposito della complessità dei rapporti tra materia e spirito, mi è tornato alla mente il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde. Questo romanzo narra la vita del protagonista, Dorian Gray appunto, giovane di bellissime e delicate fattezze, condizionato dall’aspirazione estetizzante ad una vita fondata sulla ricerca del piacere, intesa come vita eccezionale, fuori dal comune, come opera d’arte. Egli si dà, così, alla dissipazione e alla dissolutezza, alla coltivazione del vizio, alla propria degenerazione e al coinvolgimento altrui in questa degenerazione. La cosa strabiliante è che, per una sorta di inspiegabile incantesimo, pur col passare inesorabile del tempo, egli non invecchia come i suoi amici né sul suo volto la dissolutezza e la malvagità, che ormai caratterizzano  la sua vita, lasciano alcuna traccia di abbrutimento. Ma tali tracce egli comincia a vedere apparire, fin da subito, in un proprio ritratto somigliantissimo che un suo amico pittore gli ha fatto e donato. La sua immagine comincia lentamente ad invecchiare e ad assumere le rughe e i ghigni tipici che le malefatte e il vizio sogliono produrre sul volto. Quel ritratto diventerà il segreto della sua vita, egli lo sottrarrà alla vista di chiunque, sarà la prova inconfessabile di una sorta di patto col diavolo. Dunque, su quella tela inanimata si producono gli effetti dello spirito, mentre il suo corpo rimane inalterato pur in presenza di evidenti influssi dello spirito, proprio come se la materia si spiritualizzasse e lo spirito si materializzasse. Solo con la morte di Dorian Gray, che la disperazione porterà al suicidio, la situazione logica si ristabilisce: Il volto sulla tela riassume lo splendore e la bellezza originari, mentre il corpo esanime di Dorian Gray invecchia istantaneamente e assume i ghigni della malvagità e del peccato.

    Ma volevo farvi leggere un breve passo del romanzo, in cui l’amico di Dorian, Lord Enrico, compiacendosi del proprio influsso che sta spingendo Dorian sulla strada della ricerca del piacere dissoluto, fa una riflessione sui rapporti reciproci tra materia e spirito:

 

     (13) “Spirito e materia, materia e spirito: com’erano misteriosi. Vi era qualcosa di animalesco nell’anima, e il corpo aveva attimi di spiritualità: i sensi potevano raffinarsi e l’intelletto degenerare. Chi poteva dire quando terminava l’impulso della materia e cominciava l’attività psichica? Quanto erano futili le arbitrarie definizioni della psicologia comune, e come era difficile tuttavia, scegliere tra le affermazioni delle varie scuole! Era forse, l’anima, un’ombra seduta nella casa del peccato? O il corpo era realmente avvolto dall’anima, come pensa Giordano Bruno? La separazione dello spirito dalla materia era un mistero, e l’unione dello spirito con la materia era pure un mistero” (O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Milano 1994, pp. 75-76).

 

 

 

 

 

 

Il concetto di materialismo. Note

 

Leucippo e Democrito

 

    (1) “Leucippo e l’amico suo Democrito dissero che gli elementi sono il pieno e il vuoto, chiamandoli rispettivamente essere e non-essere, nel senso che di essi il pieno e il solido è l’essere, il vuoto è il non-essere; perciò essi dicono che l’essere non è nulla più del non-essere  perché neppure il corpo è nulla più del vuoto. Queste cose sono causa dell’essere in quanto ne costituiscono la materia. E come quelli che sostengono che una sola è la sostanza che fa da soggetto, e fanno nascere le altre cose attraverso le proprietà di quella sostanza, ponendo la densità e la rarefazione come principi di quelle proprietà, allo stesso modo anche costoro dicono che le differenze sono causa di tutte le altre cose. Dicono che le differenze sono tre: la figura, l’ordine e la posizione” (Aristotele, La Metafisica, Utet, Torino, I, pp. 195-196). 

 

    (1a) “Dicono infatti (Leucippo e Democrito) che le prime grandezze (principi delle cose) sono infinite di numero e indivisibili in grandezza, e che non nascono i molti dall’uno né l’uno dai molti: ma che tutte le cose si generano dall’accoppiamento e dall’amplesso di questi” (Aristotele, De coelo, III, 4, 303). “Poiché dicono essere impossibile che dal due nasca l’uno o dall’uno il due; poiché le grandezze indivisibili (atomi) costituiscono le sostanze” (Aristotele, Metafisica, VII, 13, 1031).

 

    (1b) Secondo Democrito “gli atomi si muovono nel vuoto e, sopraggiungendosi, reciprocamente si urtano, e gli uni rimbalzano come si trovano, gli altri si allacciano fra loro secondo la simmetria delle forme, delle grandezze, delle posizioni e disposizioni, e si raccolgono, e così si compie la nascita delle cose composte” (Simplicio, De coelo, 110).

 

 

Epicuro

 

      (2)  “[…] Il tutto è costituito di corpi e vuoto… Che i corpi esistano, lo attesta di per sé in ogni caso la sensazione, in base alla quale si deve poi arguire col ragionamento ciò che sfugge all’esperienza sensibile. […] Dei corpi alcuni sono composti, altri sono gli elementi che danno origine ai composti. Questi sono corpi indivisibili e immutabili, dal momento che il tutto non può dissolversi nel nulla; essi possiedono la capacità di rimanere immutati nel corso delle dissoluzioni dei comosti, avendo natura compatta né essendo in alcun modo suscettibili di dissoluzione. I principi costitutivi dei corpi sono dunque di necessità nature indivisibili. […] Inoltre, il tutto è infinito, perché ciò che è finito ha un limite estremo, e tale limite estremo lo si determina in rapporto con qualcos’altro; ma non è possibile conoscere il tutto in rapporto a qualcos’altro; si deve perciò ammettere che, in quanto non ha un limite estremo, esso non ha limite in assoluto e, non avendo limite, è infinito e illimitato. E’ infinito anche quanto a moltitudine dei corpi e grandezza del vuoto. […] Gli atomi si muovono senza posa in eterno […] Alcuni rimbalzano via lontanissimi gli uni dagli altri, altri sostengono l’urto di rimbalzo lì dove sono […] Questo moto non ha inizio, dal momento che atomi e vuoto sono eterni. […] mai un atomo fu tale da poter essere scorto da noi coi nostri sensi. […] Ma anche i mondi sono infiniti, quali simili a questo nostro e quali dissimili. Gli atomi infatti infiniti … percorrono anche le più grandi lontananze; e questi atomi che sono capaci di formare un mondo non si esauriscono nella formazione di uno solo né di un numero di mondi limitato, si tratti di mondi simili o dissimili al nostro. Così niente si oppone a che vi siano infiniti mondi. […] Bisogna anche convincersi che gli atomi non presentano altre proprietà dei fenomeni se non la figura, il peso e la grandezza. […] Dopo di ciò, bisogna considerare, rifacendoci alle sensazioni e alle affezioni, come l’anima sia un corpo sottile, sparso per tutto il composto, assai simile a un soffio e avente in sé una certa mistura di calore. […] Bisogna anche considerare che noi parliamo di incorporeo, secondo l’accezione più generale del termine, quando vogliamo riferirci a ciò che può essere pensato come sussistente di per sé; ma in realtà niente di incorporeo può essere pensato come sussistente di per sé, se non il vuoto […è Vaneggiano perciò quelli che sostengono l’anima essere un incorporeo: se lo fosse non potrebbe né agire né patire, mentre noi possiamo cogliere chiaramente nell’anima questi due accidenti. […] Si deve ritenere, inoltre, che è compito della scienza della natura indagare le cause dei fatti fondamentali, e che in questo consiste la felicità, e nel sapere quali siano di loro natura le realtà che si contemplano nei cieli …” (Epicuro, Epistola I, a Erodoto, in Opere, Utet 1983, pp. 157-176).

 

 

Lucrezio

 

      (3)  “A tale proposito desideriamo che tu conosca anche questo:

che i corpi primi [atomi], quando in linea retta per il vuoto son tratti

in basso dal proprio peso, in un momento affatto indeterminato

e in un luogo indeterminato, deviano un po’ dal loro cammino:

giusto quel tanto che puoi chiamare modifica del movimento.

Ma, se non solessero declinare, tutti cadrebbero verso il basso,

come gocce di pioggia, per il vuoto profondo,

né sarebbe nata collisione, né urto si sarebbe prodotto

tra i primi principi: così la natura non avrebbe creato mai nulla […].

Perciò, ancora e ancora, occorre che i corpi primi declinino

un poco; ma non più del minimo possibile, perché non sembri

che immaginiamo movimenti obliqui: cosa che la realtà confuterebbe.

Infatti ciò vediamo che è alla portata di tutti e manifesto:

che i corpi pesanti, per quanto è in loro, non possono muoversi obliquamente,

quando precipitano dall’alto, almeno fin dove è dato scorgere.

Ma, che essi non declinino assolutamente dalla linea retta

nella loro caduta, chi c’è che possa scorgerlo?

Infine, se sempre ogni movimento è concatenato

e sempre il nuovo nasce dal precedente con ordine certo,

né i primi principi deviando producono qualche inizio

di movimento che rompa i decreti del fato,

sì che causa non segua causa da tempo infinito,

donde proviene ai viventi sulla terra questa libera volontà,

donde deriva, dico,questa volontà strappata ai fati,

per cui procediamo dove il piacere guida ognuno di noi […]?

(Tito Lucrezio Caro, La natura, Milano 2000, pp. 77-79).

 

 

P. Gassendi

 

    (4) “Come pensare che la specie o l’idea del corpo, che è esteso, possa essere ricevuta da voi, e cioè da una sostanza che non è estesa? Infatti, o questa specie procede dal corpo, ed allora è certo che è corporea, e che ha le sue parti le une fuori dalle altre, e quindi è estesa; oppure che viene d’altrove e si fa sentire per un’altra via. Tuttavia, poiché è sempre necessario ch’essa rappresenti il corpo che è esteso, bisogna anche che abbia delle parti, e così che sia estesa. Altrimenti, se non ha parti, come potrà rappresentarsele?  Se non ha estensione, come potrà rappresentare una cosa che ne ha? […]. Dunque, l’idea del corpo non è del tutto inestesa; ma se ha estensione, e voi non ne avete, in che modo la potrete ricevere? […]. Resta sempre da spiegare come questa congiunzione [tra sostanza pensante e sostanza estesa], e quasi mistione o confusione, vi può competere, se è vero, come dite, che siete immateriale, indivisibile e senza nessuna estensione; poiché se non siete più grande di un punto, in che modo siete congiunto e unito a tutto il corpo, che è d’una grandezza sì notevole? […]. Se non avete parti, in che modo siete mescolato, o quasi mescolato, con le parti più sottili di questa materia, alla quale confessate di essere unito, poiché non può esservi miscuglio senza parti capaci di essere mescolate fra loro? E se siete del tutto distinto, come siete confuso con questa materia, e componete un tutto con essa? E poiché ogni composizione, congiunzione o unione non si fa che tra parti, non dev’esserci una certa proporzione tra queste parti? Ma quale proporzione può concepirsi tra una cosa corporea e una incorporea? […] in che modo un contatto può prodursi senza corpo? Come una cosa corporea potrà abbracciarne una che è incorporea, per tenerla unita e congiunta con se stessa? Ovvero, in che modo ciò che è incorporeo potrà attaccarsi a ciò che è corporeo, per unirvisi e congiungervisi reciprocamente, se in esso non v’è assolutamente nulla per mezzo del quale se lo possa unire o possa essergli unito?” (P. Gassendi, Quinte obiezioni alle Meditazioni metafisiche, cit. in AA. VV., Dialogos, Torino, 2000).

 

 

Th. Hobbes

 

      (5)  “L’oggetto della filosofia, o la materia di cui essa si occupa, è qualunque corpo di cui si può concepire una generazione e di cui si può istituire un confronto con altri corpi da qualche punto di vista, o di cui ha luogo una composizione e risoluzione: cioè, ogni corpo in cui si può intendere che è generato e che ha qualche proprietà. E ciò si deduce dalla stessa definizione di filosofia, il cui compito è di cercare o le proprietà partendo dalla generazione o la generazione partendo dalle proprietà: dove, dunque, non c’è alcuna generazione, o non c’è alcuna proprietà, non c’è, s’intende, alcuna filosofia. Perciò la filosofia esclude da sé la teologia, dico la dottrina che riguarda la natura e gli attributi di Dio, eterno, ingenerabile ed incomprensibile e su cui non si può istituire alcuna composizione e alcuna divisione né può concepirsi alcuna generazione. La filosofia esclude la dottrina degli angeli e di tutte quelle cose che non si ritiene siano né corpi né proprietà di corpi, giacché in esse non c’è posto né per la composizione né per la divisione, come in quelle in cui non c’è posto né per il più né per il meno, cioè non c’è posto per il ragionamento” (Th. Hobbes, De corpore, Torino 1972, p. 77).

 

      (5a) “Prima di tutto… sono da ricercare le cause della sensazione, cioè le cause di quelle idee e di quei fantasmi che, noi che sentiamo, per esperienza avvertiamo che continuamente ci nascono dentro, e il modo in cui procede la loro generazione. […]. La sensazione del senziente … non può essere altro che un moto di parti interne del senziente, e queste parti mosse sono parti degli organi con cui sentiamo. Infatti, le parti del corpo, attraverso le quali si ha una sensazione, sono quelle stesse che comunemente chiamiamo organi della sensazione” (Th. Hobbes, Elementi di filosofia, Torino 1972).

Julien Offroy de La Mettrie

    (6) “Riduco a due i sistemi dei filosofi intorno all’anima umana: il primo, e il più antico, è il sistema del materialismo; il secondo è quello dello spiritualismo. […] I metafisici che hanno insinuato che la materia potrebbe avere la facoltà di pensare non hanno disonorato la loro ragione: perché? Perché hanno il vantaggio … di essersi espressi male. Infatti, chiedere se la materia possa pensare, considerandola soltanto in se stessa, è come chiedere se la materia possa segnare le ore. […]. I leibniziani, con le loro monadi, hanno formulato un’ipotesi inintelligibile: hanno piuttosto spiritualizzato la materia che materializzata l’anima. […]. Descartes e tutti i cartesiani … hanno commesso lo stesso errore: hanno ammesso due sostanze distinte nell’uomo, come se le avessero viste e contate. […]. Dunque, qui devono guidarci soltanto l’esperienza e l’osservazione. […] qui sono soltanto i fisici che hanno diritto di parlare. Che ci possono dire gli altri, e in particolare i teologi? Non è ridicolo sentirli sentenziare senza pudore su di un argomento che non hanno avuto mezzo di conoscere, e da cui, anzi, sono stati completamente stornati da studi oscuri che li hanno condotti a mille pregiudizi, per dirlo in una sola parola, al fanatismo, che aggrava ulteriormente la loro ignoranza circa la meccanicità dei corpi? L’uomo è una macchina così complessa, che è impossibile farsene a prima vista un’idea chiara, e quindi definirla. Per questo, tutte le ricerche che i più grandi filosofi hanno condotto a priori, vale a dire volendo servirsi in qualche modo delle ali dello spirito, sono state vane. Perciò è solo a posteriori, ossia cercando di svolgere l’anima per così dire attraverso gli organi del corpo, che si può, non dico scoprire in modo evidente la natura stessa dell’uomo, ma raggiungere il massimo grado di probabilità che sia possibile su questo argomento” (J. O. de La mettrie, L’uomo-macchina, cit. in AA. VV., Dialogos, Torino 2000).

 

 

G. Leopardi

 

      (7)  “Sebben l’uomo desideri sempre un piacere infinito, egli desidera però un piacer materiale e sensibile, quantunque quella infinità, o indefinizione ci faccia velo per credere che si tratti di qualche cosa spirituale. Quello spirituale che noi concepiamo confusamente nei nostri desideri, o nelle nostre sensazioni più vaghe, indefinite, vaste, sublimi, non è altro, si può dire, che l’infinità, o l’indefinito del materiale. Così che i nostri desiderii e le nostre sensazioni, anche le più spirituali, non si estendono mai fuori della materia, più o meno definitamene concepita, e la più spirituale e pura e immaginaria e indeterminata felicità che noi possiamo o assaggiare o desiderare, non è mai, né può essere altro che materiale: perché ogni qualunque facoltà dell’animo nostro finisce assolutamente sull’ultimo confine della materia, ed è confinata intieramente dentro i termini della materia [9 maggio 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Milano 1999, pp. 425-426).

 

     (7a) “[…] 1. Che cosa è lo spirito? Come sapete che esiste, non sapendo che cosa sia? Non potendo concepire al di là della materia una menoma forma di essere? 2. Perché è più perfetto della materia? -Perché non si può distruggere, e perché non ha parti, ecc – Il non aver parti chi vi ha detto che sia maggior perfezione dell’averne? Chi vi ha detto che lo spirito non ha parti? Che avendone o no, non si possa distruggere, ecc. ecc.? Come potete affermare o negare nulla intorno alle qualità di ciò che neppur concepite, e quasi non sapete se sia possibile? Tutto è dunque un romanzo arbitrario della vostra fantasia, che può figurarsi un essere come vuole. [2 settembre 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., p. 578).

 

       (7b)  “Un corpo, essendo composto, dimostra l’esistenza di altre cose che lo compongano. Ma siccome tutte le parti o sostanze materiali componenti la materia, sono altresì composti, però bisogna necessariamente salire ad esseri che non siano materia. Così discorrono i Leibniziani per arrivare alle loro Monadi o esseri semplici e incorporei (de’ quali compongono i corpi) e quindi all’Unità, ed al principio di tutte le cose. Or dico io. Arrivate fino alla menoma parte o sostanza materiale, e ditemi se potete, le parti o sostanze di cui questa si compone, non sono più materia ma spirito. Arrivate anche se potete, agli atomi o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di là non troverete mica lo spirito ma il nulla. Affinate quanto volete l’idea della materia, non oltrepasserete mai la materia. Componete quanto vi piace l’idea dello spirito, non ne farete mai né estensione, né lunghezza, ecc., non ne farete mai della materia. Come si può comporre la materia di ciò che non è materia? Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è: né da questo si può progredire a quello, o viceversa. – Ma finché la materia è materia, ell’è divisibile e composta. – Trovatemi dunque quel punto in cui ella si compone di cose che non sono composte, cioè non sono materia. Non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale (come non v’è dall’esistenza al nulla). Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto (che da’ Leibniziani giustamente si nega in natura). Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è; non hanno alcuna relazione fra loro; il materiale non può comporsi dell’immateriale più di quello che l’immateriale del materiale; e dall’esistenza della materia (contro ciò che pensa Leibnizio) non si può argomentare quella dello spirito più di quello che dall’esistenza dello spirito si potesse argomentare quella della materia. [5 settembre 1821]” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. pp. 586-587).

 

 

L. Feuerbach

 

   (8)  “Per la filosofia moderna, ed anche per la filosofia hegeliana, l’unica vera ed assoluta essenza è l’essenza immateriale, l’essenza che è un puro oggetto intellettuale, una pura essenza intellettuale, Dio. E’ una cosa metafisica ed un’essenza persino la materia di cui Spinoza fa un attributo della sostanza divina. […]. Hegel però si differenzia dalla filosofia precedente per il fatto che egli pone in modo diverso il rapporto tra essenza materiale, sensibile, ed essenza immateriale. I filosofi e i teologi precedenti pensavano l’essenza vera, divina, come un’essenza libera, sciolta per propria natura, per sé, dalla sensibilità o dalla materia; il travaglio, il lavoro dell’astrazione, del liberarsi dai dati sensibili per giungere a ciò che ne è in se stesso libero, fu da essi trasferito solo in se stessi. La beatitudine divina fu da essi fatta consistere in questo esser libero, e la virtù dell’essenza umana in questo liberarsi. Hegel invece fece di questa attività soggettiva l’autoattività dell’essenza divina. […]. Ma questa auto-liberazione dalla materia può essere posta in Dio solo se in lui viene posta anche la materia. E come può essere posta in lui? Solo se egli stesso la pone. In Dio però c’è soltanto Dio. La materia può quindi esser posta solo se egli pone se stesso come materia, come non-Dio, come il suo altro. […]. In questo modo anche la materia partecipa dello spirito e dell’intelletto, e viene accolta nell’essenza assoluta come un momento della vita, della formazione e dell’evoluzione dell’essenza stessa; nello stesso tempo è però di nuovo posta come essenza non esistente, non vera perché solo… l’essenza che toglie da sé la materia e la sensibilità è proclamata essenza compiuta […]. Anche qui dunque, il naturale, il materiale, il sensibile … è ciò che va negato. […]. La materia è dunque posta in Dio, è posta cioè come Dio: porre la materia come Dio equivale però a dire che Dio non esiste, a togliere cioè la teologia ed a riconoscere la verità del materialismo”.[pp. 230-31]. “Il reale nella sua realtà o in quanto reale è il reale come oggetto del senso: è il sensibile. Verità, realtà, sensibilità sono identiche. Solo un ente sensibile è un ente reale e vero” [p.251]. (L. Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire, in Scritti filosofici, Bari 1976)

 

 

K. Marx

 

     (9)  “I. Il difetto capitale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto o dell’intuizione, ma non come attività umana sensibile; non soggettivamente. Di conseguenza, il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall’idealismo – che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Egli perciò, nell’Essenza del cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l’atteggiamento teoretico, mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non comprende, perciò, il significato dell’attività ‘rivoluzionaria’, ‘pratico-critica’ (K. Marx - F. Engels, Tesi su Feuerbach, in Opere scelte, Roma 1966).

 

       (9a)  “Questa natura che precede la storia umana non è la natura nella quale vive Feuerbach, non la natura che oggi non esiste più da nessuna parte, salvo forse in qualche isola corallina australiana di nuova formazione, e che quindi non esiste neppure per Feuerbach. Di fronte ai materialisti ‘puri’, Feuerbach ha certo il grande vantaggio di intendere come anche l’uomo sia ‘oggetto sensibile’; ma a parte il fatto che lo concepisce soltanto come ‘oggetto sensibile’ e non come ‘attività sensibile’, poiché anche qui egli resta sul terreno della teoria, e non concepisce gli uomini nella loro connessione sociale, nelle loro presenti condizioni di vita, che hanno fatto di loro ciò che sono, egli non arriva agli uomini realmente esistenti e operanti ma resta fermo all’astrazione ‘l’uomo’, e riesce a riconoscere solo nella sensazione l’ ‘uomo reale, individuale, in carne ed ossa’, il che significa che non conosce altri ‘rapporti umani’, ‘dell’uomo con l’uomo’ se non l’amore e l’amicizia, e per di più idealizzati. Egli non offre alcuna critica dei rapporti attuali della vita. […]. Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale” (K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma 1977, pp. 17-18).

 

 

         (9b) “Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un’attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. […]. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini … Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio culturale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. […]. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti […] non si parte da ciò che gli uomini dicono, s’immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, s’immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e, sulla base del processo reale della loro vita, si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita […] gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza” (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma 1977, pp.12-13).

 

 

W. Heisemberg

 

   (10) “Oltre ai tre fondamentali elementi costitutivi – elettrone, protone e neutrone – sono state trovate nuove particelle elementari che possono venir create durante il corso di questi processi ad altissime energie per scomparire poi di nuovo dopo breve tempo. Le nuove particelle hanno proprietà simili alle vecchie tranne la loro instabilità. Anche le più stabili hanno all’incirca la durata di un milionesimo di secondo, ed altre durate ancora mille volte più brevi Attualmente sono conosciute circa venticinque nuove particelle elementari. […]. Questi risultati sembrano a prima vista allontanarci dall’idea dell’unità della materia, giacché il numero delle fondamentali unità della materia sembra essere cresciuto […]. Ma non sarebbe questa un’interpretazione esatta. Gli esperimenti hanno mostrato nello stesso tempo che le particelle possono essere create da altre particelle o semplicemente dall’energia cinetica di tali particelle, e possono di nuovo disintegrarsi in altre particelle. Realmente, gli esperimenti hanno mostrato la completa mutabilità della materia. Tutte le particelle elementari possono, ad energie sufficientemente alte, essere trasmutate in altre particelle, o possono semplicemente venir create dall’energia cinetica o risolversi in questa, ad esempio in radiazione. Ed è questa la prova finale dell’unità della materia. Tutte le particelle elementari sono fatte della stessa sostanza, che può esser chiamata energia o materia universale; sono soltanto forme diverse in cui la materia può manifestarsi. Se confrontiamo questa situazione con i concetti aristotelici di materia e forma, possiamo dire che la materia di Aristotele, che è pura ‘potentia’, dovrebbe essere paragonata al nostro concetto di ‘energia’, che passa all’attualità per mezzo della forma quando viene creata la particella elementare. […]. Una netta distinzione tra materia e forza non può più essere fatta in questa parte della fisica, giacché ogni particella elementare non solo produce delle forze e subisce l’azione di forze, ma rappresenta nello stesso tempo un certo campo di forza” (W. Heisemberg, Fisica e filosofia. Il linguaggio umano della scienza, Milano 1961, pp.187-188).

 

A. Einstein

 

     (11) “Immaginiamo un corpo di massa determinata in moto rettilineo e sollecitato da una forza esterna che abbia la stessa direzione del moto. […] la meccanica insegna che la forza è proporzionale alla variazione di velocità od accelerazione. In altri e più precisi termini: in un secondo, la velocità di un dato corpo può indifferentemente passare da 100 a 100 e 1 metro al secondo, o da 100 chilometri a 100 chilometri ed 1 metro al secondo, od ancora da 280.000 chilometri a 280.000 chilometri e 1 metro al secondo. E ciò perché la forza occorrente per produrre entro uno stesso intervallo di tempo la stessa accelerazione di un dato corpo è supposta essere sempre la stessa, qualunque ne sia la velocità. Questa supposizione è forse ammissibile anche dal punto di vista della teoria della relatività? Decisamente no! La legge suddetta è valevole soltanto per piccole velocità. Qual è allora, secondo la teoria della relatività, la legge valevole per grandi velocità, vicine a quella della luce? La nuova legge è assai diversa dall’antica, occorrono forze estremamente grandi per accrescere la velocità, allorché questa è molto grande. Non è affatto la stessa cosa accrescere di 1 metro al secondo una velocità di 100 metri al secondo o una velocità prossima a quella della luce. Quanto più una velocità si avvicina a quella della luce tanto più difficile è accrescerla. Allorché una velocità eguaglia quella della luce è impossibile accrescerla ulteriormente. Non c’è motivo di sorprendersi di queste innovazioni introdotte dalla teoria della relatività. La velocità della luce è infatti il limite massimo per tutte le velocità. Una velocità maggiore non può venir prodotta da nessuna forza finita, per grande che questa sia. […]. Un corpo in riposo possiede una massa determinata, la cosiddetta massa di riposo. La meccanica insegna che qualsiasi corpo oppone resistenza ad un mutamento del suo moto. Quanto maggiore è la massa, tanto più forte è la resistenza; od ancora: quanto minore è la massa, tanto più debole è la resistenza. Ma la teoria della relatività ci dice qualcosa di più. La resistenza che i corpi oppongono ad un mutamento è tanto più forte non soltanto quanto maggiore è la loro massa di riposo, ma altresì quanto maggiore è la loro velocità. Corpi dotati di velocità vicine a quella della luce opporrebbero resistenze enormi alle forze esterne. Secondo la meccanica classica, la resistenza di un dato corpo è invariabile e caratterizzata unicamente dalla sua massa. Nella teoria della relatività la resistenza dipende da ambo i fattori: massa di riposo e velocità del corpo. La resistenza diventa infinitamente grande, allorché la velocità raggiunge quella della luce. […]. Tali risultati suggeriscono un’ulteriore e importante generalizzazione. Un corpo in riposo possiede massa, ma non possiede energia cinetica ossia energia di moto. Un corpo in movimento possiede ambo le cose: massa ed energia cinetica. Esso resiste perciò alla variazione di velocità od accelerazione più fortemente del corpo in riposo. E’ come se l’energia cinetica del corpo in movimento accrescesse la sua resistenza. Di due corpi che possiedono la stessa massa di riposo, quello la cui energia cinetica è maggiore oppone maggior resistenza all’azione di una forza esterna. […]. L’energia sotto tutte le sue forme si comporta come la sua materia; un pezzo di ferro pesa più quando è caldo di quando è freddo; la radiazione emessa dal sole attraverso lo spazio possiede energia e pertanto anche massa. […]. La fisica classica aveva introdotto due sostanze: materia ed energia, la prima dotata dipeso, la seconda imponderabile. In fisica classica si avevano perciò due leggi di conservazione, l’una per la materia, l’altra per l’energia. Abbiamo già avuto occasione di chiederci se la fisica moderna condivida le stesse idee in merito alle due sostanze e alle due leggi di conservazione. La risposta fu ed è decisamente: no! Secondo la teoria della relatività non c’è differenza essenziale fra massa ed energia: L’energia possiede massa e la massa rappresenta energia: In luogo di due leggi di conservazione ne abbiamo una sola: la legge di conservazione della massa-energia” (Einstein-Infeld, L’evoluzione della fisica, cit. in G. Giannantoni, La ricerca filosofica).

 

 

T. Regge

 

     (12) “La stessa definizione di materia ha subito numerose revisioni ed ampliamenti che ci portano a considerare come materia non solamente quella da noi trattata tradizionalmente come tale, ma anche il campo elettromagnetico e le varie particelle che sono state scoperte nei raggi cosmici o sintetizzate negli acceleratori. […]. L’uomo della strada sente parlare di elettroni, protoni e neutroni e gli viene detto che la materia è composta da queste particelle. Non sempre si rende conto che tra le particelle elementari esistono forze elettromagnetiche e nucleari che le tengono legate assieme in modo da formare i nuclei, gli atomi, le molecole e tutte le strutture macroscopiche che formano la materia visibile. Un bicchiere non è riducibile alla collezione di atomi che lo compongono, ma è anche composto dalle forze che tengono legate gli atomi. Un elettrone e un protone hanno cariche elettriche opposte che si attraggono, la forza che li attira è una particolare manifestazione del campo elettromagnetico. Secondo la teoria dei campi, tutte le forze, anche quelle gravitazionali, quelle nucleari e quelle deboli, sono manifestazioni di un campo. Le forze trasmettono energia e quantità di moto da una particella all’altra e lo possono fare poiché gli stessi campi possiedono come osservabili energia e quantità di moto, esattamente come accade alle particelle. Questa comunanza … tra campi e particelle incuriosì e preoccupò non poco Einstein, in quanto si trattava di enti apparentemente molto diversi tra loro. La teoria quantistica dei campi … considera la materia tradizionale   e i campi come manifestazioni diverse di un tutto unico. […]. Forze e particelle sono manifestazioni apparentemente diverse della stessa entità, la materia. […]. L’identità concettuale tra campo e materia non corrisponde sempre all’intuizione umana, su cui pesano pregiudizi atavici da cui è difficile liberarsi. […]. Il campo elettromagnetico è una forma di materia, ma fino a tempi recenti non è mai stata considerata tale. […]. Il campo magnetico attraversa il corpo umano senza essere percepito ma se indossassimo guanti fatti con materiale superconduttore e diamagnetico potremmo avvertire le linee di forza del campo magnetico, stringerle nelle nostre mani e sentirle quasi fossero dei fasci di gomma elastica. Se la nostra pelle fosse stata da sempre superconduttrice, tratteremmo il campo elettro-magnetico come una forma molto particolare, ma di certo reale e tangibile, di materia” (T. Regge, Infinito, Milano 2000, pp. 224-25).

 

 

O. Wilde

 

     (13) “Spirito e materia, materia e spirito: com’erano misteriosi. Vi era qualcosa di animalesco nell’anima, e il corpo aveva attimi di spiritualità: i sensi potevano raffinarsi e l’intelletto degenerare. Chi poteva dire quando terminava l’impulso della materia e cominciava l’attività psichica? Quanto erano futili le arbitrarie definizioni della psicologia comune, e come era difficile tuttavia, scegliere tra le affermazioni delle varie scuole! Era forse, l’anima, un’ombra seduta nella casa del peccato? O il corpo era realmente avvolto dall’anima, come pensa Giordano Bruno? La separazione dello spirito dalla materia era un mistero, e l’unione dello spirito con la materia era pure un mistero” (O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Milano 1994, pp. 75-76).

 

 

 

 

 

 Bibliografia

 

Aristotele, De coelo

 

Aristotele, Metafisica

 

Simplicio, De coelo

 

Epicuro, Epistola I, a Erodoto

 

Tito Lucrezio Caro, La natura

 

P. Gassendi, Quinte obiezioni alle Meditazioni metafisiche

 

Th. Hobbes, De corpore

 

Th. Hobbes, Elementi di filosofia

 

J. O. de La mettrie, L’uomo-macchina

 

G. Leopardi, Zibaldone di pensieri

 

L. Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire

 

K. Marx, Tesi su Feuerbach

 

K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca

 

W. Heisemberg, Fisica e filosofia. Il linguaggio umano della scienza

 

Einstein-Infeld, L’evoluzione della fisica

 

T. Regge, Infinito

 

O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray