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                                                                         Storia filosofale

 

CRISPI E LA CRISI DI FINE OTTOCENTO IN ITALIA

 

 (Appunti a cura di Simone Oldani, studente della VA  del Liceo Scientifico "B. Pascal" di Abbiategrasso)

 

L’Italia nell’ultimo scorcio del secolo si presentò come una nazione in crisi. Ci fu un distacco fra paese reale (popolo) e paese legale (dirigenza). L’isolamento della classe dirigente non permise di superare la crisi. Si seguirono due differenti linee di governo : una autoritaria, impersonata da Crispi, per sedare le rivolte operaie di cattolici e socialisti e contadine, l’altra, impersonata da Giolitti ( capo del governo tra il ‘92/’93 ), riformista e contraria all’imperialismo che si dispiegherà nei primi anni del ‘900. Con la morte di Depretis, avvenuta nel 1887, salì al governo Francesco Crispi, il quale dapprima mazziniano, ora si fece interprete della classe dirigente, impersonando il modello autoritario bismarckiano. Era già comparso nelle vicende italiane durante il Risorgimento, quando aveva preso contatti nel 1860 con Garibaldi per l’organizzazione della spedizione dei Mille. Prosegue la politica del blocco agrario-industriale, che voleva un politica autoritaria e restrittiva all’interno ed una politica imperialistica all’estero. Durante il gabinetto di Crispi si raffreddarono maggiormente i rapporti con la Francia ( cfr. guerra doganale e conquista di Tunisia e Marocco) e si avvicinò sempre di più ad Austria e Germania. Nel 1887 si giunse alla riconferma della Triplice Alleanza. Egli cercò di superare la disfatta di Dogali e continuò la politica imperialistica, conquistando la Somalia con attenzione di nuovo verso l’Abissinia. Il governo italiano appoggiò infatti la salita al trono d’Etiopia di Menelik, ottenendo in cambio il trattato di Uccialli ( 1889 ), che prevedeva il protettorato italiano su questi territori. Avendo però due differenti redazioni, uno in italiano e una in lingua marica, fra queste ci furono delle incongruenze che portarono il sovrano a non rispettare gli accordi presi. In politica interna si assistette ad uno spostamento di potere dal legislativo all’esecutivo. Venne rafforzato il potere dei prefetti, che erano espressione del governo centrale, sui sindaci, che invece erano eletti. Venne introdotto anche il Codice Zanardelli, che prevedeva l’abolizione della pena di morte ed il diritto di sciopero. Queste riforme vennero fatte in modo paternalistico, assoggettando il popolo in modo autoritario. In questi anni si formarono le Camere del Lavoro, prima fra tutte quella di Milano, e cooperative. Alcuni leader del movimento operaio furono Filippo Turati e Antonio Labriola, che ebbe il merito di divulgare le idee marxiste in Italia con l’opera La concezione materialistica della storia. L’affermarsi di queste organizzazioni furono accompagnate da scioperi. Nel 1891 si formarono i Fasci siciliani, che vennero repressi duramente anche con l’esercito. Nel 1891 il governo Crispi andò in crisi e venne chiamato in sostituzione un conservatore, Antonio di Rudinì, al quale successe nel 1892 un esponente liberale della Sinistra, Giovanni Giolitti. Egli ritenne che lo Stato dovesse allargare le proprie basi politiche coinvolgendo anche il popolo ( cfr. emarginazione con repressione di Crispi ) e concordando riforme con le masse operaie. Il discorso di Giolitti Assomiglia molto alle idee cavouriane. Dialogando con il movimento operaio si diventa amici delle masse e si rafforza lo Stato, il quale, poiché è di tutti, di fronte alle lotte sociali deve rimanere neutrale, deve assumere un comportamento imparziale, cercando un punto di mediazione. Seppur rimase solo un anno al governo, si riavvicinò alla Francia ed introdusse la tassazione progressiva. Si prese a pretesto il fallimento del Banco di Roma per farlo dimettere. Egli trascorse anche un anno all’estero per evitare guai dovuti a questa situazione. A gran voce, capo del governo ritornò Crispi, che proseguì la politica attuata nel precedente mandato. Usò pugno di ferro contro i movimenti operai, represse il movimento della Lunigiana e proclamò la legge marziale. Nel 1894 il Partito socialista venne messo al bando. Il governo Crispi venne sostenuto solamente dai ceti più elevati e si venne a creare ancora più distanza con le masse popolari. Il pretesto per riprendere l’imperialismo nel Corno d’Africa fu il non rispetto del Trattato di Uccialli di Menelik. Su ordine di Crispi il generale Baratieri marciò sull’Etiopia, dove il contingente italiano ad Adua nel 1896 subì una clamorosa sconfitta inflitta dalle truppe di Menelik aiutate da Francia e Russia. Si generò a questo punto una crisi politica che costrinse Crispi a dimettersi. Ritornò al governo Antonio di Rudinì che da principio cercò di essere moderato, ma le continue rivolte e scioperi, lo portarono a concedere i pieni poteri all’esercito. Questa decisione portò gravi conseguenze, tra cui la strage di Milano nel maggio del ’98. Durante uno sciopero infatti il generale Bava-Beccaris decise di sparare contro la folla producendo una strage. Questo evento generò sgomento, accresciuto dalla sfida lanciata dal sovrano Umberto I che decise di concedere a Bava Beccaris l’onorificenza della Croce dei Savoia, come riconoscimento. Questo generò un ulteriore crisi politica, che vide salire al governo il generale Pelloux, il quale concesse inizialmente un’amnistia. In seguito presentò dei disegni di legge, che furono una sorta di colpo di Stato legale. Queste leggi furono definite speciali in quanto negavano le libertà previste dalla Costituzione. Sidney Sonnino con Torniamo allo Statuto pubblicato sulla Nuova Antologia chiedeva che venisse ridato potere alla monarchia. Contro questi disegni di legge si schierò tutta la Sinistra, radicale e moderata di Zanardelli e Giolitti, portando avanti una politica di ostruzionismo parlamentare ( i parlamentari dell’opposizione parlavano per lungo tempo impedendo che si arrivasse ad una votazione ). Pelloux decise dunque di far approvare queste leggi come decreto legge, bypassando l’approvazione del Parlamento, ma trovò l’opposizione della Corte di Cassazione, la quale sostenne l’impossibilità di questo atto in quanto le modifiche intaccavano i valori dello Statuto Albertino. Il governo si trovò ad un punto morto. La monarchia ed il governo decisero dunque di sciogliere il Parlamento ed di indire nuove elezione, che però non andarono come sperato: vinse la Destra ma la Sinistra raggiunse un successo politico entusiasmante. Pelloux si dovette dimettere e venne chiamato al governo un vecchio liberale Giuseppe Saracco. Nel 1900 il re Umberto I venne assassinato da Gaetano Bresci che voleva vendicare i morti di Milano. Questo gesto rischiò di far precipitare l’Italia in una più grave crisi, ma il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III si rese conto che la situazione era divenuta esplosiva. Decise allora di incamminarsi verso la via progettata dalla borghesia liberale e riformista.  Nel 1901 venne chiamato a capo del governo Giuseppe Zanardelli, con ministro degli Interni Giolitti, il quale non fu un socialista, ma fu in grado di comprendere come la repressione degli operai non avrebbe portato ad un equilibrio.

 

Letture:

·         Lettura 2 pag. 1258

 

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