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                                                                                         Epicuro filosofale

   Lettera a Meneceo                                                      Lettera a Erodoto                                                   Lettera a Pitocle                      

 

EPICUROEpicuro

Lettera a Meneceo



L'uomo cominci da giovane a far filosofia e da vecchio non sia mai stanco di filosofare. Per la buona salute dell'animo, infatti, nessun uomo è mai troppo giovane o troppo vecchio. Chi dice che il giovane non ha ancora l'età per far filosofia, e che il vecchio l'ha ormai passata, è come se dicesse che non è ancora giunta, o è già passata, I'età per essere felici. Quindi sia l'uomo giovane che il vecchio devono far filosofia: il vecchio perché invecchiando rimanga giovane per i bei ricordi del passato; il giovane perché, pur restando giovane d'età, sia maturo per affrontare con coraggio l'avvenire. E' bene riflettere sulle cose che possono farci felici: infatti, se siamo felici abbiamo tutto ciò che occorre; se non lo siamo, facciamo di tutto per esserlo.

Metti in pratica le cose che ti ho sempre raccomandato e rifletti su di esse, perché sono i princìpi necessari fondamentali per una vita felice.


Per prima cosa tu devi considerare la divinità come un essere indistruttibile e felice, così come comunemente gli uomini pensano degli dèi; non attribuire quindi nulla alla divinità che contrasti con la sua immortalità e la sua beatitudine, e ritieni vero invece tutto ciò che ben si accorda con la sua felice immortalità.

Gli dèi infatti esistono, ed è del tutto evidente la conoscenza che ne abbiamo; ma gli uomini attribuiscono agli dèi caratteristiche contrarie alla stessa idea che se ne fanno. Negare gli dèi in cui credono gli uomini, non è quindi empietà. Empietà è piuttosto attribuire agli dèi le idee che gli uomini comunemente se ne fanno, perché non sono idee corrette, ma gravi errori. Dall'idea che si fa degli dèi l'uomo trae i più gravi danni e vantaggi. Infatti gli dèi, che di continuo sono dediti alle loro virtù, accolgono i loro simili, mentre considerano estraneo tutto ciò che non è simile ad essi.

Abìtuati a pensare che per noi uomini la morte è nulla, perché ogni bene e ogni male consiste nella sensazione, e la morte è assenza di sensazioni. Quindi il capir bene che la morte è niente per noi rende felice la vita mortale, non perché questo aggiunga infinito tempo alla vita, ma perché toglie il desiderio dell'immortalità. Infatti non c'è nulla da temere nella vita se si è veramente convinti che non c'è niente da temere nel non vivere più. Ed è sciocco anche temere la morte perché è doloroso attenderla, anche se poi non porta dolore. La morte infatti quando sarà presente non ci darà dolore, ed è quindi sciocco lasciare che la morte ci porti dolore mentre l'attendiamo. Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perché per i vivi essa non c'è ancora, mentre per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci.

La maggior parte delle persone, però, fuggono la morte considerandola come il più grande dei mali, oppure la cercano come una liberazione dai mali della vita. Il saggio invece non rifiuta la vita e non ha paura della morte, perché non è contro la vita ed allo stesso tempo non considera un male il non vivere più. Il saggio, così come non cerca i cibi più abbondanti, ma i migliori, così non cerca il tempo più lungo, ma cerca di godere del tempo che ha. è da stolti esortare i giovani a vivere bene ed i vecchi a morire bene, perché nella vita stessa c'è del piacere, ed è la stessa cosa l'arte di vivere bene e di morire bene.

Certo, è peggio chi dice: è bello non esser mai nati "ma, se si è nati, è bello passare al più presto le soglie dell'Ade". Se chi dice queste cose ne è convinto, perché non abbandona la vita'? è in suo potere farlo, se questa è la sua opinione e parla seriamente. Se invece scherza, parla da stolto su cose su cui non c'è proprio da scherzare.

Dobbiamo inoltre ricordarci che il futuro non è interamente nelle nostre mani, ma in qualche modo lo è, anche se in parte. Quindi non dobbiamo aspettarci che si avveri del tutto, ma non dobbiamo neppure disperare che esso non si avveri affatto.

Dobbiamo poi pensare che alcuni dei nostri desideri sono naturali, altri vani. E di quelli naturali alcuni sono necessari, altri non lo sono. E di quelli naturali e necessari, alcuni sono necessari per essere felici, altri per la buona salute del corpo, altri per la vita stessa. Una sicura conoscenza dei desideri naturali necessari guida le scelte della nostra vita al fine della buona salute del corpo e della tranquillità dell'animo, perché queste cose sono necessarie per vivere una vita felice. Infatti noi compiamo tutte le nostre azioni al fine di non soffrire e di non avere l'animo turbato. Ottenuto questo, ogni tempesta interiore si placherà, perché il nostro animo non desidera nulla che gli manchi, né ha altro da cercare perché sia completo il bene dell'anima e del corpo. Abbiamo infatti bisogno del piacere quando soffriamo perché esso non c'è. Quando non soffriamo, non abbiamo neppure bisogno del piacere.

Per questo motivo noi diciamo che il piacere è il principio ed il fine di una vita felice. Noi sappiamo che esso è il bene primo, connaturato con noi stessi, e da esso prende l'avvio ogni nostra scelta e in base ad esso giudichiamo ogni bene, ponendo come norma le nostre affezioni. Ma proprio perché esso è il bene primo ed è a noi connaturato, noi non ci lasciamo attrarre da tutti i piaceri; al contrario, ne allontaniamo molti da noi quando da essi seguano dei fastidi più grandi del piacere stesso. Allo stesso modo consideriamo molti dolori preferibili ai piaceri quando la scelta di sopportare il dolore porta con sé come conseguenza dei piaceri maggiori. Tutti i piaceri quindi che per loro natura sono a noi congeniali sono certamente un bene; tuttavia non dobbiamo accettarli tutti. Allo stesso modo tutti i dolori sono un male, ma non dobbiamo cercare di sfuggire a tutti loro. Queste scelte vanno fatte in base al calcolo ed alla valutazione degli utili. Per esperienza sappiamo infatti che a volte il bene è per noi un male ed al contrario il male è un bene. Consideriamo un grande bene l'indipendenza dai desideri non perché sia necessario avere sempre soltanto poco, ma perché se non abbiamo molto sappiamo accontentarci del poco. Siamo profondamente convinti che gode dell'abbondanza con maggiore dolcezza chi meno ha bisogno di essa e che tutto ciò che la natura richiede lo si può ottenere facilmente, mentre ciò che è vano è difficile da ottenere. Infatti, in quanto entrambi eliminano il dolore della fame, un cibo frugale o un pasto sontuoso danno un piacere eguale, e pane e acqua danno il piacere più pieno quando saziano chi ha fame. L'abituarsi ai cibi semplici ed ai pasti frugali da un lato è un bene per la salute, dall'altro rende l'uomo attento alle autentiche esigenze della vita; e così quando di tanto in tanto ci capita di trovarci nell'abbondanza, sappiamo valutarla nel suo giusto valore e sappiamo essere forti nei confronti della fortuna.

Quando dunque diciamo che il piacere è il bene completo e perfetto, non ci riferiamo affatto ai piaceri dei dissoluti, come credono alcuni che non conoscono o non condividono o interpretano male la nostra dottrina; il piacere per noi è invece non avere dolore nel corpo né turbamento nell'anima.

Infatti non danno una vita felice né i banchetti né le feste continue, né il godersi fanciulli e donne, né il godere di una lauta mensa. La vita felice è invece il frutto del sobrio calcolo che indica le cause di ogni atto di scelta o di rifiuto, e che allontana quelle false opinioni dalle quali nascono grandissimi turbamenti dell'animo.

La prudenza è il massimo bene ed il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la prudenza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa vengono tutte le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v'è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, e questa è inseparabile dalle virtù.

E adesso dimmi: pensi davvero che ci sia qualcuno migliore dell'uomo che ha opinioni corrette sugli dèi, che è pienamente padrone di sé riguardo alla morte, che sa sino in fondo che cosa sia il bene per l'uomo secondo la sua natura e sa con chiarezza che i beni che ci sono necessari sono pochi e possiamo ottenerli con facilità, e che i mali non sono senza limiti, ma brevi nel tempo oppure poco intensi?

Un uomo così ha imparato a sorridere di quel potere - il fato - che per alcuni è il sovrano assoluto di tutto: di fatto ciò che accade può essere spiegato non soltanto attraverso la necessità, ma anche attraverso il caso o in quanto frutto di nostre decisioni per le quali possiamo essere criticati o lodati.

Quanto al fato, di cui parlano i fisici, era meglio credere ai miti sugli dèi che essere schiavi di esso: i miti infatti permettevano agli uomini di sperare di placare gli dèi per mezzo degli onori, il fato invece ha un'implacabile necessità. E riguardo alla fortuna non bisogna credere né che sia una divinità, come fanno molti - gli dèi infatti non fanno nulla che sia privo di ordine ed armonia - né che sia un principio causale; non bisogna neppure credere che essa dia agli uomini beni e mali che determinano una vita felice; da essa infatti provengono solo i princìpi di grandi beni e di grandi mali. E' meglio quindi essere saggiamente sfortunati che stoltamente fortunati, perché è preferibile che nelle nostre azioni una saggia decisione non sia premiata dalla fortuna, piuttosto che una decisione poco saggia sia coronata dalla fortuna.

Medita giorno e notte tutte queste cose, e ciò che è connesso con esse, sia in te stesso che con chi ti è simile: così mai, sia da sveglio che nel sonno, avrai l'animo turbato, ma vivrai invece come un dio fra gli uomini. L'uomo infatti che vive tra beni immortali non è in niente simile ad un mortale.

 

 

 

 

 

EPICURO

LETTERA  A  ERODOTO

 

 

Epicuro a Erodoto, salve.

Per quelli, Erodoto, che non possono seguire punto per punto ciascuno dei miei scritti sulla natura, né prendere in esame i libri più lunghi tra i miei trattati, ho composto un’epitome dell’intera trattazione, affinché possano preparare la memoria per comprendere le dottrine più importanti, allo scopo di aiutare se stessi in ogni circostanza nei punti essenziali, almeno nella misura in cui si applicano allo studio della natura. Ma anche chi ha fatto apprezzabili progressi nella considerazione dell’insieme deve tenere a mente l’impronta fondamentale dell’intera dottrina, perche dell’intuizione dell’insieme abbiamo spesso bisogno, mentre di quella particolare non così spesso.

Bisogna, dunque, ricorrere sovente a quei precetti, ma questo deve essere fatto nella memoria; in conseguenza di ciò, in seguito, si realizzerà un’intuizione più rilevante dei punti salienti, e <quindi> anche una cognizione precisa dei particolari, a condizione che le impronte principali siano ben delineate e ben impresse nella memoria. Infatti, anche per chi ha raggiunto la perfezione la cosa principale di tutta la sua precisa conoscenza è questa: la capacità di usare prontamente delle intuizioni nonché di riferire ciascuna di esse agli elementi semplici e alle emissioni della voce. Non è, infatti, possibile che si dia la densità del coerente sviluppo della <mia> dottrina nel suo insieme, se non si può abbracciare in brevi formule, in sé, ogni cosa che sia stata precisata anche nei particolari. Ora, un siffatto metodo è utile a chiunque abbia preso dimestichezza con lo studio della filosofia della natura, e quindi io, che raccomando la continua applicazione a tale studio, e che in un simile stile di vita conduco un’esistenza assolutamente tranquilla, ho anche composto per te questa epitome e questo riassunto dei punti principali dell’intera dottrina.

Pertanto, Erodoto, occorre in primo luogo cogliere quello che sta a fondamento delle parole, perché, riferendoci a questo, possiamo avere di che giudicare | le opinioni sugli oggetti della ricerca o sui problemi irrisolti; e così ogni cosa non rimarrà per noi senza giudizio <perdendosi> in una dimostrazione all’infinito, e neppure ci troveremo in possesso di vuote parole. In primo luogo, o Erodoto, è necessario che la prima nozione sia scorta direttamente secondo ogni singola parola e che non abbia nessun bisogno di dimostrazione, se almeno vorremo avere qualcosa a cui ricondurre l’oggetto della ricerca o della questione o dell’opinione. In secondo luogo, dobbiamo considerare tutto affidandoci alle sensazioni e, in particolare, le intuizioni presenti – sia della mente sia di uno qualsiasi dei criterî <della conoscenza> –, e similmente anche le passioni presenti, per poter avere modo di contrassegnare ciò che attende conferma e ciò che non è <immediatamente> evidente.

Una volta che si siano apprese queste cose, <occorre> dare un’occhiata d’insieme a ciò che non è <immediatamente> evidente. Innanzitutto, il fatto che nulla viene all’essere dal non-essere, perché in tal caso ogni cosa sarebbe venuta all’essere da ogni altra, senza alcun bisogno di semi generatori. E poi, se ciò che si distrugge svanisse nel non-essere, tutte le cose andrebbero perdute, perché | ciò in cui si dissolvono non è. E, in verità, il tutto è sempre stato come è ora, e sarà sempre così per il fatto che non c’è nulla in cui possa trasformarsi, dato che, all’infuori del tutto, non c’è nulla che, subentrando, possa operare la trasformazione.

Ma anche il tutto è costituito <da corpi e da spazio>. Infatti, l’esistenza dei corpi è la sensazione stessa a testimoniarla, in tutte le occasioni; ed è necessario fondarsi su di essa quando si deve provare per mezzo del ragionamento ciò che non è immediatamente evidente, come ho già anticipato. Se, d’altra parte, non ci fosse quello spazio che denominiamo vuoto o spazialità o natura intangibile, i corpi non avrebbero dove risiedere, né per dove muoversi, nel modo in cui risultano muoversi. Oltre a questi principi non si può neppure pensare nulla, né per via di apprensione né per analogia con gli oggetti già appresi, in quanto noi li cogliamo come nature complete e non come ciò che chiamiamo attributi e accidenti di questi. E ancora, anche tra i corpi, gli uni sono composti, gli altri sono quelli dai quali sono costituiti i composti. E questi sono indivisibili | e immutabili, se è vero che tutte le cose non devono dissolversi nel non-essere, ma devono avere la forza di permanere nella dissoluzione dei composti, in quanto sono pieni per natura e non hanno né luogo né modo in cui andare a finire; è pertanto necessario che i principî siano di natura corporea e indivisibili.

Ma, in verità, il tutto è infinito; infatti, ciò che è limitato ha un’estremità; ora, un’estremità è vista in rapporto a qualcos’altro. Per conseguenza, quanto non ha estremità non ha neppure limite: e, non avendo un limite, sarebbe infinito e non limitato. E, inoltre, il tutto è illimitato sia per la quantità dei corpi, sia per la grandezza del vuoto. Se, infatti, il vuoto fosse illimitato e i corpi, invece, limitati, i corpi non rimarrebbero in nessun luogo, ma viaggerebbero dispersi nel vuoto illimitato, senza trovare alcun supporto né spinta al seguito degli urti; e se, per converso, il vuoto fosse limitato, i corpi infiniti non saprebbero dove stare.

Inoltre, le parti indivisibili e piene dei corpi, dalle quali si costituiscono i composti e nelle quali si risolvono, hanno una varietà incalcolabile di figure; altrimenti non potrebbero mai venire tante differenze da figure concepite in un dato numero. E, per ciascuna figura, gli atomi sono assolutamente infiniti, mentre per le differenze non sono in senso proprio infiniti, | ma soltanto di un numero incalcolabile. E gli atomi si muovono continuamente per l’eternità, ** e, alcuni, si allontanano di un lungo tratto gli uni dagli altri; altri, invece, trattengono il loro impeto, qualora càpiti loro d’essere catturati da un certo aggregato o avvolti da un agglomerato <di corpi>. E, infatti, è la natura del vuoto, che delimita ciascun atomo, a produrre questo, in quanto non è capace di fornire un appoggio. D’altra parte, la solidità di cui <gli atomi> sono dotati produce il loro rimbalzo durante la collisione, almeno finché l’aggregazione non ripristini lo stato antecedente a partire dalla collisione. E un principio di queste realtà non esiste, poiché gli atomi e il vuoto sono eterni. |

Insomma, una tale espressione di tutte queste dottrine, quando siano tenute nella memoria, stampa un’impressione adeguata ai pensieri sulla natura delle cose.

Ma, in verità, anche i mondi sono infiniti, tanto quelli simili a questo quanto quelli dissimili. E, infatti, gli atomi, essendo infiniti, come è stato appena dimostrato, vanno anche lontanissimo. In effetti, tali atomi dai quali un mondo potrebbe nascere e per opera dei quali potrebbe essere creato, non sono stati spesi tutti per un mondo solo o per un numero limitato di mondi, né quanti siano tali né quanti siano differenti da questi. Perciò non c’è nulla che possa costituire impedimento alla infinità dei mondi.

E ci sono anche impronte che hanno la stessa forma dei corpi solidi, ma che, in quanto a sottigliezza, superano di gran lunga gli oggetti che si manifestano. Infatti, non è impossibile che nello spazio circostante si verifichino dei flussi capaci di riprodurre parti cave e parti liscie, oppure degli effluvi | che conservano la posizione reciproca e il movimento che avevano nei corpi solidi. Ebbene, a queste impronte noi diamo il nome di simulacri. Inoltre, anche il movimento attraverso il vuoto riesce a coprire ogni distanza concepibile in un tempo di impensabile brevità, per il fatto che avviene senza alcuna resistenza da parte di elementi che lo ostacolino; e infatti, sono proprio la resistenza e la non resistenza a determinare rispettivamente la lentezza e la velocità. Inoltre, secondo i tempi concepiti dalla ragione, non può essere che un corpo in movimento raggiunga più luoghi contemporaneamente – questo è davvero impensabile! –, e neppure può essere che, venendo da un punto qualsiasi dell’infinito in un tempo apprezzabile dai sensi, esso sia partito proprio da quel luogo da cui concepiamo il movimento. In verità esso sarà corrispondente all’urto, anche se fino a quel momento abbiamo lasciato la velocità del movimento esente dagli urti. È quindi utile tenere ben presente anche questo punto basilare. Nessun fenomeno contraddice il fatto che i simulacri siano caratterizzati da una sottigliezza insuperabile. Perciò, hanno anche delle velocità insuperabili, poiché hanno ogni via di transito commisurata <alla loro piccolezza>, oltre <al fatto che> | poco o nulla si oppone alla loro infinità, mentre se fossero molti o anche di numero imprecisato qualcosa si opporrebbe ad essi. E inoltre <occorre tenere presente> che la nascita dei simulacri si ha alla velocità del pensiero. E, nonostante non si intravveda diminuzione, il flusso dalla superficie dei corpi è continuo, poiché altre particelle riempiono i posti vacanti, e questo flusso mantiene la posizione e l’ordine degli atomi del corpo solido per lungo tempo, anche se qualche volta risulta confuso. Anche le composizioni hanno origine molto velocemente nello spazio circostante, perché non richiedono un completamento nella dimensione della profondità: e del resto vi sono pure altri modi che danno origine a tali nature. Nessuna di queste tesi è contraddetta dalle sensazioni, se solo si guarda al modo in cui esse dal mondo esterno riportano a noi le evidenze, e le <relative> corrispondenze.

Bisogna anche ritenere che noi vediamo e pensiamo le forme per il fatto che c’è un certo apporto dal mondo esterno. Infatti, gli oggetti esterni non imprimerebbero in noi il sigillo della loro propria natura, del colore e della forma attraverso l’aria interposta, o attraverso raggi o qualche altra sorta di correnti che procedano da noi verso quelli, così come <l’impongono> attraverso certe impronte che entrano in noi a partire dagli oggetti, | e che hanno lo stesso colore e la stessa forma di questi ultimi, in ragione di una grandezza appropriata alla nostra vista e alla nostra mente. Tali impronte, inoltre, sono dotate di veloci movimenti, e per questa ragione danno l’impressione di un oggetto unico e continuo, e mantengono i reciproci rapporti che avevano nel corpo che era il loro sostrato e dal quale veniva ad essi un sostegno commisurato, prodotto dall’impatto degli atomi nel corpo solido, lungo la sua profondità. E qualsiasi rappresentazione noi riceviamo per contatto diretto con la mente o con gli organi di senso, sia della forma sia degli accidenti, questa altro non è che la forma dell’oggetto solido, la quale si costituisce in base alla massiccia consistenza del simulacro o ai suoi resti. La falsità e l’errore, invece, risiedono sempre nell’aggiungersi dell’opinione <a ciò che attende> di essere confermato o non smentito, mentre poi risulta non confermato <o smentito>. E la somiglianza delle rappresentazioni – per esempio quelle colte in un’immagine o prodotte in sogno o grazie a qualche altra intuizione della mente o degli altri criteri di conoscenza –, non deriverebbe neppure dagli oggetti che si dicono reali e veri, se non ci fossero alcuni e tali elementi | verso cui ci rivolgiamo: e pure l’errore, per parte sua, non si verificherebbe, se non cogliessimo anche un certo altro movimento in noi stessi, che si adatta, sì, <alla rappresentazione intuitiva>, ma che rispetto a essa ha uno scarto: e secondo questo, qualora non riceva conferma o riceva smentita, deriva la falsità, mentre, qualora riceva conferma e non riceva smentita, deriva la verità. Bisogna, allora, tenere ben salda questa dottrina, perché né siano eliminati i criterî fondati sull’evidenza, né d’altra parte l’errore una volta consolidatosi abbia a sconvolgere tutto.

Inoltre, anche l’atto di udire si ha quando una corrente fluisce dall’oggetto che emette una voce o un suono o un rumore, o comunque produce un’affezione acustica. Ora, questa corrente è disseminata di particelle omogenee, le quali mantengono tra loro una determinata relazione reciproca e una unità specifica, che si estende all’oggetto che li ha inviati e che produce la sensazione relativa a quello o, altrimenti, si limita a renderne manifesto l’aspetto esteriore.| Infatti, se non ci fosse una certa relazione che viene dall’oggetto, la sensazione non avrebbe luogo. Non bisogna, pertanto, ritenere che l’aria stessa assuma la forma del suono emesso o di qualcosa di simile – è troppo debole per reggere una tale affezione da parte di quello! –, bensì l’impatto che si produce in noi ad ogni emissione di suono crea sùbito una tal piega nelle particelle da costituire un flusso analogo a quello del respiro, il quale è per noi responsabile della affezione acustica. E, ancora, bisogna ritenere che anche l’odorato, come pure l’udito, non produrrebbe mai nessuna affezione, se non ci fossero delle particelle che procedono dall’oggetto e che sono idonee a sollecitare questo organo di senso, le une disposte in modo da creare una reazione spiacevole e di rigetto, le altre una reazione piacevole e il desiderio di appropriarsene.

E poi, occorre anche ritenere che gli atomi non sono portatori di nessuna qualità dei fenomeni, tranne la figura, il peso e la grandezza e tutto ciò che per natura è necessariamente connesso con la figura. Infatti, ogni qualità cambia; gli atomi, invece, non cambiano sotto nessun aspetto, poiché nei dissolvimenti dei composti deve pur sussistere qualcosa di solido e indissolubile, il quale faccia sì che i cambiamenti non siano verso il non-essere, e neppure vengano dal non-essere,| ma si realizzino secondo spostamenti <di atomi>. Perciò è necessario che gli elementi spostati siano incorruttibili e che non condividano la natura di ciò che si trasforma, ma abbiano masse e configurazioni proprie: e <tutto> ciò deve costituire una proprietà permanente. E infatti, nelle cose che sotto i nostri occhi sono soggette a trasformazione, si può vedere che per quanto si sottragga <materia> la figura permane, mentre nell’oggetto che cambia le qualità non si mantengono come si mantiene la figura e vanno sparendo da tutto il corpo. Dunque, queste particelle che permangono sono in grado di creare le differenze dei composti, poiché è necessario che qualcosa continui a sussistere, e che non si dissolva nel non-essere.

In verità, se non si vuole che i fenomeni attestino il contrario, non bisogna neppure ritenere che gli atomi abbiano qualsiasi grandezza. Piuttosto, si deve ritenere che ci siano certe differenze di grandezze; infatti, assumendo questo, si riuscirà a rendere miglior conto dei processi delle affezioni e delle sensazioni. Invece, il pensare che abbiano qualsiasi grandezza non è utile nemmeno ai fini <della spiegazione> delle differenze di qualità; e inoltre, <in tal caso> gli atomi avrebbero finito col giungere a essere visibili da parte nostra: il che non risulta che avvenga, né è concepibile come possa avvenire. | Inoltre, non bisogna ritenere che nel corpo limitato vi siano particelle infinite e neppure di qualsiasi grandezza. Per tal motivo, non bisogna negare la suddivisione all’infinito in parti sempre più piccole, per non rendere inconsistenti tutte le realtà e per non essere costretti, nelle nostre concezioni degli aggregati, a forza di disgregare gli esseri, a dissolverli nel non-essere; <semplicemente>, non bisogna ritenere che negli esseri limitati ci sia alcuna trasformazione all’infinito, neppure verso il più piccolo. Infatti, neppure questo è pensabile una volta ammesso che in qualche essere le particelle sono infinite e di qualsiasi grandezza, perché, un tale essere, come potrebbe ancora essere determinato in grandezza? È, infatti, chiaro che le particelle infinite hanno una certa misura: e, qualsiasi sia la loro misura, risulterebbe infinita anche la grandezza <del corpo>. E, poiché ciò che è determinato ha un’estremità ben percepibile con la mente, anche se di per sé non è visibile, nulla vieta di pensare che anche quella che è contigua a questa lo sia, e così, di contiguo in contiguo, avanzando sempre più, si può giungere allo stesso modo, con il pensiero, sino all’infinito. | Bisogna anche riflettere che il minimo nella sensazione non è né come ciò che può essere percorso da un capo all’altro, né completamente differente sotto ogni rispetto: piuttosto, ha una qualche comunanza con ciò che può essere percorso, pur non avendo una distinzione di parti; ma qualora, per la similitudine di questa comunanza, noi presumiamo di distinguere qualche parte dell’oggetto che può essere percorso, l’una di qui e l’altra un po’ oltre, allora deve essere che ci siamo imbattuti in un <altro> minimo uguale. E noi li osserviamo tutti di seguito, a cominciare dal primo – e quindi non nello stesso <luogo> né attaccando parte a parte – come se fossero capaci, grazie alla loro individualità, di misurare le grandezze, poiché sono di più nelle maggiori e di meno nelle minori. Occorre ritenere che di questa proporzione si avvalga anche il minimo che si trova nell’atomo; infatti, è evidente che è solo una questione di piccolezza ciò che lo differenzia dall’oggetto che può essere percepito con la sensazione, mentre il rapporto di proporzione è il medesimo. In effetti, è proprio sulla base di questo rapporto con gli oggetti che ricadono sotto i sensi che abbiamo dichiarato l’atomo come dotato di grandezza, semplicemente procedendo sempre più sulla scala della piccolezza. E ancora: occorre considerare che i minimi e le parti non mescolate sono limiti delle lunghezze i quali da se stessi, in quanto originari, forniscono l’unità di misura, sia per le lunghezze più grandi sia per le più piccole, ** <e questo> secondo l’argomentazione teorica che riguarda gli oggetti invisibili a occhio. Infatti, quello che i minimi hanno in comune con le cose | che non si possono percorrere da un capo all’altro è sufficiente a garantire ciò che fino a questo punto si è detto, ma non è in grado di provare che da questi, una volta dotati di movimento, si realizzi un raggruppamento.

E inoltre, dell’infinito non si deve predicare ** il su o il giù come se ci fosse un punto più alto e uno più basso in assoluto; e comunque, lo spazio che abbiamo sopra la testa non ci apparirà mai, perché si estende dal punto in cui ci troviamo fino all’infinito; e così teoricamente prolungando all’infinito lo spazio che è sotto di noi, questo sarà nel contempo tanto sopra quanto sotto rispetto allo stesso punto di riferimento. Ma ciò è inconcepibile. In tal senso, è possibile assumere un solo movimento, che teoricamente si prolunghi verso l’alto all’infinito, e uno solo diretto verso il basso, anche se, <estendendo il movimento> mille e mille volte, ciò che procede da noi verso i luoghi situati al di sopra della nostra testa dovesse raggiungere i piedi di quelli che sono sopra, oppure quanto procede da noi in giù dovesse raggiungere la testa di quelli sotto. Ciò non di meno, il movimento nel suo complesso, viene concepito come fosse esteso all’infinito, in direzioni opposte l’una rispetto all’altra.

E, inoltre, è necessario che gli atomi abbiano anche una medesima velocità, tutte le volte in cui avanzano attraverso il vuoto senza che nulla si opponga: né, infatti, il pesante si muoverà più velocemente del piccolo e leggero, finché nulla si scontri con essi, né il piccolo andrà più lentamente rispetto al grosso, quando attraversi passaggi idonei, sempre che anche in questo caso nulla faccia resistenza: né <sarà diverso> il loro movimento verso l’alto | né quello laterale, provocato dalle collisioni, e neppure quello verso il basso, dovuto ai pesi proprî. Infatti, tanto dura ciascuno dei due movimenti, altrettanto il movimento sarà veloce come il pensiero, almeno finché non si opponga un qualche urto, dipendente dal corpo esterno o dal proprio peso. Ma anche quando sono nei composti <non> si dirà che alcuni sono più veloci di altri, perché gli atomi hanno la medesima velocità, per il fatto che gli atomi che si trovano negli aggregati continuano a procedere verso un unico posto per un brevissimo attimo e <poi> non più verso quell’unico posto; infatti, si scontrano frequentemente, finché alla sensazione risulta un moto continuo. Infatti, l’opinione relativa all’invisibile che anche i tempi discernibili con la ragione avranno la continuità del movimento, non è vera in questi casi: perché è vero tutto ciò che viene visto intuitivamente o colto con la mente.

Dopo di che, è necessario considerare con riferimento alle sensazioni e alle passioni – così, infatti, si darà più salda credibilità –, che l’anima è un corpo costituito da parti sottili, disseminato per l’intero aggregato, estremamente simile a un soffio | dotato di una mescolanza di calore, in alcuni casi più affine a questo, in altri a quello. C’è, però, una certa parte dell’anima che si è andata nettamente distinguendo per via della finezza anche di queste particelle, e tanto più, per tale motivo, è in stretta relazione con il resto dell’aggregato. E tutto questo, sono le facoltà dell’anima a mostrarlo, e pure le affezioni, la facilità dei movimenti, e i processi mentali: insomma, ciò senza del quale moriamo. Inoltre, occorre tenere come punto fermo che la causa della sensazione è per lo più l’anima: ma essa, in verità, non l’avrebbe ricevuta se non fosse stata in qualche modo rinchiusa dal resto dell’aggregato. Ora, il resto dell’aggregato, pur conferendo all’anima una tale causa, ha parte anch’esso di questa proprietà per opera di quella, ma in forma accidentale e poi non partecipa di tutte le proprietà che quella possiede: ecco perché, una volta che l’anima si è separata, non riesce a mantenere la sensazione. Infatti, il resto dell’aggregato non possedeva in se stesso questa facoltà, ma era l’altra parte a fornirgliela: certo, una parte nata insieme che, grazie alla facoltà in esso attuata attraverso il movimento, e alla immediata realizzazione per sé dell’accidente della sensazione, l’ha trasferita anche a quello – come dissi –, in virtù di una vicinanza e di una stretta relazione. | Perciò, l’anima, finché è dentro <il corpo>, per quanto qualche altra parte se ne vada, non rimarrà mai priva di sensazioni, ma, se pure alcune parti di essa abbiano a perire, e ciò che la recinge si dissolva o totalmente o in parte, nella misura in cui permane, manterrà la sensazione. Il restante aggregato, invece, pur rimanendo sia tutto sia in parte, non riesce a conservare la sensazione, una volta che se ne sia andato quel numero di atomi, qualsiasi sia, che nell’insieme costituisce la natura dell’anima. Però, una volta dissoltosi l’intero aggregato, l’anima si disperde e non ha più le stesse facoltà, e neppure si muove, cosicché non possiede più nemmeno la sensazione. Non è, infatti, possibile pensare la facoltà senziente, se non è in questo dato composto e se non compie questi movimenti, e neppure se l’involucro che la circonda non sia più quello che, mentre si trova ancora in esso, le permette siffatti movimenti. Ma, in verità, anche su questo bisogna pur meditare: | che l’incorporeo si ha qualora il nome sia concepito di per se stesso. Ora, non è possibile concepire di per se stesso l’incorporeo, a parte il vuoto. Ebbene, il vuoto non può né fare né subire nulla, ma si limita a offrire ai corpi la possibilità di muoversi attraverso di sé. Cosicché, quanti dicono che l’anima è incorporea, dicono delle sciocchezze. Infatti, se fosse tale, non potrebbe né agire né subire mentre è evidente che entrambe queste proprietà appartengono all’anima. Pertanto, se si riportano tutti questi ragionamenti sull’anima alle passioni e alle sensazioni, senza dimenticare ciò che si è detto al principio, ci si renderà conto che la questione è stata adeguatamente inserita nella traccia <generale> in vista di una trattazione sicura anche nella prospettiva di un approfondimento dei particolari.

Ma, inoltre, anche le figure, i colori, le grandezze e i pesi, e quanti altri caratteri sono predicati di un corpo – in quanto si accompagnano o a tutti i corpi o a quelli visibili – e sono conoscibili mediante la percezione dello <stesso> corpo, non bisogna giudicare che siano nature di per sé | – ciò infatti è impensabile –, ma neppure negare che esistano, oppure che siano alcune altre realtà incorporee che si aggiungono al corpo, o parti di quest’ultimo; invece, bisogna ritenenere che l’intero corpo, nel suo complesso, tragga la propria natura durevole da tutti questi caratteri, e non possa essere costituito <dalla> loro aggregazione (come se un aggregato maggiore fosse costituito da queste particelle, siano esse primarie o <semplicemente> parti del tutto, più piccole di esso), ma soltanto, come vado dicendo, che debba la propria natura durevole a tutti questi. E tali caratteri sono oggetto di intuizioni paticolari e di apprensioni, ma in modo che sempre l’aggregato si accompagni per intero e che essi non ne risultino mai divisi in nessun caso, bensì assumano la predicazione secondo la nozione complessiva del corpo.

In verità, spesso accade che anche ai corpi si accompagni un carattere non durevole **, che non rientra nel novero degli invisibili e neppure che sia incorporeo. Per tale motivo, impiegando questo nome nel senso più comune, rendiamo manifesto che gli accidenti non hanno né la natura di quell’intero che noi chiamiamo corpo, concependolo tutto insieme come un conglomerato, e neppure la natura delle proprietà che lo accompagnano durevolmente, senza le quali non è possibile che un corpo sia pensato. E ciascuno di essi potrebbe essere predicato grazie a determinate intuizioni, sempre che l’intero composto | si accompagni, **, e quando ciascuno di essi si pari innanzi al nostro sguardo, dato che gli accidenti non sono attributi durevoli. E non bisogna eliminare dal reale l’evidenza che <gli accidenti> non hanno la natura del tutto al quale si accompagnano, e neppure <va cancellata l’evidenza> delle proprietà che ad esso stabilmente si connettono, ma che non possono considerarsi di per se stesse – ciò, infatti, non è neppure pensabile, né per gli accidenti né per le proprietà che si accompagnano ai corpi durevolmente –; invece, come risulta evidente, essi vanno considerati tutti come accidenti di un corpo che non lo accompagnano stabilmente e non hanno dignità di natura a se stante, bensì risultano essere esattamente nel modo in cui la sensazione li attesta.

E, in verità, anche ciò che segue si deve meditare seriamente: il tempo non va indagato come tutto le altre questioni che ineriscono ad un oggetto, riconducendolo alle prolessi che si colgono in noi stessi, bensì va considerata l’evidenza stessa, secondo la quale definiamo il tempo "molto" o "poco", e ciò, va fatto per via di analogia, riportandolo a qualcosa che gli è congenere. Né occorre cambiare espressioni cercandone di migliori, ma bisogna usare | quelle che già ci sono e che lo riguardano; neppure del tempo si deve predicare qualcos’altro, come se questo ne condividesse l’essenza e la specificità – eppure certuni lo fanno! –, ma bisogna soltanto, e in particolar modo, pensar bene a che cosa lo connettiamo e con che cosa lo commisuriamo. E questo, infatti, non ha bisogno di ulteriore dimostrazione, bensì di una riflessione <su base empirica>: noi connettiamo il tempo ai giorni e alle notti e alle loro parti, come anche alle passioni e agli stati di impassibilità, a movimenti e condizioni di quiete, intuendo che sempre, in tutti questi casi, c’è un accidente preciso, questo stesso, secondo il quale diamo il nome al tempo.

Oltre a ciò che si è detto in precedenza, occorre pensare che i mondi e ogni aggregato delimitato, simile a quelli che vediamo di frequente, siano nati dall’infinito: in particolare, tutti questi si sono costituiti per scissione da aggregati proprî, più o meno grandi. E, di nuovo, tutte le realtà si dissolvono, le une più velocemente, le altre più lentamente, le une subendo questo processo per opera di certi fattori, le altre per opera di altri. Inoltre, | anche riguardo ai mondi, non bisogna pensare che di necessità abbiano una sola configurazione ** infatti, nessuno sarebbe in grado di dimostrare che in un certo mondo potrebbero anche non essere contenuti semi tali da dare origine alla costituzione degli animali, delle piante e di tutti quanti gli altri esseri che vediamo, mentre in un certo altro non potrebbero <esserci>.

Ma in verità occorre ritenere che anche la natura sia stata costretta a imparare molti e svariati insegnamenti da parte dei fatti | stessi e che il raziocinio, poi, elabori con precisione gli oggetti che gli vengono presentati dalla natura e che faccia ulteriori scoperte, in alcuni casi più velocemente, in altri più lentamente, e in alcuni periodi e tempi **, in altri, invece, anche minori. Perciò, anche i nomi, in principio, non venivano attribuiti secondo convenzione, ma le stesse nature degli esseri umani, per ciascun popolo, provando determinate affezioni e ricevendo determinate rappresentazioni, emettevano dalla bocca in determinati modi l’aria inviata da ciascuna affezione e rappresentazione, anche in ragione della differenza relativa ai luoghi in cui erano stanziati questi popoli. Successivamente, all’interno di ciascun popolo i varî suoni furono fissati in modo comune, allo scopo i rendere meno ambigue e più concise le indicazioni che venivano scambiate reciprocamente. E quelli che, consapevolmente, volevano introdurre visioni fino ad allora non condivise, per esprimerle diffusero determinati nomi, talora perché erano forzati a pronunciarli, talora, invece, per averli scelti con il ragionamento, assecondando la motivazione preponderante ad esprimersi in tale modo.

E poi, per quanto concerne i fenomeni celesti, bisogna pensare che movimento, solstizio, eclissi, levata e tramonto e i fenomeni simili a questi, | non avvengano perché qualcuno li dirige o li ordina o li abbia ordinati e intanto goda di ogni beatitudine, unitamente alla incorruttibilità (infatti, non si accordano con la beatitudine le occupazioni e le preoccupazioni, le ire e i favori, ma tali cose avvengono nella debolezza, nella paura e nella dipendenza da chi ci sta accanto), né, d’altra parte, <bisogna pensare> che, essendo <gli astri> masse di fuoco ripiegato su se stesso e in possesso della beatitudine, possano assumere questi movimenti a loro piacimento. Tuttavia, bisogna mantenere ogni solennità in tutti i nomi applicati a questi concetti, perché le opinioni che ne derivano non <risultino> opposte a tale solennità. In caso contrario, questa stessa opposizione provocherà il più grande turbamento nelle anime. Pertanto, occorre pensare che questa necessaria evoluzione dei fenomeni si compia fin dalla nascita del mondo, secondo l’originario modo di riunirsi di questi agglomerati. E ancora, bisogna ritenere che sia il compito specifico della filosofia della natura quello di cogliere con precisione la causa dei fenomeni più importanti, e il fatto che la beatitudine sta proprio qui, nella conoscenza di quali nature si rivelano in questi fenomeni celesti, | e tutte le nozioni che contribuiscono alla conoscenza precisa rivolta a questo scopo <della beatitudine>. E, ancora, bisogna ritenere che in questo genere di fatti non ci sia una pluralità di cause, né la possibilità di un qualche altro modo d’essere, ma, semplicemente, che in una natura incorruttibile e beata non c’è nessuno dei fattori che inducono scompiglio o turbamento. E questo può essere compreso semplicemente con l’uso della ragione. Ma ciò che rientra nella ricerca specifica sul sorgere e sul tramontare, sui moti celesti, le eclissi e i fenomeni simili, non ha più nulla a che vedere con la beatitudine, tant’è vero che coloro che ben conoscono queste cose, ma che non sanno quali siano le loro nature e quali le cause più importanti, hanno ugualmente paura, come la avrebbero se non avessero tali conoscenze; anzi, quasi quasi provano anche più paura, quando avviene che la curiosità suscitata da questa ulteriore conoscenza non permetta di giungere a una soluzione e di cogliere l’ordine delle realtà fondamentali. Quindi, anche quando trovassimo più di una causa per i solstizi, i tramonti, le levate, le eclissi e per i fenomeni simili, come anche per gli eventi particolari, non bisogna pensare che in questo campo non si sia raggiunta una profondità sufficiente alla nostra tranquillità e beatitudine. Cosicché, osservando in quanti modi, presso di noi, nella nostra esperienza quotidiana, accada lo stesso fenomeno, occorre cercare le cause dei fenomeni celesti e di ogni cosa non direttamente percepibile con i sensi, | disprezzando quanti non distinguono ciò che è o avviene in base a una causa sola e ciò che capita in base a molte cause, <e> trascurano che la rappresentazione viene da lontano, a distanza, e, quindi, ignorano anche in quali condizioni non è possibile stare tranquilli. In tal modo, se pensiamo che il fenomeno può avvenire anche in certi altri modi rispetto ai quali, è possibile stare ugualmente tranquilli, riconoscendo appunto questo, che esso avviene in molti modi, manterremo la serenità come se sapessimo che esso avviene in questo certo modo. Oltre a ciò, nel complesso, occorre considerare che il maggiore turbamento per le anime umane consiste nel ritenere che tali corpi siano, sì, beati e incorruttibili, eppure abbiano al contempo volizioni, azioni e causazioni contrarie a queste caratteristiche, e consiste altresì nell’attendersi o nel sospettare, alla luce dei racconti mitologici, qualcosa di terribile nell’eternità, oppure nel timore della mancanza di sensibilità che si verifica nella morte, come se essa ci riguardasse. <E pensare che> queste sofferenze non si fondano su giudizi, bensì su una certa convinzione irrazionale, per la quale, non sapendo definire questo "terribile", sono soggetti a pari o ancor più grave turbamento rispetto a chi formulasse opinioni a caso, su tale argomento. L’imperturbabilità, | invece, consiste nell’essersi liberati da tutte queste ansie e nell’avere in mente, di continuo, gli asserti generali e i più importanti.

Di conseguenza, dobbiamo prestare attenzione alle circostanze presenti e alle sensazioni, in generale per le generali e individualmente per le individuali, e a ogni evidenza che si presenti, secondo ciascuno dei criterî <di verità>. Se, infatti, vi presteremo attenzione, riusciremo a comprendere chiaramente la causa da cui sorgevano il turbamento e la paura, e ce ne libereremo, indagando le cause dei fenomeni celesti e pure degli altri che ci càpitano abitualmente e che, nel complesso, spaventano a morte gli altri uomini.

Eccoti qui riassunti, o Erodoto, gli insegnamenti principali sulla natura di tutte le cose, cosicché, se mai qualcuno tenesse a mente con precisione questo efficace discorso, a mio giudizio, assumerebbe una robustezza incomparabile rispetto a tutti gli altri uomini, anche se non si addentra in tutti i dettagli precisi e minuti.. E, infatti, <non gli mancherà la possibilità> di rendere limpidi anche per conto proprio molti dei punti puntualmente precisati da noi nel corso dell’intera trattazione, e queste stesse nozioni, poste nella memoria, lo aiuteranno continuamente. Esse, infatti, sono tali che quanti le conoscono con precisione – <anche> quanto basta, nelle varie parti | o anche alla perfezione –, possono intraprendere la stragrande maggioranza degli studî su tutta la natura, risolvendole per via di analisi in tali intuizioni,. Quanti, d’altra parte, non si sono ancora perfezionati completamente in questi studî, possono, grazie a tali nozioni e senza nemmeno bisogno di ripetersele a voce, fare rapidamente con il pensiero il giro dei punti più importanti, al fine di ottenere una condizione di quiete.

 

 

 

EPICURO

LETTERA  A  PITOCLE

 

Epicuro a Pitocle, salve.

 

Cleonte mi ha portato una lettera da parte tua nella quale continuavi a mostrare benevolenza nei nostri confronti, in maniera degna della nostra sollecitudine per te e, in modo non privo di capacità persuasiva, tentavi di richiamare alla memoria i ragionamenti che tendono a una vita beata e mi chiedevi di mandarti una trattazione sintetica e circoscritta dei fenomeni celesti, per tuo uso, perché potessi più facilmente tenerla a mente: infatti,a tuo dire, ciò che è stato scritto da noi in altre opere è difficile da ricordare, anche se, come affermi, tu porti continuamente con te tali opere. Ebbene, noi, per parte nostra, abbiamo accolto volentieri la tua richiesta, e l’abbiamo sostenuta con dolci speranze. Pertanto, come abbiamo composto tutti gli altri scritti, così portiamo a compimento anche questo che a tuo giudizio risulterà utile anche a molti altri, e soprattutto a quanti hanno assaggiato solo da poco l’autentica filosofia della natura e a quanti si sono impegnati in studî che vanno un po’ più a fondo rispetto a una qualsiasi educazione elementare. Dunque, sarà bene che tu ti impadronisca di questi miei principi e che, quando li avrai nella memoria, li percorra velocemente insieme con le altre che abbiamo mandato, nella Piccola epitome, a Erodoto. |

In primo luogo, dunque, bisogna ritenere che il fine da raggiungere con la conoscenza dei fenomeni celesti, sia trattati insieme, nelle loro connessioni, sia isolatamente, non è altro se non l’imperturbabilità e una salda convinzione, come del resto è anche per gli altri studî. E non bisogna cercare di raggiungere per forza l’impossibile, né pretendere di avere, per tutti gli oggetti di studio, una conoscenza teorica pari o ai discorsi relativi alla vita <umana> o a quelli che vertono sulla chiarificazione degli altri problemi della filosofia della natura, come per esempio che il tutto è costituito da corpi e da natura intangibile, o che gli elementi-base sono indivisibili, o tutte queste simili asserzioni, quante hanno con i fenomeni una concordanza univoca. Ma ciò non vale per i fenomeni celesti, bensì questi hanno molteplice sia la causa del loro venire all’essere sia la sia la connotazione della loro essenza, purché in accordo con le sensazioni. Non bisogna, infatti, studiare la natura secondo assiomi vuoti e leggi arbitrarie, ma secondo quanto esigono i fenomeni. Infatti, la nostra vita ha bisogno non già di irrazionalità o di opinioni vacue, bensì solo di poter vivere senza affanni. E tutto, dunque, avviene senza scosse, se ogni cosa viene chiarita secondo il principio delle molteplici spiegazioni in sintonia con i fenomeni, ammettendo, come pur si deve, tutto quanto si può dire plausibilmente di essi. Nel caso in cui, invece, si accolga una sola spiegazione e se ne respinga un’altra, che pure sarebbe ugualmente concordante con il fenomeno, è manifesto che si cadrebbe anche al di fuori di ogni discorso di filosofia della natura e si scivolerebbe nel mito. Ora, alcuni dei fenomeni che ci si mostrano nell’esperienza quotidiana recano segni evidenti | dei processi che si compiono in cielo; <solo che> questi fenomeni, si possono osservare come sono, ma non i processi che avvengono in cielo: è, infatti, possibile che questi ultimi si realizzino in molti modi. Ebbene, di ciascuno occorre conservare l’immagine che ne appare e ancora distinguerli da quelli che li seguono: che questi si compiano in molti modi non è contraddetto dai fatti che ricadono sotto la nostra esperienza.

Un mondo è una parte circoscritta dell’universo, la quale abbraccia astri, terra e tutti i fenomeni, che consiste in una sezione ritagliata dall’infinito e che va a finire o in moto circolare oppure in un’assenza di moto, e con una configurazione rotonda o triangolare o di qualsiasi altra forma. Può essere, infatti, in tutti i modi, dato che nessuno dei fenomeni attesta il contrario in questo mondo, nel quale non è possibile cogliere un luogo in cui finisce. È possibile comprendere che mondi siffatti sono infiniti di numero, e che un mondo di tal genere possa anche prodursi in un <altro> mondo oppure in un intermondo – che è il nome da noi attribuito a un intervallo tra più mondi –, in un luogo per lo più vuoto, ma non in un luogo assolutamente grande e vuoto, | come dicono certuni. E <questi mondi si costituiscono> quando alcuni semi adatti scorrono da un mondo o da uno o più intermondi, creando a poco a poco aggiunte, aggregati e trasposizioni in un altro luogo – se si dà il caso –, e poi, per ulteriori afflussi da fonti adatte, raggiungendo alla fine la perfezione e la stabilità, nella misura in cui le fondamenta gettate siano in grado di reggere. Infatti, non basta che nel vuoto in cui un mondo deve prodursi si verifichi meccanicamente un’aggregazione o un vortice grande quanto si voglia, fino a scontrarsi con un altro, come sostiene uno dei cosiddetti ‘fisici’, perché un tale evento è contraddetto dai fatti, quali appaiono.

E, in quanto al sole e alla luna e agli altri corpi celesti, non è che prima fossero indipendenti e che poi siano stati catturati da questo mondo, ma subito furono plasmati e ricevettero incremento, grazie alle aggregazioni e ai movimenti vorticosi di alcune nature costituite da particelle sottili, | o di genere ventoso, o infuocato, o di entrambi: e infatti è la sensazione a suggerire così queste cose. E la grandezza del sole, della luna e degli altri corpi celesti, relativamente a noi, è tale quale appare. Ma in se stessa, in senso assoluto, può essere o più grande di come la si vede, o un po’ più piccola, oppure della stessa dimensione. Così, infatti, anche nella nostra esperienza i fuochi osserviamo a distanza si rivelano in conformità della sensazione. E ogni obiezione contraria sarà facilmente smontata, se solo ci si attiene alle evidenze, come mostriamo nei libri Sulla natura. E le levate e i tramonti del sole, della luna e degli altri corpi celesti possono avvenire per accensione e spegnimento, purché ci sia una situazione tale che i suddetti fenomeni possano compiersi. In verità, nessuno dei fatti che a noi appaiono depone in senso contrario. E gli eventi suddetti potrebbero anche realizzarsi per il fatto che <gli astri> compaiono sopra la terra e poi di nuovo si occultano, dato che neppure in questo caso qualcuno dei fenomeni depone in senso contrario. | E non è impossibile che i loro movimenti avvengano per via del moto rotatorio dell’intero cielo, oppure per la sua quiete e il loro movimento, essendo il loro sorgere determinato da una necessità originaria fin dalla nascita del mondo la quale spinge alla levata: *** per l’eccessivo calore, <o anche> per una certa dilatazione del fuoco, che sempre straripa nei luoghi adiacenti. Le rivoluzioni del sole e della luna possono avvenire in ragione dell’inclinazione del cielo, così legato a questi tempi; ugualmente, anche per la resistenza dell’aria, oppure perché una materia sempre predisposta a ciò brucia continuamente, e quindi a un certo punto viene a mancare; oppure, può essere anche che questo movimento rotatorio sia stato impresso fin dalle origini in questi astri, cosicché essi si muovono con un certo moto elicoidale. Ebbene, tutte queste possibili spiegazioni e altre affini non risultano discordanti rispetto a nessuna delle evidenze, qualora, per questi casi particolari, ci si attenga sempre al possibile e si riesca a ricondurre ciascuno di essi alla concordanza con i fenomeni, senza lasciarsi intimorire dai grossolani artifizi degli astronomi.

Il calare e il crescere della luna | potrebbero avvenire sia a causa della rotazione di questo corpo sia, ugualmente, secondo le configurazioni dell’aria sia, ancora, per le interposizioni <di altri corpi celesti> oppure in tutti i modi che i fenomeni di cui abbiamo esperienza suggeriscono per rendere ragione di questo aspetto, a meno che uno, preso da eccessivo trasporto per una spiegazione univoca, respinga, senza alcun fondamento, le altre, senza avere considerato che cosa è possibile per l’uomo indagare e contemplare e che cosa non è possibile, e desiderando, per questo, indagare oggetti impossibili da conoscere. E, ancora, la luna può avere la luce di per se stessa, ma, d’altra parte, può anche riceverla dal sole. E, infatti, da noi si vedono molti oggetti che hanno da se stessi la luce e molti, d’altro canto, che la ricevono da altri. E non costituirà impedimento nessuno dei fenomeni celesti che ci si mostrano, qualora ci si ricordi sempre del metodo esplicativo per cause molteplici e si osservino insieme pure le ipotesi che ne conseguono e, al contempo, anche le cause, senza peraltro scioccamente sopravvalutarle non tenendo conto delle incoerenze e con il rischio di ricadere, ora in un modo e ora in un altro, nella spiegazione univoca. L’apparire nella luna del suo volto può aversi sia per la differenza delle parti sia per una interposizione, o in quanti altri modi risultano avere corrispondenza con i fenomeni. Infatti, per tutti i fenomeni celesti | tale linea <di metodo> non va abbandonata, perché, nel caso in cui ci si trovasse a combattere con le evidenze, non si potrebbe mai avere parte all’autentica imperturbabilità.

Una eclissi di sole, e una di luna, può avvenire sia a causa di uno spegnimento – evento che si osserva <abitualmente> nella nostra esperienza quotidiana – sia anche per interposizione di altri corpi, o la terra o il cielo o qualche altro corpo simile. E, così, dobbiamo considerare insieme tutti quei generi di spiegazione che si accordano reciprocamente, e, al contempo, ritenere che non è impossibile che si verifichi una concomitanza di alcuni di essi.E ancora, la regolarità della loro rivoluzione deve essere concepita alla stregua di alcuni fatti che càpitano e sono sperimentati anche da noi; e non ci sfiori l’idea di addottare in alcun caso la natura divina come spiegazione di questi fenomeni: essa deve mantenersi priva di occupazioni e in una completa beatitudine, perché, se questo non sarà fatto, tutta quanta la ricerca delle cause dei fenomeni celesti sarà inutile, come è già avvenuto ad alcuni che non hanno aderito al metodo del possibile, | cadendo in tal modo nell’assurdità di ritenere che le cose avvengano secondo un’unica modalità e hanno respinto tutte le altre, che pure sarebbero possibili. <Così facendo> si sono avviati verso la perdita del pensiero senza riuscire neppure a considerare nel loro insieme i fenomeni che bisognerebbe accogliere come segni.

Le lunghezze variabili delle notti e dei giorni possono dipendere dai movimenti del sole sopra la terra che sono prima veloci e poi lenti ***, come in alcuni casi si osserva anche nella nostra esperienza: è appunto in concordanza con questa che occorre parlare dei fenomeni celesti. Quanti, invece, ammettono un solo criterio esplicativo si trovano in conflitto con i fatti che sono oggetto di esperienza, e si sbagliano riguardo a come sia possibile all’uomo la conoscenza.

Gli indizî <che preannunciano il tempo atmosferico> possono verificarsi sia sulla base di coincidenze, come avviene negli animali che possiamo osservare, oppure per alterazioni o variazioni dell’aria: entrambe queste spiegazioni, | infatti, non sono in conflitto con i fenomeni. In quali casi, poi, la causa risieda in questo o quest’altro, non è possibile sapere.

Le nubi, poi, possono formarsi e radunarsi sia per la compressione dell’aria, sia per il combinarsi fra loro degli atomi che sono in grado di produrre questo effetto, sia per il raccogliersi delle correnti dalla terra e dalle acque, e altresì in quei molti altri modi in cui non è impossibile che si compiano le aggregazioni di realtà simili. Inoltre, dalle nubi possono prodursi le piogge o per via di compressione o per via di trasformazione, o, ancora, per un trasporto di venti dai luoghi appropriati, muovendosi attraverso l’aria, mentre una inondazione più violenta si origina da certi addensamenti adatti a scaricare tali nubifragi.

I tuoni è possibile che si generino sia per l’incanalarsi del vento nelle cavità delle nubi, come nei nostri recipienti, sia per il rimbombo in essi del fuoco soffiato dal vento, sia per gli squarci e le scissioni delle nubi, sia per gli sfregamenti e le tensioni delle nubi, | che hanno assunto la consistenza del ghiaccio. Sia il complesso delle cose sia questa parte invitano a dire che i fenomeni avvengono per molte cause e in molti modi. Così, anche i lampi si verificano in più modi. E infatti, a causa dello sfregamento e della collisione delle nubi, la configurazione <di atomi> che produce il fuoco sprizza via e genera un lampo; oppure <a produrre il lampo> è l’improvvisa fuoriuscita dalle nubi, ad opera dei venti, di corpi tali da suscitare questa vampata illuminata; o anche è la forza di espulsione che si accompagna allo sfregamento di nubi che si comprimono l’una contro l’altra o che sono compresse dai venti. Ancora, <i lampi nascono> per la cattura della luce sparsa dalle stelle, poi sospinta dal movimento delle nubi e dai venti, e infine caduta attraverso le nubi; oppure anche per il filtrare <attraverso> le nubi della lucepiù finee del suo movimento: oppure per effetto della combustione del vento, che avviene a motivo della intensità del suo movimento | e della violenta rotazione; o anche per lo squarciarsi delle nubi ad opera dei venti e per la caduta degli atomi che producono fuoco e creano l’apparizione del fulmine. E non sarà difficile vedere che il lampo si genera anche in molti altri modi, sempre in conformità con i fenomeni e con la possibilità di considerarli in rapporto a ciò che è simile a questi. E il lampo precede il tuono perché le nubi si trovano in un data condizione e grazie al fatto che la configurazione degli atomi che dà origine al lampo è spinta fuori contemporaneamente alla raffica del vento e poi il vento, avvolgendosi su se stesso, produce questo rimbombo; oppure la caduta dell’uno e dell’altro avviene nello stesso momento, ma il lampo ha una velocità maggiore nel suo moto verso di noi e il tuono rimane indietro, come succede con certi oggetti che sono osservati a distanza e producono alcuni colpi. I fulmini possono avvenire sia per il concorso di numerosi venti e per la loro forte concentrazione e combustione, sia per la rottura di una parte e la sua caduta, particolarmente violenta, negli spazi sottostanti, laddove questa frattura avviene per il fatto che i luoghi contigui sono più densi per la compressione delle nubi; oppure può darsi che avvenga per la stessa caduta del fuoco sospeso in alto, come anche del tuono, una volta che questo sia divenuto più consistente, | e sia stato soffiato dal vento con più forza, così da squarciare la nube, per il motivo che non trova sfogo nello spazio circostante, dato che le nuvole si spingono l’una con l’altra. Ed è inoltre possibile che i fulmini siano prodotti in molti altri modi ancora. Soltanto il mito se ne stia lontano: tutt’al più potremmo ammetterlo se qualcuno, attenendosi per bene ai fatti che si offrono alla sensazione, ne tragga indizî riguardo a quanto non è percepibile dai sensi.

I turbini possono verificarsi sia per la discesa di una nube in forma di colonna ai luoghi sottostanti, quando questa sia compressa da un rafforzarsi del vento e venga fatta roteare dalla forza del vento stesso, mentre dall’esterno spinge la nube su un fianco; sia anche per la disposizione del vento in circolo, allorché una certa massa d’aria è sospinta dall’alto; sia, infine, perché si verifica un forte scorrimento di venti che non trova sfogo verso i lati, a causa dell’addensarsi dell’aria attorno. E, per tutto il tempo che il turbine impiega a raggiungere la terra, si verificano i cicloni; per tutto il tempo che, invece, impiega a raggiungere il mare, si creano le trombe marine.

Per quanto concerne i terremoti, questi possono verificarsi per l’imprigionamento di un vento | nella terra e per l’interposizione di piccole particelle di quest’ultima in esso, e per il suo frequente movimento, il che crea tremore alla terra. E, questo vento, la terra o lo riceve da fuori, oppure deriva dal fatto che le fondamenta cadono † nei luoghi cavernosi della terra e in questo modo spingano fuori l’aria imprigionata. Oppure, può anche darsi che i terremoti avvengano per la propagazione stessa del movimento derivato dal cedimento di molte fondamenta e, per il successivo contraccolpo, ogni volta che si incontrano le parti più solide e robuste della terra. Comunque, questi movimenti della terra possono verificarsi anche in molti altri modi.

I venti, poi, càpita che si abbiano, di tanto in tanto, quando una certa natura estranea si insinua a poco a poco, e per la raccolta di abbondante acqua. Ma per altri venti bastano piccole masse che vadano a finire nelle molte cavità, suscitando un effetto di propagazione.

La grandine si forma sia a causa di un congelamento particolarmente forte e di una frantumazione in presenza di masse ventose, sia, anche, a causa di | un più moderato congelamento e, al contempo, della rottura di alcune parti acquose, la quale produce nello stesso tempo, tanto la vicinanza quanto la frattura di queste: <in seguito a ciò>, esse si apprestano ad aggregarsi, per via del congelamento una per una, e anche in massa. La rotondità <dei chicchi di grandine>, poi, non è impossibile che si debba allo scioglimento delle punte si sciolgono da ogni parte e che da ogni parte, come si è detto, i chicchi siano uniformemente circondati, nel loro addensamento, da particelle acquose o ventose.

In quanto, poi, alla neve, può darsi che si produca quando una pioggia fine si riversa dalle nubi, a motivo della simmetria dei pori e delle forti pressioni dei venti su particolari nuvole, e perché poi quest’acqua va soggetta a un congelamento durante il tragitto, per un qualche intenso raffreddamento nei luoghi situati più in basso delle nubi. Oppure, una tale fuoriuscita <di neve> dalle nubi potrebbe avvenire anche a motivo del congelamento delle nubi uniformemente rarefatte, quando gli elementi acquosi che si trovano in stretta contiguità si premono gli uni contro gli altri. E questi elementi, una volta prodotta, per così dire, un’unione, creano la grandine, il che succede soprattutto in primavera. E, per lo sfregamento | delle nubi sottoposte a congelamento, questo agglomerato di neve potrebbe ricevere una scossa. E può anche darsi che la neve sia prodotta in altri modi.

La rugiada si forma sia per l’incontro reciproco, a partire dall’aria, di particelle idonee a produrre una simile sostanza umida, sia per l’afflusso da luoghi umidi o impregnati d’acqua – luoghi nei quali soprattutto si forma la rugiada – e poi per l’aggregazione di queste particelle che determinano la formazione della rugiada e quindi la caduta verso i luoghi sottostanti; così, allo stesso modo, anche presso di noi per lo più si osservano fenomeni simili. La brina si forma in modo non dissimile dalla rugiada, quando particelle di questo tipo vanno soggette a un certo congelamento, per effetto dell’aria fredda circostante.

Il ghiaccio si forma attraverso l’eliminazione dall’acqua degli atomi che hanno configurazione rotonda e attraverso l’unione di quelli irregolari e acutangoli che si trovano nell’acqua; <ma si formano anche> attraverso l’accrescimento dall’esterno di atomi tali che, spinti insieme, hanno prodotto il congelamento dell’acqua, dopo avere espulso un determinato numero di atomi rotondi. |

L’arcobaleno si ha per il risplendere del sole contro l’aria impregnata di particelle d’acqua, oppure per una particolare coesione della luce e dell’aria, la quale creerà le particolari tonalità di questi colori, o tutte quante insieme o tipo per tipo; e di nuovo, in virtù di un tale riflesso, la parte circostante dell’aria assumerà questa colorazione quale noi la vediamo, secondo l’illuminazione solare sulle varie parti. La sua apparenza circolare dipende dal fatto che la distanza viene percepita dalla vista come identica da tutte le parti, o perché questo aggregato si dispone in un certo qual modo circolare, in quanto gli atomi presenti nell’aria o nelle nubi si uniscono in tale modo, per il fatto che vi sono portati dal sole.

Un alone intorno alla luna si ha quando, da ogni parte, l’aria si porta verso la luna, oppure perché l’aria respinge uniformemente le correnti che provengono dalla luna, in modo tale da disporle attorno, in circolo, in forma di nube, evitando che si dissipino completamente; oppure perché essa rinvia l’<altra> aria che sta attorno alla luna in modo simmetrico e da ogni parte, fino a farle costituire quel cerchio spesso attorno alla luna. | Il che avviene anche in alcune parti o perché qualche corrente, dal di fuori, è costretta a forza, oppure perché il caldo investe certi particolari passaggi col riultato di produrre questo fenomeno.

Le stelle comete si hanno quando del fuoco si sviluppa in certi luoghi negli spazî celesti, e in determinati tempi, allorché si verifica una certa situazione, <oppure le comete si verificano> perché, di tanto in tanto, il cielo sopra di noi assume un determinato movimento, in modo che tali stelle si mostrino, [oppure, anche, perché proprio queste ultime, in determinati tempi, avanzano, per una qualche circostanza, e vengono dalle nostre parti, divenendo visibili. La loro sparizione avviene per le cause opposte a queste.]

La rotazione su se stesse di alcune stelle in uno stesso luogo si verifica non solo per il fatto che sta ferma questa parte del cosmo intorno alla quale gira tutto il resto, come ritengono alcuni, ma anche per il motivo che un vortice ciclico d’aria si trova intorno a tale parte, e risulta di impedimento a che esse vadano attorno come fanno le altre; oppure si verifica perché, nelle zone circostanti, non c’è per queste stelle una materia adatta, mentre ce n’è in quel luogo in cui le si vede rimanere. E anche in molti altri modi è possibile che questo avvenga, purché si sia capaci di ragionare in sintonia con i dati fenomenici. |

Che alcuni corpi celesti vadano errando, se così accade che si muovano, e alcuni invece si muovano con regolarità, può darsi che avvenga perché, muovendosi in circolo fin dall’inizio, siano stati costretti a spostarsi, gli uni, secondo lo stesso moto rotatorio uniforme, gli altri, invece, secondo un moto comprendente alcune irregolarità. Tuttavia, può anche darsi che, nei luoghi che attraversano, in alcuni punti, ci siano estensioni uniformi d’aria che li spingono insieme in uno stesso senso, con continuità, incendiandoli con regolarità, mentre in altri punti ci siano esetnsioni irregolari, capaci di produrre quei moti contorti che si osservano. Ed è follia voler assegnare a questi una sola causa, mentre i fenomeni ne richiedono molte; anzi, è una cosa malfatta, di cui sono responsabili gli entusiasti praticanti della vana astronomia, e assegnano a vuoto le cause degli astri, ogni volta che rifiutano di liberare da ogni impegno la natura divina. Il fatto che alcune stelle risultino essere lasciate indietro da altre dipende dalla loro rotazione più lenta, pur compiendo la stessa orbita, o dal fatto che si muovono al contrario, essendo trascinate in direzione opposta dallo stesso moto circolare, oppure dipende dal fatto che girano le une in uno spazio maggiore, le altre in uno più ristretto, pur muovendosi dello stesso moto circolare. Ma il pronunziarsi in un solo senso riguardo a questi fenomeni si conviene a quanti intendono fare impressione sulle folle. |

Le cosiddette stelle cadenti possono aversi in alcuni casi per lo sfregamento di nubi e per la caduta di fuoco, laddove si sia verificata l’esalazione del vento, secondo quanto abbiamo detto anche riguardo ai lampi; o anche grazie all’incontro di atomi che danno origine al fuoco, in una combinazione di materiale capace di produrre questo effetto, e grazie a un movimento nel quale, fin dall’inizio, era compreso l’impulso all’aggregazione; <le stelle cadenti possono formarsi anche> per la raccolta di vento in masse dense che hanno aspetto di nebbia e pure per il suo incendiarsi a causa della compressione, e poi per l’esplosione delle parti circostanti: inoltre, nel luogo verso il quale si orienta la spinta del movimento, verso questo, appunto, il vento si sposta. E ci sono altri modi per spiegare il compimento di questo fenomeno, senza appellarsi al mito.

I segni premonitori del tempo atmosferico che si danno grazie ai segni zodiacali sono frutto di una mera coincidenza. Non è, infatti, che i segni zodiacali producano necessariamente una tempesta, né una qualche divina natura se ne sta lì seduta a controllare le uscite di essi per poi dare compimento a quello che vanno indicando. Infatti, una follia simile non cadrebbe neppure sul primo vivente che càpita, anche solo un briciolo dotato: tanto meno su un essere che gode di una completa felicità. |

E dunque, o Pitocle, cerca di non scordare tutte queste considerazioni: in questo modo, infatti, potrai tenerti alla larga dal mito e riuscirai a cogliere, con uno sguardo comprensivo, le altre cose simili a queste. Ma, soprattutto, dédicati alla speculazione sui principî primi, sull’infinito e sugli argomenti consimili, e ancora sui criterî, sulle affezioni e sullo scopo per cui riflettiamo su queste cose. Infatti, questi oggetti di studio, considerati nel loro insieme, ti permetteranno facilmente di vedere, nel loro complesso, le cause dei fenomeni particolari. Quanti, invece, non si sono appassionati a tali questioni, non potrebbero assolutamente ben considerare queste stesse, e neppure conseguire lo scopo per cui occorre considerarle".